Adelita o della zanahoria loca(4)

scritto da woodenship
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Testo: Adelita o della zanahoria loca(4)
di woodenship

La sera prima avevo già saldato il conto. Dopo essere andato giù a lavarmi, mi vestii che era già tardi. Raccolte le poche cose che restavano, mi avviai alla fermata del bus per Solola. Non tardò. Feci il biglietto e salii a bordo. Nel cuore avevo una profonda tristezza. Mi era dispiaciuto molto lasciare la compagnia. Ma, in tutta sincerità, non sopportavo l’idea di vedere Adelita tra le braccia dell’Americano del “Peace corp”. Comunque, erano stati giorni di follie, quelli spesi a Panajachel.

Ricordai quel giorno che le ragazze mi avevano trascinato a Chichicastenango. Dicevano che lì c’era un mercato più grande. E loro avrebbero comprato dei materiali per le loro collane e bracciali da vendere alle feste e nelle piazze. Per arrivarci la strada correva per altipiani che sfioravano i 3.000 metri di altitudine. E si doveva cambiare a Quetzaltenango, la città più alta del Guatemala a circa 2.400 metri di altitudine. Ma la cosa più suggestiva erano quei tratti di strada che correvano tra campi ondulati di mais. Poi, quasi d’incanto, si apriva in lontananza lo strapiombo. Allora ci si rendeva conto delle nuvole su cui si stava viaggiando.

Arrivati a Chichicastenango, ci inoltrammo per il mercato. A dir la verità fu un po’ deludente, anche se molto grande: presentava gli stessi prodotti di artigianato di altri luoghi come Solola o la stessa Panajachel. Forse l’unica particolarità consisteva nelle maschere cerimoniali, dalle fogge più disparate, che si vendevano un po’ ovunque… E, a pensarci bene, anche la chiesa aveva una sua specificità: ci stavano sul sagrato i fedeli, nei loro costumi tradizionali sgargianti, con degli incensieri a bruciare incenso per ore ed ore. Anche Astrid e Adelita bruciarono un po’ di incenso sul sagrato. Io comprai qualche centinaio di pulseras(bracciali) della fortuna, fatti con fili di lana multicolori, intrecciati a formare figure geometriche o di animali. Li avrei portati in Italia. Magari avrei trovato qualcuno a cui venderli. Altri li avevo già comprati in altri mercati. In pratica ero carico di bracciali di lana: mi piacevano troppo. Avevo perso la testa per cose che, normalmente, avrei considerato insignificanti.

Stavo pensando cosa mai ne avrei fatto di tutti quei bracciali, quando il bus si fermò nella piazza e la gente cominciò a scendere. Ero arrivato a Solola. Da lì si saliva su un van scalcagnato per arrivare a Los Encuentros, il crocevia con la Panamericana che conduceva alla frontiera col Messico. Giunto lì presi la coincidenza. E qua mi ritrovai davanti Adelita, Astrid stretta nel suo giubbotto di pelle nera con la testa dalla rasatura punk e Rocìo con il suo aspetto angelico ma sempre sfuggente. Credo che avrebbe potuto passare inosservata in qualsiasi situazione. Ebbi subito il cuore in tumulto. Mi dissero che anche loro stavano rientrando. Rimasi di sasso, chiedendomi il motivo per cui non mi avessero detto nulla la sera, quando ci eravamo salutati. Loro dovevano essere partite col buio. In seguito capii: erano praticamente fuggite senza pagare, diciamo, l’albergo. A loro non chiesi nulla. Non domandai nemmeno dell’americano. In fondo che importanza aveva? Eravamo individui liberi. A condurci era il filo dei nostri sentimenti.

Se prima la malinconia mi stava divorando la luce degli occhi, adesso i paesaggi acquistavano una luminosità spettacolare, mentre il “condor” calava, una curva dopo l’altra roteando, sulla frontiera della Mesilia. Una volta entrati in Messico, si percorre terreno pianeggiante per qualche decina di chilometri, nel caldo soffocante delle terre basse, lasciandosi alle spalle la muraglia imponente della sierra Meseta de los Cuchumatanes. Poi si ricomincia a salire per tornanti fino a San Cristobal Las Casas.

Arrivammo pomeriggio tardi. Trovammo un paio di stanze. E, visto che c’era permesso pure l’uso di una cucina, decidemmo di fare spaghetti col tonno e pomodoro. Andammo a fare spesa in uno di quei negozi in cui, pure essendo minuscoli, vi si trova un po’ di tutto. Cercai degli spaghetti decenti, non trovandoli, dovetti ripiegare sulla solita colla. Presi anche qualche pomodoro e prezzemolo. Intanto che, Adelita e Rocìo, prendevano in”prestito” un paio di scatole di tonno sott’olio(carissimo). Più tardi mi sbizzarrii in cucina, riuscendo a ricavarne qualcosa di decente. Ben satolli, ognuno si ritirò nella sua stanza.

Adelita venne a trovarmi che stavo annotando qualcosa sul mio diario. Mi chiese cosa scrivevo. Le dissi che erano soltanto impressioni. Allora volle sapere se, il suo essere seduta sul mio letto, mi suggeriva qualcosa. Restammo per un po’ a fissarci negli occhi. Persi l’uno in quelli dell’altra. Poi non so come, cominciai a carezzarle il volto, prima di poggiare le labbra sulle sue. Le aveva vellutate, la pelle era di velluto: non riuscivo a smettere di carezzarla, di baciarla, di leccarla per ogni dove, spogliandola,fino a raggiungere i luoghi più reconditi del piacere. Ancora una volta la feci mia. Ancora una volta ci perdemmo nei meandri di un piacere selvaggio.

Mi svegliai che ero solo nel letto. Andai in camera da loro, trovandole già vestite, pronte a partire. Tornai a prepararmi per accompagnarle al terminal dei bus. Lungo la strada mi proposero di seguirle. Ma fui irremovibile. Le salutai che salivano sull’autobus per Tuxtla Gutierrez, capitale dello stato del Chiapas. Dicevano di volere provare a vendere i loro monili su quella piazza. Non le seguii. Volevo prendere la giusta distanza da Adelita. Sentivo la necessità di perdermi nella vastità dell’orizzonte marino. E il Pacifico mi sembrava il luogo migliore

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