“Avrà calorie? La tachipirina avrá calorie? Provo a scriverlo su internet, magari qualcuno sa darmi una risposta. Nessuna caloria. Posso prenderla. Staró meglio senza acquistare peso. Oggi cosa ci sarà da mangiare? Ti prego signore, fa che non ci sia la pasta. Con una torta salata posso fare finta di averne mangiato più pezzi. Dovrò esser solo molto abile nello spezzettarla e nasconderla nell'insalata. Poi mi riempirò la pancia con insalata e una mela divisa in 4 pezzi.. Due li nasconderò sotto il piatto. Poi puliró io la cucina. Metterò io tutto a posto. Quindi nessuno se ne accorgerà. Pazzia? Lo ritengo buon senso. Avrò un bel fisico. Tutti mi guarderanno. Nessuno mi dirà più che mi sono inchiattita. Tutto sta nella mia forza di volontà. Posso controllare tutto io. Il mio peso dipende da me. Solo da me. Vorrei anche fare palestra così brucio ancora qualche caloria in più! Ma sono stanca, ho sonno, sono debole, devo studiare. Ecco. Pensa allo studio Elena. Pensa allo studio. Se penso a tutto quello che devo ripassare riesco a farmi passare la fame. Bevo acqua. Penso a qualcosa di disgustoso e riesco ad arrivare alla sera senza rendermene conto.”
Questo uno dei tanti ragionamenti di una qualsiasi ragazza che soffre di disturbi alimentari seri. Questa ero io qualche anno fa. Sono finita dentro al tunnel senza rendermene conto. Tutto all’improvviso. Ricordo ancora il periodo. Era estate. Mi ero fatta tutta carina per andare nel bar dove lavorava il mio ex fidanzato così che potesse pensare “ cavoli, F. sta proprio bene”. Invece, ecco che pronuncia quelle parole, quelle cinque parole che hanno fatto si che finissi in un vortice apparentemente di non ritorno: “Cazzo F., quanto sei ingrassata?” Tutto si è fermato in quel preciso istante. Ero veramente così brutta ai suoi occhi? perché quella cattiveria nelle sue parole? Le mie amiche cercavano, invano, di dirmi di non farci caso, di non darci peso. Non contava nulla. Era ancora rancoroso per il fatto che non ci ero tornata insieme. Ma a me non importava. Sapevo che da quella sera sarebbe tutto cambiato. Ho cominciato a mangiare meno. Per facilitarmi la vita ho comprato una sorta di polverina magica con la consapevolezza che quella sostanza non avrebbe mai fatto i miracoli, anzi, era solo una trovata pubblicitaria per gente stupida che potesse cascarci. Eccomi. Sapevo anche io che non mi avrebbe mai fatto passare la fame come garantiva ma, comunque, a livello psicologico aveva colpito. Eccome se aveva colpito. Mangiavo sempre meno. Le porzioni venivano sempre più dimezzate. A mio favore giocava anche il fatto che i miei avevano deciso di trascorrere l’estate dai miei nonni nel ponente. Io invece dovevo rimanere a Chiavari, per il semplice fatto che dovevo frequentare la biblioteca per il tirocinio universitario. Potevo pranzare e cenare con quello che volevo. Insalate scondite. un cracker, quando mi regalavo una gioia, tanta acqua e una mela spezzettata. Questa era d’obbligo. C’era sempre. Alla fine di ogni pasto.Mi dava quella sensazione di sazietà, fasulla, effimera, eppure allo stesso tempo convincente al massimo.
Stavo cadendo sempre più in quel vortice dannoso e terribile, per il quale la gioia non deriva più da niente. Se prima non avevo mai avuto problemi con il cibo e adoravo mangiare insieme con tutta la mia famiglia, ora detestavo tutto. Detestavo essere guardata mentre mi infilavo qualcosa in bocca, detestavo gli sguardi compassionevoli, detestavo essere ingannata con porzioni di cibo che non mi sembravano consone a quello che chiedevo e volevo. Mia nonna, quando andai a trovarla, si accorse subito di tutto. È sempre stata molto attenta a me, a tutti i suoi nipoti. Ed è grazie a lei, alle sue innumerevoli raccomandazioni e ramanzine se io sono qui a raccontare questa testimonianza. Sapeva che mi stavo rovinando, sapeva che la cattiveria che avevo negli occhi quando vedevo il cibo in tavola non era data da me; non apparteneva a me. Vedere che una persona che ami si sta distruggendo con le sue mani dev’essere qualcosa di terribile. E io lo stavo facendo. Stavo distruggendo la mia vita. E quella di tutte le persone a me più vicine. Che calvario. Che sofferenza. E poi per chi mi stavo rovinando? Per un ragazzo che non era neppure più il mio fidanzato. Che mi aveva tradito nella maniera più meschina in cui avrebbe potuto tradirmi. E solo per dimostrargli che anche io potevo incarnare il prototipo femminile tipico della società odierna. Quel fantomatico manichino taglia 38 che può andare bene come modellino per un tubino nero e basta. Eppure la mia profonda insicurezza si era aggrappata a quelle cinque paroline malefiche, dette con cattiveria e mi avevano scavato l’anima. Mi stavo perdendo. Non ero più io. Le mestruazioni scomparse. I peli cresciuti in maniera spropositata. Ricordo le mie spallucce. Troppo magre. Troppo esili. Il mio viso, già piccino di suo, stava scomparendo. Si vedevano solo i mie grandi occhi, prima vispi, contenti, brillanti, ora persi, tristi, malinconici. Ricordo anche che ogni sera mi mettevo davanti allo specchio e misuravo quanto spazio ci fosse tra una coscia e l’altra. La bilancia era diventata la mia migliore amica. Il mio umore si basava su di lei. Se pesavo 48 kg la giornata iniziava bene, se ero 49 nessuno poteva starmi vicino. Ero cattiva. Rispondevo male e pensavo solo a come fare per togliere quel chilo di troppo. Sono alta 1 metro e 70. Questo vuol dire che il mio peso ideale dovrebbe essere 58/59 kg. 48 era una follia. Eppure quello era il mio obiettivo. Quello era il mio sogno. Non sono mai arrivata a vomitare. Quello no. Ed ero anche consapevole del male che mi stavo facendo. Allo specchio non mi vedevo grassa. Sapevo di essere magra. La mia più che malattia era ancora la fase dell’ossessione. L’ossessione di essere magra. Di poter avere le gambette secche. L’ossessione di poter essere invidiata dalle altre e l’ossessione di poter essere desiderata da quel ragazzo che mi aveva spinto in questo tunnel senza luce. Detestavo la compagnia, detestavo il rumore, il chiasso. Volevo silenzio intorno a me. Letti e silenzio. Dormire, studiare e ascoltare. Riuscivo solo a fare queste cose. Parlare mi riusciva troppo difficile. Eppure fino a qualche mese prima, quando in quel tunnel ci era finita una mia cara amica, non facevo altro che chiedermi: “ ma come è possibile? nessuno le sta dietro? È tutta colpa dei genitori. Se nel 2010, dopo tutto quello che si sa su questa malattia, una ci finisce dentro è una stupida.” Queste erano le mie parole. Questi i miei pensieri. Invece, È POSSIBILE. tutti possiamo cascarci, purtroppo. Tutti ti stanno dietro ma tu li percepisci come minacce, come pericoli. Li credi gelosi della tua forza di volontà. I genitori, in molti casi, come ad esempio nel mio, sono le vittime. Non c’entrano nulla. E purtroppo è vero che le storie sono tante, è vero che si sanno molte cose su questa malattia, ma quando ci finisci dentro non sai nemmeno tu di esserci cascato. Credi di avere tutto perfettamente sotto controllo. Credi di stare benissimo. Non è così. Bisogna agire tempestivamente. Aspettare troppo potrebbe essere tardi. La mia scossa è arrivata dalla ginecologa. Mi disse testuali parole “ F. devi mangiare. Il tuo utero non risponde. Sembra quello di una bambina di 3 anni. Non ricevo segnali. Se volessi avere un bambino ora sei totalmente infertile. Non sei donna. Non ora”. Decise di somministrarmi una pillola. Bomba di ormoni per far rifunzionare la mia macchina della fertilità. IO? io che non avevo mai avuto problemi? cosa mi stava succedendo? cosa stavo facendo? Mi dissi che sarei guarita. Lo dovevo a me. Dovevo salvaguardarmi. Io non donna? Io impossibilitata ad avere bambini? Proprio io che ho sempre desiderato una famiglia? No. Non ci volevo stare. Non volevo neppure prendere ormoni estranei al mio fisico per far rifunzionare tutto. Sapevo che ci sarebbe voluto tempo. Ma volevo che tutto tornasse al proprio posto in maniera naturale. Non prendevo la pillola da fidanzata, figuriamoci se l’avrei presa per farmi tornare le mestruazioni. La parola “infertilità” mi ha dato una scossa incredibile. Così, piano piano, iniziai ad aumentare le dosi. Un piatto di pasta all’olio non era la morte di nessuno. Ed ecco che, piano piano, la lancetta della bilancia era arrivata a misurare 50 kg. Era comunque poco, porca miseria. Eppure, nella mia mente erano già passi da gigante. Purtroppo ci sarebbe voluto più impegno. Passarono i mesi, 8, per l’esattezza. Dopo 8 mesi le mestruazioni sono tornate. E la mia tranquillità anche. Nel frattempo sono riuscita a laurearmi nel tempo giusto. Ho iniziato a mangiare più normale , ma stando sempre molto attenta. Un mese dopo la laurea decisi di partire per Dublino. Decisione che mi portò a ripiombare nel baratro. Dublino da sola. Significava libertà di mangiare quello che volevo. Ho ricominciato a perdere peso. I mie pranzi consistevano in insalata. Le mie cene, a volte, erano anche inesistenti. Mestruazioni? Di nuovo perse. Di nuovo la parola inferitlità a bussarmi alla porta. Non potevo continuare così. Non potevo e non volevo. Sono tornata in Italia dopo 5 mesi e sono andata nuovamente dalla ginecologa. Stesso referto: utero da bambina. Utero infertile. Nuova sconfitta. Nuova battaglia da vincere. Nuovo peso che va acquistato. Decido di porre fine una volta per tutte a questo calvario. Mangio normalmente. Non salto più i pasti. Mangio troppo a colazione? A pranzo toglierò il pane ma la pasta devo mangiarla. Acquisto peso. Mese dopo mese, Giorno dopo Giorno. Arrivo a pesare 56 kg. Il mio peso quasi giusto. A 59 non voglio arrivarci è troppo. 56 va bene. Sono tornate le mestruazioni, è tornato il mio viso florido e vivace. Gli occhi sono quelli di prima, il sederone pure…ma va bene così. Ora il cibo non mi fa più paura. Mangio un pò di più? farò del movimento. Non voglio più privarmi di nulla. Non voglio più stare male. Non voglio più turbare il mio organismo. Non si scherza. Per un insicurezza, per un capriccio, per le mode del momento si rischia di perdere il controllo e di arrivare ad un punto senza ritorno. Ci sono storie che non possono essere nemmeno lontanamente paragonate alla mia. Ma nel mio piccolo, può essere anche questa una testimonianza importante. Non sono arrivata alla malattia ma ci sono andata vicina. L’ossessione è molto grave ugualmente. Ci si ammala con facilità e molte donne, quelle che sono guarite da questo terribile calvario, ne portano ancora i segni. Nessuno guarisce del tutto. La tara rimane. Ci si ammala per insicurezza, per sentirsi migliori, per disagi, per carenza d’affetto familiare e d’amore. Sono innumerevoli e molteplici le cause. Fatto sta che ci si AMMALA. E come ogni altra malattia, i disagi fisici e psicologici sono tantissimi. Vorrei aiutare tutte queste bambine, ragazzine e donne, vittime di questo secolo malato. Vorrei che potessero credere più in loro stesse. Non c’è nulla che non vada in una persona un pò più in carne. Non c’è niente, ma proprio niente che non vada. Le cattiverie sono spesso gratuite e gli animi sensibili ne risentono troppo. Ma quello che non viene capito è che non otteniamo la nostra rivincita. Non otteniamo più affetto o amore. Ci facciamo solo male. Facciamo solo male a noi stesse e al nostro organismo. Saremo dapprima più magre di prima, poi magre, poi magrissime, poi trasparenti. Poi finiremo in un letto di ospedale. Senza nemmeno la forza di dire che vorremmo ricominciare a vivere. Senza più il coraggio di farcela. Di farcela davvero. Lo dobbiamo a noi stesse. Siamo donne. Abbiamo una forza incredibile. Dobbiamo cercare di non permettere a niente e a nessuno di farci vacillare e di farci pensare che non siamo abbastanza. Siamo tutto quello di cui abbiamo bisogno. Il cibo non deve diventare un nemico. Bisogna sapersi regolare, certo, non esagerare, come in tutte le cose. Ma togliersi il cibo dalla bocca, vomitarlo, disprezzarlo non ci aiuterà a sentirci meglio. Staremo sempre e solo peggio. Vittime in un vortice senza ritorno. Vittime di noi stesse. Diventiamo noi la nostra prigione. Diventa il cibo il nostro carnefice.
Stai bene, magra staresti meglio testo di F.C.