Venuto al mondo
Immagina guardare il cielo un freddo mattino d'inverno,
e vederci veramente Dio.
Cosa gli chiederesti,
gioia del cuore,
o la salvezza dell'io?
Così è complessa la mente dei semplici,
che scarabocchia sui colori, per inventarsi compiaciuto,
il più strano dei dolori.
Non c'è parola alcuna che possa consolarti,
ti accovacci,
chini l'capo e serri l’ occhi ricordando.
Spazi caldi, forse angusti,
preludio di uno iato,
il tempo del mondo,
tanto anelato.
Tutti giusti i tanti mesi,
votati a convincerti della beltà del senso,
quando di lui,
poi,
neanche l’ombra,
in mezzo ad un mondo imperniato sul con-senso.
Nascesti, poi,
e beltà divenne tutta da rifare,
nel casino delle genti, faticasti a respirare.
Duro e lungo è il mestiere della vita,
e forse, memore di giorni carichi di maraviglia,
chiederesti a quel Dio proprio un ultima scintilla,
focolare,
O nascente barlume,
qualsiasi cosa da tenere stretta,
con occhi buoni pronti a ricordarti
che non è il gelo la sconfitta
e che tante sono le stagioni,
da confonderti gli umori.
Venuto al mondo ti aspettavi d’esser pronto,
e il mistero d’un mestiere tanto arduo,
t’ha sconvolto.
Poi impari, conosci
Ignori,
e ti stupisci,
di un miracolo ignorato,
che così forte e fremente
della prontezza t’ha spogliato.
Sei vivo e ridente, anche del grigiore.
A che servirebbe la meraviglia,
se non fosse anche dolore?
Venuto al mondo testo di Ludovicagabbiani23