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Una forza estranea
sembra sapermi,
avermi,
a tratti possedermi.
Mi accorgo continuamente dello sforzo immane che devo impiegare dentro me per sfiorarmi, per il senso del tatto dai pochi spazi aperti da barlumi di coscienza, respiro a fatica.
Attimi di presenza che mi permettono di vedermi, di sentirmi, come lampi in una notte buia.
Sempre troppo brevi.
Mi inoculo pillole di pensieri, di riflessioni, di coscienza, di attimi di tempo.
Di quel tempo dove la certezza è quasi saggezza.
Quasi mi stanco mentre cerco di tornare al punto in cui mi sono perso, perchè mi sono perso.
Mi aggrappo ai pensieri solidi che non vedo, quelli costruiti con tanta fierezza quando questo possesso non mi annulla.
Li afferro come una tigre feroce avida e affamata di non lasciarsi scappare l'ultima preda rimasta, quell'ultima occasione di continuare a esistere, di sopravvivere , l'unica salvezza che sembra sfilarsi dagli artigli di ogni tentativo di riprenderla.
Perché mi perdo?
Perché mi perdo.
Mille domande e contraddizioni innocue mi invadono interrompendo processi che credevo solidi.
Uno scalatore che scopre continuamente la non vetta.