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C’è stata un’eclissi, guarda, che luna!
L’ho vista sopra il tetto, dalla finestra la guardavo, mezza rossa e mezza blu.
Nell’angolo, di solito, se ne stava ad aspettare il cambiamento.
Soffriva in silenzio e sognava il risveglio.
Il problema, e lo sapeva, è che a svegliarsi la mattina non era più se stessa:
di giorno si trasformava nel sole e doveva aspettare la sera per ritrovarsi nel letto.
E allora la notte, poi, esisteva illuminata, ma non se ne accorgeva perché il tempo lo passava a dormire, con gli occhi del mondo pieni di sé.
Ecco il circolo vizioso, era sempre tutto uguale: da sveglia sognava di essere altro, e da addormentata non riusciva a ricordare se stessa.
Buia si scrutava nello sguardo, tenebrosa nelle gesta: faceva invidia ai lampioni, alle lampade tristezza, e generava un’immensa malinconia agli umani con i cuori spezzati.
Le lucciole, più piccole di tutti, provavano un irrefrenabile senso di inferiorità a viaggiare di notte sulle autostrade del vento, consapevoli che la loro luce sparisse nel vuoto, che erano oscurate dai raggi di quel complessato sole notturno.
Quella sera, tuttavia, si era ritrovata divisa a metà, con un solo spicchio illuminato e l’altro oscuro
ma sveglio, che guardava per la prima volta attento l’altro.
Si stava finalmente scoprendo e si riconosceva in se stessa: osservò a fondo il destino per cui era stata creata e, nel brillare, volse gli occhi a se stessa: bella, in pace, silenziosamente fragile.