Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Camminava con la calma che la contraddistingueva nella corsia di un ospedale. Gli abiti le frusciavano addosso e si muoveva con passo leggero, senza far rumore. Quante erano le persone con cui aveva avuto a che fare in ospedale? Non sapeva dirlo. Troppe per poterle contare. Ogni volta che doveva fare il proprio lavoro in ospedale non poteva fare a meno di impedire a sè stessa di assumere un atteggiamento malinconico. Le dispiaceva enormemente percepire tutta quella sofferenza e quel dolore che riempivano l'aria, mista all'odore del disinfettante.
Quello che le sarebbe piaciuto enormemente sarebbe stato non esercitare più la sua professione. Ogni tanto fantasticava della possibilità di non lavorare più. Come le sarebbe piaciuto andare in pensione e non dover più affrontare quelle facce incredule, gli occhi gonfi di lacrime cadute e di quelle non ancora versate, la voce strozzata dall'angoscia e la rabbia dei familiari.
Ma quel momento sarebbe stato tanto distante nel tempo da poterlo anche solo immaginare. Scosse la testa, come a rimproverare sè stessa di essere caduta ancora una volta in questi pensieri tristi, mentre svoltava l'angolo ed entrava nella corsia del reparto di oncologia. Sapeva bene dove doveva andare. Un giovane medico, divisa celeste sotto e camice bianco, usciva pallido e assorto dalla camera dove era diretta. L'espressione stralunata e le occhiaie le fecero intuire che non era qui da molto e pensò che nella sua carriera avrebbe avuto a che fare con lei fin troppe volte. Un sorriso amaro le si formò sulla bocca, che scacciò subito con insofferenza. Doveva essere seria, soprattutto in un simile frangente. Lei e il medico si incrociarono, ma lui non alzò nemmeno lo sguardo. Non ci badò neppure. Era fin troppo abituata all'indifferenza della gente e ci aveva fatto fin troppo il callo.
Arrivò alla porta e la tirò, con dolcezza ma estrema fermezza e superò la soglia. All'interno vi era una camera e due letti d'ospedale, ma solo quello più vicino alla finestra era occupato da qualcuno. Vi era sdraiato un uomo molto anziano e magro, che aveva sul viso una maschera per l'ossigeno e una flebo che si dipanava dall'ago del braccio fino alla forcella. Una bottiglia di liquido bianco faceva colare lentamente il fluido nel tubicino. Accanto gli era seduta una signora altrettanto anziana che gli teneva stretta la mano. La donna, dai capelli d'argento, pareva essersi addormentata e aveva il capo chino sul petto.
Lei si approssimò al letto e scosse dolcemente la spalla del vecchietto. "Forza, Roberto. Dobbiamo andare."
Roberto parve scuotersi lievemente dal torpore in cui pareva immerso e la guardò con gli occhi annebbiati, finché non la riconobbe. Tutti la riconoscevano.
"Avevo fretta di vederti e timore che saresti venuta.", gli disse lui con un sorriso, tirandosi su a sedere, mentre la mano della donna scivolava dalla sua.
"Mi domandavo quando saresti venuta, ma allo stesso tempo non volevo incontrarti". Lei sorrise a quasta contraddizione, riconoscendo un atteggiamento che le era capitato di incontrare fin troppe volte. "Poi," continuò lui, "ieri ho incontrato i miei adorati nipoti e ho dato un bacio a mia moglie. Quindi possiamo fare ciò che dobbiamo senza ulteriori dilazioni"
"Bene", gli fece lei. "Non mi piace il mio lavoro quando non do la possibilità ai miei clienti di essere felici."
"Soffrirà?" gli chiese lui guardando la donna seduta.
Lei, che intanto si era diretta verso la portà si voltò a guardarlo. "Ne sono sicura. Ma se ti può essere di qualche consolazione, ti posso assicurare che il suo dolore sarà breve. E' una donna forte. Lo è dovuto diventare, per starti accanto per tutti questi anni."
Questa volta fu lui a sorridere. "Quanto è vero." "Tuttavia, soffrirà meno di quanto avrebbe patito la prima volta che ci siamo incontrati."
Lui ammutolì, poi annuì, pensieroso. Si alzò dal letto e si diresse all'armadio, da cui tirò fuori i suoi abiti, appesi alle grucce.
Ricordava bene la prima volta che si erano incontrati. Lui attraversava un brutto momento con l'alcool e aveva seriamente preso in considerazione la possibilità di suicidarsi, dopo la perdita del lavoro. Così, guidato da un impulso, aveva raggiunto la stazione dei treni più vicina con l'intenzione di buttarsi sui binari appena fosse passato un treno. E stava anche per farlo, se una ragazzina, che poteva avere l'età della sua figlia più piccola non avesse avuto la stessa idea. L'istinto, in quei momenti ferali, ebbe la meglio sulla razionalità e lui si spinse in avanti per tirarla indietro. Come fu riuscito a trattenerla, però, si sbilanciò lui stesso verso la locomotiva in movimento. L'impatto, che doveva essere stato terribile, lo sbalzò sulla banchina per quattro o cinque metri, per arrestare la sua corsa contro una colonna che sorreggeva il tetto. Di ciò che successe dopo ricordava soltanto la folle corsa in ambulanza, con le sirene dell'auto medica spiegate, mentre un soccorritore gli piegava le costole ritmicamente e spingeva il proprio alito di vita nei polmoni di lui.
Si era così trovato in sala operatoria e lì l'aveva incontrata per la prima volta. Ne ricordava lo sguardo incredibilemente triste con cui lo rimirava. E poi ne sentì la voce. Parole che non avrebbe mai e poi mai dimenticato.
"Devo ammettere che sei stata di parola. Ti devo ringraziare per i trent'anni in più che mi hai regalato.", gli fece lui mentre si abbottonava la camicia.
Lei scosse la testa. "Non sono stata io a darti altri quarant'anni. Sei stato tu a farlo. Ricordi il nostro patto?"
" "Sei un brav'uomo e puoi fare ancora molte buone cose, per te e per gli altri. Facciamo così: tu combatti e io ti salvo. Tu ti conservi in buona salute e io farò del mio meglio per darti altri quarant'anni di vita." Come dimenticare parole come queste?"
Lei annui, mentre un sorriso compiaciuto le si dipingeva sul volto. "Esatto. Hai smesso di bere e ti sei trovato un nuovo lavoro. Hai amato tua moglie e ti sei mantenuto in forma. Hai amato e sei stato ricambiato. Tu hai mantenuto la tua parte dell'impegno e io la mia."
"Capisco." Si sistemò la cravatta e si mise la giacca, poi si avviò anche lui verso la porta. Una piccola lacrima gli scese sulla guancia, ma no si curò di asciugarla.
"Non era necessario che ti vestissi in maniera tanto elegante. Anche il camice ospedaliero sarebbe stato sufficiente."
Lui scosse la testa con energia. "Volevo essere elegante un'ultima volta. Non capita tutti i giorni di uscire dall'ospedale a braccetto con Madam Morte.
Lei gli sorrise ed entrambi si diressero verso l'uscita. L'aria della primavera avvolse entrambi con un dolce abbraccio, mentre si avviavano lungo la strada per l'ultima volta.