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<<Cosa vuoi che sia …c’è sempre chi sta messo peggio >>.
Questa era la frase che ripeteva in continuazione mia madre. Un insieme di parole concatenate tra loro che sembravano dover aggiustare il peso di qualsiasi dispiacere sfiorasse la nostra vita. Aveva pronunciato quella frase persino il giorno che mio padre era fuggito di casa con la solita scusa di andare a comprare un pacchetto di sigarette.
<<Cosa vuoi che sia>> – mi ripeteva- <<C’è sempre chi sta messo peggio: tipo questa nuova donna che ora dovrà sopportarlo>>.
L’aveva detto quasi ridendo come se volesse farmi credere che di quella fuga improvvisa non le importasse niente, anzi che ne fosse quasi sollevata.
<<Mi manca papà >>- le dicevo spesso <<Non mi importa se qualcun altro sta messo peggio di me>> ripetevo.
E lei rimaneva in silenzio, si affacciava dalla piccola finestra che avevamo in cucina e mi indicava la leggerezza degli uccelli che volano nel cielo. Ammiravo le loro grandi ali spiegate che volavano sopra i tetti, ma lì per lì non capivo cosa c’entrassero con i miei dispiaceri: non comprendevo il perché me li stesse indicando.
Si sa però quando si è piccoli, tendiamo ad assorbire come spugne le cose che sentiamo o che in qualche modo ci vengono insegnate. Così quando sono cresciuto e sono diventato un uomo, mi sono portato dietro il ricordo di quella frase. Sebbene inizialmente non comprendessi appieno il significato delle parole di mia madre, le ripetevo in automatico ogni volta che un dispiacere o una preoccupazione, provavano a bussare nella mia vita. Mia madre quelle parole me le aveva cucito addosso quando ero piccolo, come se avesse preso ago e filo e ne avesse fatto un maglioncino che non potevo in alcun modo togliere. Pronunciai quella frase persino il giorno in cui persi il lavoro e dovetti comunicare a mia moglie che i soldi accumulati per pagare l’affitto non bastavano più.
<<Non me ne faccio niente delle tue belle parole, se non porti neanche un centesimo in casa>> mi disse lei prima di andarsene.
Colto dalla disperazione non credevo più neanche io alle parole di mia madre. Forse all’inizio erano una sorta di finzione: una copertura per non far pesare sulle mie spalle e quelle di chi amavo ogni preoccupazione (un po' come aveva fatto mamma con me quando ero piccolo), ed ora dopo il mio fallimento lavorativo e l’abbandono di mia moglie, quella frase cucitami addosso mi sembrava così stupida.
Una sera affacciandomi alla piccola finestra in legno della mia stanza, vidi la leggerezza degli uccelli in volo (quella di cui mi aveva parlato mia madre. Solo allora capii cosa volesse dirmi quando indicava quei volatili. Guardandoli sfruttare le correnti d’aria a loro piacimento, mi accorsi di come la loro voglia di vivere fosse più forte di qualsiasi cambio sfavorevole del vento. Mi parve allora di sentire la voce di mia madre, di udire le stesse parole che aveva detto quando mio padre era andato a comprare le sigarette e l’aveva lasciata sola.
<<Cosa vuoi che sia, c’è sempre chi sta messo peggio, tipo l’uomo che ora dovrà sopportare tua moglie << mi sembrò di sentirle dire ridendo.
Una cosa mia madre mi aveva insegnato: ed era che per planare sui dispiaceri e riuscire a vivere, bisognava ironizzare.
<<L’ironia è il paio d’ali di ogni uomo >> - mi aveva detto una volta- << Sfruttale per non precipitare a terra. Se sdrammatizzi sulle cose resterai in perenne volo, un po' come fanno i volatili con le correnti: le affrontano con le loro grandi ali planando sui tetti delle case.