Marisol è tornata (parte 2 di 3)

scritto da Saindai
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Testo: Marisol è tornata (parte 2 di 3)
di Saindai

{Al Palatino}
Non so quanto sia verosimile, pure se è agosto, comunque, come era successo al Bioparco, è importante che il posto appaia deserto. 
Leo – Anvedi, non c’è nissuno! Sembra che semo li padroni del Palatino mò, Margò. 
Cominciano a camminare pigramente tra le rovine senza una meta precisa.
Leo – Margò, ch’ho pensato tutta la notte a quello che t’è successo, m’ha tanto rattristato. Mò cosi tutta sola, porella. 
Poi me so’ detto <> 
Io nun so che hai in mente de facce a Roma, quanto ce voi resta, so’ scelte tue. Però sappi che mò na casa se vuoi ce l’hai. 
Finisco de svuota’ la camera de mamma, la ripulimo e la imbiancamo come se deve, ce mettemo dei mobili nuovi e semo a posto, la tu camera è bell’e pronta.
Margo – Tu vuole que resto a vivir con tigo?
Leo – Ma solo se te va, ovviamente. Finché stai a Roma, o comunque finché pensi che nun c’hai un posto migliore dove anna, è pure casa tua. Io so solo Margò, e mò so’ pure vecchio. Avecce quarcuno in casa me fa piace’. – Si blocca. – Ma, nu capì male, nun’è che te chiedo de famme da badante. E ce mancherebbe!
Io m’arrangio da me, ma m’arrangio proprio. Io nu ne voglio proprio de badanti, mò, ma pure dopo. E nu c’hai da paga’ niente, su sta cosa nu accetto discussioni.
Margo – No sè che responderte, Leo. Gracias por la oferta. Estoy en una situación muy complicada es claro. Permanecere a vivir en tu casa, por ahora… Cercarme un trabaho aquì a Roma. Porché no, despues. 
Regresare a España, a dónde? Yo no hay posto para mí a lí. La universidad está suspendida por ahora. De più, tal vez ha terminada para siempre. 
Sì, ci pensarè un poco, su esta idea, Leo. Ahora me veo obligada a vivir al día. [Altro rimando a Marisol. Margo ora è obbligata a vivere al giorno per giorno, lei lo faceva per scelta]. 
Leo – Certo, sò scelte da pìa con calma. Comunque per ora a casa ce stai già. Un posto a Roma già ce l’hai, insomma. Vedi te.
Stacco 
Ora sono sulla terrazza in cui si svolge parte del film “Ottone, o gli occhi non vogliono in ogni tempo chiudersi" di Straub e Huillet, con una bella vista di Roma.
Margo – A Leo,  Ayeri, cuando te domandai por qué tuo amigo te llama Mimo…
Leo la interrompe pedante – Mim-mo; con du emme.
Margo – Sì, Mim-mo. Bien, me respondisti que era una historia complicada y que me lo explicaravi en otro momento. 
Explícamelo ahora, por favor. Porque incluso el quiosquero, el giornalaio, te llamó Mimmo, y no Leo. E lo mismo el chico che noi encontramos por la via.
Mimmo un po’ imbarazzato – Provamoce. Io me chiamo Leo proprio. Però me chiamo pure Domenico. Cioè, me chiamerei Leo Domenico.
Margo – Leo, Domenico? E Mimo… Mimmo, por tanto?
Leo – Aspetta che mò c’arrivo. Mimmo è er diminutivo de Domenico. Proprio come Margò lo è de Margherita [al solito dice Margherita, e non Margarita, come dovrebbe].
Ma a me Domenico n’un me mai piaciuto. Così prima, ma tanti, tanti anni fa, me facevo chiama’ Leo e basta. 
E’ normale per chi c’ha du nomi sceglienne uno. Nun’è che uno se fa chiamà, che ne so, Gianni Andrea o una se fa chiamà Francesca Maria. – Si riblocca. – Cioè, ce n’è che se chiameno, come dì, Maria Antonietta, o Francesco Giuseppe, almeno me pare… Comunque se capita, capita de rado. Questo a meno che nu li metti insieme proprio; come dì, li fondi. Pe’ fa n’esempio Giampaolo, che sta per Gianni Paolo. O Gianmaria, che sta per Gianni e Maria… – E’ interdetto ma non si blocca. – Pure se, in effetti, Maria sarebbe un nome da donna…
Margo – Leo, yo no comprende nada. Cosa es esta confusion de Nombres?
Leo – C’arrivo Margò, ce vo’ n’po ma c’arrivo a spiegatte. 
Prima, ma moolto prima d’adesso, usavo Leo e non Domenico, come nome. Cioè, a volte me chiamavano pure Mimmo, che è, lo ho già detto, er diminutivo de Domenico, mentre proprio Domenico mai perché nu me piace pe’ niente. 
Comunque io, quando me chiedevano come me chiamavo, dicevo sempre e solo Leo. Capisci ora Margò?
Margo – Forse. Pero el fato es che tre persona su tre te llamaron Mimmo y ninguno, excepto yo, te llama Leo.
Leo titubante – Perché, a un certo punto, nemmeno Leo m’è piaciuto più. 
E siccome, e l’ho spiegato, me chiamavano pure Mimmo, a comincia’ da la mi cara nonna Teresa, che sempre e solo Mimmo ha voluto chiamamme, ho detto a tutti:  << Sai che c’è, Me volete chiama’ Mimmo? E allora da mò me dovrete de chiama’ Mimmo solamente. >>
Margo – Bueno, pero yo continuo  a non entendere porqué me dijiste a my que te llamaba Leo, no Mimmo, pero te facía llamare Leo solo en el pasado.
Leo sempre titubante – Quando m’hai chiesto come me chiamo, m’è venuto da ditte Leo, tutto qui.
Margò, insistente – Sì, pero porché?
Leo ancora più titubante – Perché ar tempo che incontrai Marisò, me facevo ancora chiama’ Leo…
Margo – Marisol the lliamava Leo, portanto.
Leo a voce bassa – Sì…
Margo – Pero despues el nombre Leo no te ha più gustato.
Leo – Sì, cioè no, cioè sì: famme chiamà Leo nun m’è più piaciuto.
Margo – Ahora creo de aber comprendido bien.
Leo – Oh, ma se preferisci chiamamme Mimmo tu pure, puoi fallo, ce mancherebbe.
Margo – No, prefiero a Leo. E te ho già dicho que Memo en español signifìca tonto. Y tu no es tonto.


{Ridipingono la stanza della madre di Leo [soggetto e in parte trattamento]} [3 agosto]
{Margo Vede la Fiat 100 d di Leo in garage. Ci sono scesi per portarci un vecchio comò.}
Leo e Margo entrano attraverso un portone basculante, ovviamente dunque aperto, in un garage abbastanza spazioso. Stanno portando un comò di foggia antiquata [è lo stesso su cui nella prima scena Leo appoggia la foto incorniciata della madre]. 
Al centro c’è un’auto coperta da un telo; su un lato alcune scatole impilate su una scaffalatura di metallo. E’ evidente che lo spazio sia gestito in modo che la macchina possa comodamente essere portata fuori, attraverso la porta basculante. 
Prima di cominciare a ridipingere la camera della madre di Leo, lui e Margo stanno portando in garage gli ultimi mobili rimasti: il comò in questione più la rete del letto e altri due comodini, che sono ancora di sopra e che porteranno giù subito dopo. Li terranno lì fino a quando non verranno a ritirarli quelli dell’ama. 
Leo spiega che non c’è altro perché materasso e armadio e spalliera del letto li ha già fatti portare via precedentemente [e già non ci sono più nella scena iniziale]. Spiega anche che è meglio mettere il comò nello spazio libero dietro all’auto e che riporranno il resto della mobilia di cui sopra, che è leggera, nelle porzioni vuote degli scaffali, perché preferisce lasciare aperto il passaggio all’auto.
Al che Margo si mostra incuriosita e gli chiede subito di togliere il telo sull’auto per fargliela vedere.
Leo obbedisce e appare la Fiat 1100 d di Mimmo in “Bianco Rosso e Verdone”. E’ ancora nel medesimo stato del film cioè ben conservata.
Margò si mostra molto curiosa – Tu tiene una automovil de epoca? Es mui bella, mui bien conservada.
Leo – Te piace? Strano pe’ na ragazza giovane. Mentre questa è na vecchia macchina, ma tanto vecchia, quasi quanto me. 
Cioè, c’ha quindici anni meno de me, ma è ‘n botto d’anni comunque. La uso ancora, sai? Quattro o cinque volte l’anno p’annacce a fa’n giretto fuori Roma. Ma no distante, comunque. Pe’ falle sgranchì le gambe, diciamo. E se te va, te ce porto, a fa’ un giretto uno di sti giorni. 
Margo – Cierto que me va a Leo! Una excursión por los suburbios de Roma en pleno agosto. Es maravilloso!
Leo – Va come n’orologio. La manutenzione gliela fa Geremia, un vecchietto in pensione da mo’ ma che colle macchine d’una vorta è’n mago. Nu me chiede quasi niente de mano d’opera. Pe’ questo e perché è na macchina d’epoca, quindi pago proprio poco de bollo e assicurazione, me la posso permette. 
Er garage è mio poi. Cioè, mio, fa parte der contratto de nuda proprietà. Er titolare ha fatto carte quarantotto pe’ fasselo vende.
Margo perplessa – Que signifìca carte quarenta ocho, Leo?
Leo – Sì, scuseme, sarà en modo de dì solo italiano, probabilmente. Vuor di’ c’ha provato in tutti i modi de comprallo direttamente, er garage. E mamma sarebbe stata pure d’accordo. Però io nun’ho voluto manco pe’nniente. No-ne. Senza garage niente machina. Ma devi sapè che proprio co’ questa machina ce portai nonna Teresa a votà da Vicenza [è Verona ma lui si confondeva allora e si confonde ancora] a Roma. Er su ultimo viaggio, porella. Sta machina, finché campo, si posso, me la tengo.

{Nella stanza che fu della madre, in fase di ritinteggiatura}
La stanza non ha all’interno più alcun mobile. La pittura che usano è bianca. Sia Leo che Margo indossano maglietta e pantaloni lunghi, palesemente vecchi capi logori. 
La maglietta di Leo è quella indossata da Mimmo in Bianco rosso e Verdone. I pantaloni di Margo sono beige le vanno larghi e li tiene stretti con una cinta annodata; sono chiaramente di Leo e visto il colore sono gli stessi che indossava lui in Un sacco bello. 
Evidentemente Margo ha accettato la proposta di venire a stare almeno per un po’ da Leo.
Al che Leo le dice di averci ragionato su bene e che per la parte sua le cose stanno così: finché vivrà lui lei potrà abitare in questa casa. 
Quindi se deciderà di stabilirsi a Roma, sempre finché vivrà lui un luogo dove abitare gratuitamente ce lo avrà. E questo è molto importante visto il costo proibitivo degli affitti. 
Leo le da la sua parola che non cambierà mai idea – E io c’avrò un mucchio de difetti ma pe’ me la parola è sacra.
Per quanto riguarda il vitto, pure ci penserà lui, idem per luce e gas. Il condominio non serve pagarlo perché se ne occupa già il titolare della proprietà. 
Secondo lui Margo deve assolutamente finire l’università. Le chiede cosa studia e lei gli risponde ingegneria industriale. Lui le dice che è ignorante su queste cose ma viste quante università ci sono a Roma, Ingegneria industriale ci sarà anche lì di sicuro. 
Comunque, se c’è davvero e la può frequentare pure lei che è straniera, prima si deve studiare un po’ meglio l’italiano e poi ci si deve iscrivere senz’altro, sempre secondo lui [Leo non impone mai nulla a nessuno]. 
Lei gli spiega che anche se accettasse, ed è davvero troppo presto per pensare a un cambiamento tanto radicale nella sua vita, non è così facile. E che ci sarà senza dubbio pure una retta salata da pagare. 
Lui espone la sua situazione economica: [qui ne faccio un resoconto particolareggiato. Forse Leo resterà più sul vago ma l’importante che si capisca bene con quali entrate vive].
Una volta faceva il tecnico riparatore di elettrodomestici ma una ventina di anni fa il negozio in cui lavorava ha chiuso e lui non ha cercato altri posti simili siccome oramai tv e elettrodomestici non li ripara più nessuno.
 C’era anche da occuparsi di sua madre e decise di farlo a tempo pieno. Ma la pensione di lei non sarebbe bastata allora decisero di vendere la nuda proprietà del loro attico. Però prima avevano passato la proprietà a lui. 
Gli avevano consigliati di vendere, piuttosto; perché un attico in quella zona di Roma vale un patrimonio, pure se il loro sarebbe da ristrutturare, ma sia lui che la madre erano molto affezionati a quella casa e soprattutto non volevano lasciare Roma. Invece, se avessero venduto, comprare un’altra casa in città sarebbe costato loro buona parte di quanto ottenuto dall’attico e quello che rimaneva era troppo poco per viverci anni ed anni. 
Dunque optarono appunto per vendere la nuda proprietà. 
Visto che all’epoca lui aveva solo 55 anni, per non ricevere davvero troppo poco, scelsero l’opzione di una rendita fissa. Il titolare della nuda proprietà avrebbe versato 1300 euro al mese indicizzati all’inflazione per tutta la durata della vita di Leo, in più si sarebbe occupato delle spese di condominio che non sono molte, visto che nemmeno c’è l’ascensore. [Calcolando 83 anni, meno 55 fa 27  che x 1300 x 12 fa  421.200 euro che + 1200 x 27 fa 456.600, mi pare ragionevole per un attico che alla fine varrà più di un milione di euro.] 
A questo punto Leo oggi dispone di questi 1300 euro mensili più la pensione di vecchiaia che riceve da sette anni -se ne ha diritto- di circa duecento euro. [Se non avesse diritto alla pensione per via della rendita, allora per ottenere comunque un’entrata di circa 1500 euro mensili occorre aumentare l’età in cui ha stipulato il contratto di nuda proprietà a 60 anni; 22 x il resto, fa pure meno; cioè 396000 + 26400 = 422.400]. 
Riepilogando Leo ha una rendita mensile complessiva di circa 1500 euro ma non deve pagare ne’ affitto ne’ condominio.
Margo infine gli dice che grazie a Leo ora non prova più quella sensazione terribile di essere stata abbandonata dal mondo intero e che anzi, sente che un futuro ce lo può avere pure lei. Quindi prenderà seriamente in considerazione la proposta di Leo, d’altronde nemmeno le mancano molti esami, ma che se accetterà vuole assolutamente contribuire alle spese che ci saranno, quindi dovrà trovarsi un lavoro.
Leo protesta un po’, ma su ciò lei è tassativa: o lavorerà o non se ne farà nulla. A questo punto Leo non protesta più e ammette che le sue entrate sono effettivamente un po’ troppo misere per viverci in due con la spesa addizionale dell’università.


{Incontro con la zia di Leo in Piazza Santa Maria in Trastevere} [4 o 6 agosto]
Leo scorge la zia a una ventina di metri da lei e fa cenno a Margo di nascondersi dietro un qualche riparo [un tabellone pubblicitario, per es.)].
Leo – Mannaggia, mi’ zia! Nasconnemoce lì Margò. Se me vede m’ammolla un pippone che nu te dico.
La zia che invece l’ha già visto gli urla – Leo caro! Ciao. Ma che fai, scappi? Dai, vieni. 
Leo finge di essersi accorto di lei solo in quel momento e le va incontro con passo ben poco deciso; Margo lo segue. 
Quando è a pochi metri da lei dice imbarazzato – Zia, a ciao. Nu stavo a scappa’ è che nu t’avevo vista.
Zia – Certo, certo, non mi avevi vista. Tu non vedi mai nessuno. Una volta hai persino evitato di salutarmi, facendo finta di guardare da un’altra parte. 
Vabbè poco Importa. Ero proprio venuta per consegnarti un invito ma siccome non eri in casa te lo ho lasciato nella buca delle lettere. 
Ma chi è questa bella ragazza che t’accompagna. Una ragazza insieme a Mimmo, da non credere.
Leo imbronciato – Però na vorta c’è stata na ragazza vicino a me, te ricordi Zia?
Zia – Che? 
Leo – A Claretta, zia.
Zia – Ancora con quella faccenda di Claretta, Mimmo? Saranno passati, e sì cinquanta anni. Ed eravate cugini primi sì o no?
Leo sempre imbronciato – Era solo n’bacio, zia.
Zia – E se anche, cosa cambiava? 
Leo – Vabbè zia, lasciamo perde C’hai ragione, ok? – Nel suo tono pedante.
Zia – Dunque, questa bella giovane. – Guardando Margo. – Che mi dici di te, mia cara?
Margo in tono neutro – Yo me llamo Margarita, soy española.
Zia – Sì, mia cara, questo mi pare evidente. E come l’hai conosciuto il nostro Mimmo?
Leo si intromette, imbarazzato – Beh, in realtà è na lontana cugina. Ma lontana, lontana. -ridacchiando. – E’ in visita a Roma e la ospito pe’ n’po’ io.
[Avrebbero concordato, lui e Margo, -da definire quando- questa scusa della cugina, perché in qualche maniera renderebbe meno complicato spiegare la loro coabitazione senza suscitare sgradevoli insinuazioni o, almeno, riducendole un poco]. 
Zia – Parenti in Spagna, Leo? Però non dalla nostra parte della famiglia. Non mi risultano parenti spagnoli, ne sono sicura. E riguardo a quella di tuo padre, mia sorella non mi ha mai accennato a parenti spagnoli. Strano. 
Leo titubante – No, c’hai ragione Zia, nu ce so’ parenti in Spagna. Co’ te sta storia nu regge. Tu sta cosa nu’ la poi crede. No, Margò è solo na mi’ amica. 
Nu sapeva dove anna; io mò c’ho casa vuota, allora…
Zia molto stupita – Fammi capire, Leo; adesso convivresti con una giovane che avrà cinquanta anni meno di te? 
Che ti è successo di colpo? E palesemente te ne vergogni pure; altrimenti perché questa ridicola storia della cugina?
Leo Sempre imbarazzato ma pure contrariato – Ma che conviviamo, a Zia! La ospito soltanto. E’ na mi’ coinquilina, insomma.
Zia – Ti sei messo a dare le camere in affitto, ora che è morta la mia povera sorella? Però non mi sembri proprio il tipo che ospita estranei in casa sua. 
Tuttavia… Certo, forse hai bisogno di arrotondare le tue misere entrate, dico bene?
Leo – No zia, nu dici bene pe’ nniente. Le mie entrate so’ quelle che so’ ma me bastano. Margo nu me paga n’euro; manco c’ha sordi, porella. 
L’ho incontrata per caso. Sta sola a Roma. E sta pure in una situazione che nu te dico. – Rivolto a Margo in tono dispiaciuto – Scuseme se je dico ste cose tue, a mi zia, ma deve pure rendese conto del perché mo’ c’ho na persona in casa e che tra me e te nu c’è niente. Mica me va che pensa male de te. 
Margo ha una espressione vagamente divertita – Certo. Comprendo.
Leo di nuovo rivolgendosi alla zia. – Le sono successe delle cose brutte, che nu’ te sto a spiega’, perché so’ affari sua, ma c’ha davero bisogno d’aiuto.
Zia a Margo – Dunque ti ospita gratis. E bravo il nostro generoso Mimmo. Comunque da lui non devi temere brutti scherzi, è un vero gentiluomo. – Rivolgendosi a Leo. – Pure troppo, Mimmo.
Margo – Leo es l’hombre mui bueno che yo conozco.  No tengo ninguna duda sobre su honestidad.
Zia di nuovo stupita – Leo? Ti chiama Leo... Permettimi di essere stupita un’altra volta. 
Sono… anche qui... più o meno cinquanta anni, che non ti lasci più chiamare Leo.
Leo scocciato – Zia, a Margò Mimmo nu je piace proprio. M’ha spiegato che Memo in spagnolo significa tonto.
Zia allusivamente – Ma pensa un po’, alle volte. [E’ chiaro che considerare Leo un po’ tonto è comune tra i suoi familiari.] 
Comunque, veniamo al dunque. Sabato questo [siccome l’anno in cui è ambientata la storia è il 2025, per via del cinquantenario dal film originale, si tratterebbe di sabato nove agosto.] festeggiamo i diciotto anni di Victoria [Victoria Beckham era ancora molto famosa nel 2007]. Nella casa nuova. Credo di averti parlato della casa nuova al funerale della tua povera mamma.
Leo – Me n’hai parlato, me n’ai parlato, zia.
Zia – Ok. Comunque mi farebbe piacere che una volta tanto passassi un po’ di tempo insieme a noi. E questa mi pareva proprio l’occasione giusta. 
Ti avrei telefonato, se non avessi smarrito il tuo numero. A proposito, ridammelo così stavolta lo aggiungo ai contatti.
Leo – Il mi numero? E chi se lo ricorda. 
Zia – Non ti ricordi il tuo numero di cellulare… Vero… [non sarebbe una novità che Leo non conosce il proprio numero di telefono.
Leo – E’ vero sì zia, nu me lo riseco mai a fa’ entra’ in testa, mannaggia. Sai com’è: er telefonino nu lo uso quasi mai… Anzi, praticamente mai.
Zia – E va bene. Allora prendilo e leggilo da lì.
Leo – Da lì? E mica ce l’ho messo il mi’ numero sur telefonino. Nu ce n’ho messi proprio, i numeri. Li tengo su n’agenda a casa.
Zia indispettita – Oh mamma mia Leo! Sei un disastro. Comunque lo puoi ottenere lo stesso. Dai, dammi il telefonino che ti faccio vedere come si fa.
Leo titubante – E’… che pure er telefonino sta a casa…
Zia – Ok, mi arrendo. La festa di compleanno di Victoria, dicevamo. 
Ti volevo dare l’invito di persona dunque, ma a casa non c’eri, così lo trovi nella buca delle lettere, e questo l’ho già detto prima. 
Ora, per piacere non accampare scuse come fai sempre quando si cerca di coinvolgerti in qualcosa. Scommetto che se non ti avessi parlato direttamente, l’invito lo avresti buttato via e buonanotte. 
E’ da un’eternità che non ti fai vedere, Mimmo. Cioè, fatta eccezione per le esequie della tua povera mamma; quella santa donna di mia sorella. 
Vorrei arrivarci io a novantacinque anni, e lucida come era rimasta lei, Mimmo caro. – Rivolta a Margo. – Sai, cara, tra me e la mamma di Leo c’era una vistosa differenza d’età. Io sono la sorella nettamente più piccola di tre. [La mediana sarebbe allora la zia che si vede in Bianco rosso e Verdone]. 
E, a proposito della festa di compleanno; ripetimi come ti chiami, scusa?
Margo quasi scocciata – Me lliamo Margarita, señora.
Zia – Però lui usa un nome più corto: Marcò, Nargò…
Leo pedante – Margò se dice, a zia. E’ n’ diminutivo appunto de Margherita, come Mimmo è er diminutivo de Domenico, no?
Zia – Certo, e agli estranei dà il nome completo, è normale. Bene, Margarita, ovviamente alla festa sei invitata tu pure. 
E magari tu ci riuscirai a convincere sto bamboccio a togliersi un po’ di casa. – Rivolgendosi a Mimmo. – C’hai più o meno la stessa mia età, Mimmo, se non ti svegli ora quando vuoi svegliarti più. – Di nuovo rivolta a Margo. – Pensa un po’, a proposito della Spagna da cui vieni; per le vacanze di Ferragosto, facciamo una bella crociera di quindici giorni Da Genova a Miami. – Di nuovo rivolta a Leo – Come ti ho appena detto, alla nostra età bisogna approfittare della vita più che si può. Tontolone d’un nipote [ecco il tonto, seppur velato]. – Un’altra volta rivolta a Margo. – Dicevo della tua Spagna, Margarita. Sai dov’è una delle tappe di questa crociera? Proprio in Spagna. E indovina in che città?
Margo senza entusiasmo alcuno – Barselona, imagìno.
Zia – Esatto, Barcellona. Per caso sei di Barcellona anche tu?
Margo – No, no soy de Barselona ni de Madrid.
Zia – Certo. Va bene... [Non apprezza che Margo si mostri poco interessata, quando non scocciata, quindi “taglia corto”].
Ma si è fatto tardi, vi devo lasciare. Mi ha fatto molto piacere di incontrarti, Margarita. E ti ripeto, per favore convincilo a venirci al compleanno. Ci farà piacere di avervi entrambi alla festa. Ah, la data è sull’invito ma ve la dico comunque, è questo sabato.
Ciao dunque.
Margo – Cordialmente.
Leo – Ciao zia.
Zia a Leo – Ci posso contare, ci vieni davvero alla festa di compleanno? Fallo almeno per Victoria, che quasi nemmeno ti conosce.
Leo – Vedemo, zia. Può esse’.
Zia – Sì, può essere… Vi saluto dunque. – E si allontana.
Non appena è a distanza di sicurezza perché non lo senta, Leo dice – See, te saluto. Col cavolo che ce vado. Cioè, nun so’ , magari a te invece piacerebbe, Margò.
Margo – Perdoname si te digo que tu tía no es una persona muy simpática.
Leo – Ma perdonarte de che. C’hai tutte le ragioni der monno a di’ ch’è antipatica. Io nu la posso proprio sopportà. E dovresti vedè li mi cugini. Ma tutti, tutti.
Margo – Pero yo creo che dobemos andare lo mismo.
Leo, molto riluttante – Sì, tu dici… Sei sicura?
Margo – Porchè no Leo. Una fiesta es una fiesta. Que te importa de tui cugini? Basta de no hacerle caso.

 
{Fuochi d’artificio visti dalla terrazza di casa} [5 Agosto]
[E’ la scena centrale. E’ pure estremamente lunga, forse troppo. Ma non saprei come accorciarla siccome vi si delinea sia la psicologia di Leo, sia il suo autentico rapporto sentimentale con Marisol e Margo. 
In ogni caso, e lo spiego meglio poi, pure qui sarebbe opportuno movimentare le inquadrature, far si che Leo e Margo si spostino un po’ intorno e che ci siano uno o più intermezzi comici.]
Durante i fuochi. Margo e Leo sono in piedi dietro il parapetto della terrazza di casa a guardarli. Lui a sinistra, lei a destra rispetto alla cinepresa. Tra i due c’è un metro di distanza. Li si vede di spalle per poter inquadrare i fuochi.
Leo a voce molto alta per farsi capire nonostante il frastuono degli scoppi – Sò belli vero? Come te stavo a dì prima, li fanno tutti l’anni pe’ la festa della Madonna della Neve. 
Castel Sant’Angelo però da qui nu se vede, l’altri palazzi lo nascondono. In linea d’aria sta a‘n chilometro o poco più. Pe’ questo li botti so’ tanto vicini. E tanto forti! [L’anacronismo è voluto; il 5 agosto si festeggia nella chiesa di Santa Maria Maggiore -anch’essa comunque molto vicina- ma senza fuochi artificiali, mentre i fuochi artificiali si fanno effettivamente a Castel Sant’Angelo ma il 29 giugno].
Stanno finendo. 
Esploso l’ultimo Leo dice – So’ finiti. Peccato. Me piacciono proprio tanto i fuochi d’artificio. Nu t’ho chiesto se li fanno dove stavi tu. Li fanno a Marceja? Scuseme, ma nu me ricordo bene il nome della città tua.
Margo – Marbella se dice. Mar-be-lla.
Leo titubante – Mar-beja
Margo – Perfecto. E sì, tenemos fuegos artificiali en Marbella, y en estate como aqui.
Leo – Me sa proprio che li fanno n’ po’ dappertutto ner monno sti fuochi artificiali. 
Se sta proprio bene mo’ vero Margò? Co sto bel ponentino a rinfrescacce. 
Si siede su una delle due poltrone da giardino poste dietro di loro, quella di sinistra. 
Pure le poltrone sono a un metro una dall’altra. Nel mezzo c’è un tavolino sempre da giardino. Sopra ad esso, uno per lato, due bicchieri mezzi pieni contenenti una bevanda lattiginosa e al centro una bottiglia di tale bevanda, cioè orzata. 
Leo ne beve un sorso dal suo bicchiere di sinistra. – Ma lo sai Margò ch’è proprio buona st’orzata. Dissetante. Nu so se l’avevo mai bevuta prima. Nu me ricordo. Nun credo.
Si siede pure Margo e beve a sua volta dal suo bicchiere.
Margo – Tu casa es un luogo muy piacente, Leo. En esta teraza se stas muy bien.
Leo pensieroso – Finché mamma poteva, d’estate come adesso, quante vorte ce se semo messi qui, seduti com’adesso noi due, a guarda’ le stelle. Quelle poche che se riescono a vede’ ancora. 
Lo sai Margò, me fa proprio strano che nu c’è più mi madre. Che nu la rivedrò mai. 
Sai, sti du mesi senza più nissuno con cui parla’; perché mamma è rimasta lucida fino alla fine, ce se poteva sempre scambia’ quattro chiacchere; invece sti due mesi m’hanno fatto capire che, in fonno, mi madre a parte, so’ sempre stato n’omo solo. 
Pure se sta cosa, a di’ er vero, mica m’ha mai pesato. 
Magari te pare strano, ma è così; davero. – Poi si riprende. – Però, anche s’è n’po’ brutto dillo, me sento de sicuro pure più libero. Perché, nell’ultimi anni soprattutto, era proprio pesante staje dietro. In pratica je facevo da badante.
Margo – De que?
Leo – Da badante. De solito so’ donne, e donne straniere soprattutto. Dell’est o der sud America. Costeno de meno. Le assumi p’aiutatte a badà ai vecchi, o pe’ badacce tutte da sole. Ce saranno pure in Spagna immagino. Ce so’, Margò?
Margo – Sì, pure en España teniamo trabajatrici por l’asistencia dello veji, le lliama cuiadadoras.
Leo – Cuida…
Margo – Cuidadoras.
Leo – Aoh, del tutto diverso che in italiano. Ce ne so’ de parole spagnole diverse dalle nostre, ammazza. 
Comunque ste cuidadore, come ce dite voi, o badanti, come ce dimo noi, costeno un botto. E io e mi madre mica ce l’avevamo li sordi pe’ poteccene permette’ una.
Margo – Por lo tanto ha seguido, ha ayudado, a tu madre fino alla fin de su vida, completamente solo.
Leo – Da solo sì. E che altro potevo fa’. Si aspettavo mi Zia o li mij cugini, te saluto. Quelli so’ boni a parlà, e basta.
Margo – Tu tiene veramente mucho corazon. Povero Leo, un si grande sacrificio, por el bien de tu madre. 
Porque, una mujer, tu jamai la tenisti, es verdad?
Leo perplesso – Una?
Margo – Una mujer, una esposa.
Leo – Ah, na moglie. No, nu me so’ mai sposato.
Margo – Leo, e puedo farte una pregunta, una domanda muj personal? 
Leo titubante – Va bene, falla.
Margo – Claramente non responderme si non te va.
In tu vida, una mujer… jamas tu, in tu vida, ha tenido una mujer?
Leo – Margo, me sembra la domanda de prima. Forse me so’ spiegato male. Non ho mai tenito espose, io.
Margo – Ah, sì, perdoname; in español mujer signifìca esposa ma igualmente, como dicite en italiano, doña. 
Leo, una doña in tu vida, jamas ha stata?
Leo deciso – Na donna? No. Mai! Nessuna donna, mai, nella mi vita, Margò. Nu so’ mica bono io, pe’ sta roba. 
La sai na cosa: proprio su sta terrazza, Marisol, me fece la stessa domanda. Ma allora me vergognavo, e je dissi che qualche regazza l’avevo avuta. Ma mica era vero. 
Cioè, forse con mi’ cugina sarebbe potuto nasce quarcosa. A ‘n certo punto ce stavamo pure quasi pe’ bacià. Pensa. Cioè, in effetti ce semo ‘n pochetto baciati, sulle labbra, ma mi’ madre c’ha visti e t’ha piantato na caciara. <>
E l’ha detto a mi’ zia, a mi’ zio, a su zia. Così nu l’anno più fatta veni’ da noi a Roma.
Margo – E jamas tu la vedesti, despues?
Leo – No, poi l’ho rivista, alla fine, era sempre na mi’ cugina, prima o poi dovevamo pure reincontracce. Ma l’ho rivista solo dopo tanti, tanti anni.
Margo – En todo modo la baciasti, al meno.
Leo – E chiamelo bacio. Allora, na vorta pure na russa ho baciato sulle labbra… e poi pure n’russo. Loro fanno così, magari lo sai, al posto che sulle guance, te baciano sulle labbra, donne o omini fa lo stesso. Ma mica significa niente.
Però, a dire il vero, se devo proprio ditte la verità fino in fondo su tutti li baci mia… Ci fu anche… Ma no, niente.
Margo – Como niente a Leo. No puede serrare asì el discurso. Te lo domando por favor, pero ahora cuentame todo.
Leo solo un po’ titubante – E vabbè, raccontamo tutto. Sai Margo t’ho detto che eravamo solo amici, io e Marisò. E aoh, è vero, devi crederme. Ma… – Si blocca, evidentemente cercando le parole.
Margo spazientita – Ah Leo, por favor, continua.
Leo – E’ che, a n’ certo punto, la sera, proprio prima ch’arrivasse Antiolo, o come accidenti se chiamava il su ragazzo; insomma, forse…
Margo – Adelante Leo, non detenerte continuamente. Que pasò con Marisol. 
Leo – Vabbè, pure con lei ce semo baciati, ecco. Cioè, baciati, le labbra se so’ appena sfiorate. Con mi cugina Claretta c’eravamo de certo baciati de più; persino colla russa, e cor russo, c’eravamo baciati de più. 
Embeh, come te stavo a spiega’, proprio in sto momento ha suonato er campanello, riesci a creddece. Ed era appunto Antiolo er su ragazzo. E quello te piomba in casa come na furia. Gl’ha pure mollato du ceffoni che te dico, st’impunito.
Margo – E despues?
Leo – Dopo? E dopo è successo quello che credo d’avette raccontato già.
Margo – Sì, ma cuentalo otra vez, de nuevo.
Leo – E raccontamolo de nuevo. Se so’ parlati in inglese; nun c’ho capito niente; nu lo sapevo l’inglese, e se è pe’ questo, manco adesso lo so. 
Antiolo s’è n’ po’ calmato, voleva magnà e voleva beve. Da magnà c’erano i resti della pasta, da beve c’era solo l’acqua, ma lui l’acqua nu la voleva, voleva il pompelmo, pensa un po’.
Margo – Aspetta Leo, cosa es esto pompilmo.
Leo – No pompilmo, pompelmo. E chi lo sa come se dice in spagnolo. C’hai presente er limone? Il li-mo-ne, Margò, sai cos’e?
Margo – Sì.
Leo – E l’arancia? Quella dell’aranciata. Hai bevuto l’aranciata.
Margo – Naranja en español.
Leo – Ammazza, chiamate nalagna l’aranciata. Siete strani forte voi spagnoli!
Margo – No, Narania es el fruto. 
Leo – Comunque, metti insieme er limone coll’arancia e c’hai er pompelmo. Capito?
Margo – Sì, por lo tanto tu abla del pomelo.
Leo – Anvedi, da noi er pomelo è quello de la porta. Comunque mo’ ce siamo capiti, va bene? Antiolo voleva beve succo de pomelo. E m’hanno mannato a prendere sto succo de pomelo.
Margo – Tu te as ido a prendère el jugo de pomelo. Increìble.
Leo – E’ che Margò… Marisol, ce manca che mò sbajo al contrario. E’ che co’ sti du nomi quasi uguali, mannaggia. 
Comunque Marisol m’aveva assicurato che poi l’avrebbe mannato via.
Margo – Ah, ahora es un poco mas acetable. 
Adelante Leo, continùa el cuento.
Leo – Vado avanti? Perché er seguito so’ sicuro proprio d’avettelo già raccontato l’artra volta. 
Margo fa un cenno dimpazienza – Adelante!
Leo – Me c’è voluto un sacco de tempo pe’ trovà sto succo de pompelmo e quanno so’ tornato a casa, nun’era vero che Antiolo se n’era annato.
Margo – En cambio eran en la camara de tu madre. Povero Leo.
Esta Marisol me gusta siempre meno. No solamiente ella ha ido a la cama con su hombre in tu casa, pero después se fue a escondidas, abandonándote como si fueras un perro.
Leo – Margo, nun’ho capito quasi niente…
Margo – Como dir en italiano mehor… No solamiente Marisol ha ido, ha andato a lecho con su hombre in tua casa, despuès ha pure ida via, secretamente, abandonandote como si tu es un… cano?
Leo – Mo’ sì, più o meno ce semo. Però bisogna che te lo studi st’italiano, Margò. Devi impara’ a fatte capi’ mejo. E’ importante visto che mò stai a Roma. 
Comunque mica è vero che Marisol m’ha abbandonato. Mica me doveva niente. 
L’avevo ospitata, vabbè, ma che vuor di’. 
Anzi all’inizio nu la volevo porta’ a casa manco pe’ niente. E meno ancora volevo che dormisse qui. Era Ferragosto e c’avevo da passallo a Ladispoli co’ mamma. 
Marisò m’ha pure pregato de faccela dormì qui, almeno na notte. Ma io nu volevo e basta. Nu potevo, insomma. 
Allora s’è messa al telefono, ha pure pianto, porella, e ha fatto due telefonate co numeri lunghissimi. Tu si giovane, magari nu lo sai, ma voleva di’ che chiamava distante. In una ha parlato in inglese, con Antiolo, a sto punto, e piagneva davero tanto. 
Poi, quanno gl’è passata sta tristezza, l’ho accompagnata allo Zoo, proprio dove ce semo incontrati io e te. Solo lì me decisi a falla dormì a casa; d’anna a Ladispoli solo er giorno dopo. 
Nel momento che nun’è stata più sola a Roma, ch’è arrivato Antiolo, m’ha di nuovo lasciato libera casa. Capisci mo’?
Margo – Ahora yo creo que sì. Compriendo un pochito mas. 
Pero, el fato de ir a lecho con Antiolo en tu casa, huéspede tua, esto no, no lo entiendo, no lo capisco.
Leo – Sì, quello m’è dispiaciuto pure a me, parecchio. Ma che ce voi fa, magari così l’ha calmato del tutto e l’ha potuto porta’ via, senza che facesse casini.
Margo poco convinta – Forse. – Poi con una tenue tristezza – Povero Leo. Y recuerdi todos esti momenti, con detalli, después de tanti años. 
Leo, perdoname, pero es evidente que has amado a Marisol. No era solo una amiga, como tu dice.
Y quizá ni ella, al meno por un momento, te consideró solo un amigo temporal. En cualquier caso, tú la deseraba, admítelo.
Leo dubbioso – Dici… No… Cioè, cosa intendi co’ sto desieraba?
Margo – Voleba ir tu a lecho con ella, con lei.
Leo – A letto con Marisol? – Deciso – No! Ste cose co’ lei. No proprio. Aoh!
E poi io mica le faccio ste cose. Co nissuna. O co nissuno. Aoh! – Poi più calmo – Bacialla, vabbè, forse me sarebbe piaciuto de bacia’ Marisol de più. Anzi – imbarazzato – me sarebbe piaciuto senza forse. Ma il resto, none!
Margo sorride teneramente, ha già capito da tempo che Leo è un bambino, adulto, ma un bambino comunque – E mi, que como tu dice soi ygual a Marisol de un tiempo, quizá te gustaria besar a mí pure, en verdad.
Leo quasi indignato – Te? Baciare te? Ma sulla bocca?
Margo – Sulla bocca.
Leo ora indignato del tutto – Ma manco pe’ sogno, Margò! Sarebbe come de bacià na fija, na nipote, aoh! Ma stai a scherza’!
Margo – Jura.
Leo tassativo – E giuro sì! – Subito si quieta – Margò, è vero che a volte pe’ sbajo t’ho chiamata Marisò, e che magari te ce chiamerò ancora; che a volte t’ho pure confusa co’ lei, co lei de cinquant’anni fa, quanno pur’io ero giovane. E lì forse sì, pe’ quarche momento me so’ sentito come allora. 
Ma mò io so’ ‘n vecchio; alle donne o alli uomini nu ce penso e nu c’ho mai pensato in tant’anni. E me va bene così, credeme. 
Se me chiedi se te vojo bene, te dico de sì cor core. Se me chiedi se te desidero, te dico de no, sempre cor core. 
Io nun so come sia avecce na fija, o na nipte da nonno, ma nimmeno da zio, ma penso che je ce se vuo’ bene come io ne vojo a te.
Margo – Y como tu madre ne volia a ti, es verdad?
Leo dubbioso – A pensacce bene, la sai na cosa, no, nun proprio così. 
Mi madre me voleva bene, ce mancherebbe. Ma certe vorte era pure, scuseme la parola, na rompicojoni che te la raccommanno. E quelle vorte lì mica me pareva che me volesse così bene
Cioè, me ne voleva sempre, ma in modo, come di’, troppo invadente, fastidioso persino. 
No, io te vojo bene come credo me ne volesse mi nonna Teresa. Che poi è morta lei pure in quell’anni là, porella, e ce so’ rimasto tanto, ma tanto male. C’ho messo‘n botto per riprenneme, mannaggia. – Gli viene ancora da piangere.
Mariso pure si commuove un po – Te creo a Leo. Verdaderamente. Y yo te vuole bene más que a todos mi nonni. No ho dicho "a mis padres", porque ahora por elli ya no siente ningún afecto, más bien lo contrario.
Leo – Cara la mi’ Margò. Nu sai quanto me fa piace’ de sentitte di’ che me vuoi bene tu pure come alli nonni; nun de più Margò, perché li nonni so’ li nonni. Però, su tu padre [lui non sa che in spagnolo padres vuol dire genitori in generale], che nu je voja più bene lo capisco, co’ quello che t’a fatto nu je puoi più vole’ bene de sicuro. Porella.
[La scena come si è visto è molto lunga, sebbene, almeno nelle intenzioni, pure molto intensa. Ripeto qui pure come sarebbe dunque opportuno rendere anche questa un poco più dinamica, ovviamente cambiando le inquadrature e con i vari campi e controcampi, inoltre facendo in modo che Leo e Margo non restino seduti tutto il tempo. 
Lei potrebbe ad esempio alzarsi ad un certo punto e appoggiarsi alla balaustra. Lui potrebbe andare a prendere del ghiaccio, o un’altra bottiglia di orzata dal frigo, o di una bevanda diversa, e cose del genere. 
Ma, soprattutto, occorrerebbe spezzare il flusso del discorso tra i due con un intermezzo più o meno comico. Ho pensato ad esempio al “siparietto” seguente:] 
Mentre Leo e Margo in terrazza continuano a parlare tra loro, dabbasso si sentono degli strepiti confusi e poi uno schianto molto forte. 
Si sporgono subito dalla balaustra e vedono sulla strada sottostante [forse non aperta al traffico ma solo percorribile dalle auto per uscire dai garage] un’auto che ha colpito col posteriore un dissuasore e si è estremamente ammaccata. 
Nell’auto c’è un uomo affacciato al finestrino che inveisce contro un altro uomo, messo di lato alla macchina, proprio sul posteriore. 
Ne scaturisce il seguente dialogo.
Uomo in auto, urlando – Ma se può sape’ ma quanno pensavi de darmelo er fermo? Dopo che avevo sfonnato pure er muro? 
Uomo a fianco dell’auto, urlando – Ma  guarda 'sto qua, ma che macello t'ha combinato! Ma nun ce vedi? Ma nun ce senti! Fermete, t'ho urlato! Fermete! T'ho fatto tutti i segni possibili e immaginabili pe' nun fatte annà più addietro. Ma tu gnente: me parevi 'no schiacciasassi. Dritto contro er boro. Ce staranno duemila euro de danni. Pure de più."
Uomo in auto, urlando – Ma che stai a dì! Ma che urlavi e urlavi... Ma 'ndo urlavi che nun s'è sentito manco er fischio! E i segni che dici d'avè fatto pe' fermame, te saranno rimasti drento la capoccia, perché io nun ho visto un cazzo de sti tuoi segnali! Stavi a farteli da solo sti segnali forse.
Uomo a fianco dell’auto, urlando – Ma  de che stai a parlà? Svejate prima e dopo parla. Nun’ha sentito, nun’ha visto! – A una donna affacciata a una finestra. – A signo’ pure voi nun’avete sentito? Ditejeo, voi che casino c’ho fatto!
Leo a Margo – La vedi a gente? Nessuno ha mai torto. Sarebbe stato bello d’avè visto tutto, pe’ capì chi dei due è er piu fregnone.


{Alla festa di compleanno della cugina -soggetto + trattamento abbozzato-} [9 Agosto]
[E’ il momento puramente comico del film. I punti di riferimento, sono persino banali: l’intero film Hollywood Party; La lunghissima scena al ristorante di “Playtime” e quella alla fabbrica di “Mon Oncle”; i film di Oliver Hardy e Stan Laurel in generale. E poi: le cosiddette comiche; il cinema di Maurizio Nicchetti -soprattutto “Ratataplan” dove e proprio citata in una lunga scena quella del ristorante di Playtime-; le commedie demenziali statunitensi tipo “Scemo e più scemo”, “Una pallottola spuntata”, ecc.. Ma persino i film “Le comiche” con Villaggio e Pozzetto. 
Carlo Verdone invece ha frequentato ben poco questa tipologia di cinema, anche se “7 chili in 7 giorni” ha svariati elementi riconducibili al genere in questione. 
Insomma, Leo diventa un ibrido soprattutto tra Monsieur Hulot e Hrundi V. Bakshi, con sfumature alla Mr. Bean. Dopo di che, la gag dello scopettone del water di “Bianco rosso e Verdone” non può non essere rievocata.]
La scena inizia con Leo e Margo che scendono dall’autobus. Come lungo tutto il film è una giornata piena di sole. Leo indossa una camicia blu scuro e un paio di pantaloni bianchi, Margo un vestito intero rosso a mezza manica e senza scollatura. Si capisce che sono abiti dozzinali. 
Leo tiene in mano un pacchetto regalo di circa 10cm per lato di color verde pisello con nastro giallo canarino. 
Si incamminano lungo un marciapiede. Sulla strada adiacente c’è pochissimo traffico. 
Margo – No dobebi comprarte una camisa tan economica. 
Leo – Nun’hai voluto che me mettesse le mie, altrimenti sarei venuto co’ una de quelle. E questa l’ho pagata già troppo.
Margo – Le otre camise eran de hace cuarenta años. No podíava ire a ninguna fiesta con esse.
Leo imbronciato – Già alle feste io nu ce so’ annato mai. A questa semo voluti venicce, e vabbè; ma che me metta in ghingheri, no de certo. 
Pure er regalo m’è toccato de faje a Victoria.
Margo - Me da un poco de vergüenza presentarme con un regalo tan pobre [ma non si saprà cosa c’è nella scatola, perché Victoria la spacchetterà controvoglia, aprirà il coperchio e la metterà da parte senza estrarre il contenuto -il riferimento banale alla scatola di Buñuel è ovvio e dà, se ce ne fosse bisogno, un elemento ulteriore per evidenziare il carattere surrealista dell’intero film].
Leo – E perché? Intanto conta er pensiero, altrimenti che regalo è? E poi ognuno dà pe’ quello che può. [Il riferimento a Marx è palese]
A un certo punto arrivano davanti una villetta con cancello. Suonano al citofono su uno dei pilastri che reggono il cancello medesimo e Leo si presenta come “so’ er cugino Mimmo” dicendo sottovoce a Margo – Tanto qui Mimmo me ce chiameranno tutti. 
Dall’altra parte del citofono sembra siano un po’ interdetti – Cugino? Gracchia l’apparecchio
Leo – So’ Mimmo, Aoh. Apriteme.
Dopo qualche secondo, durante il quale si sentono uscire dal citofono altre voci gracchianti e incomprensibili [non dissimili da quelle uscite dall’altoparlante nella scena al Bioparco con Amerigo, pure se là roboanti e qui appena udibili], il cancello si apre.
Margo – Prefiere que yo misma te llama Mimo aqui?
Leo – Margò, no Mimo, Mimmo. E no, tu chiamame come sempre Leo, perché tu sei spagnola e quella faccenda del Memo en spagnolo proprio nu me va giù. E chissà, può esse che col tempo me rifaccio chiama’ solo Leo da tutti.
La villa non è enorme ma indica una famiglia agiata della media borghesia. 
La piscina antistante è piuttosto ampia e vi si bagnano svariate persone. [Si scoprirà che hanno comunicato a tutti gli ospiti di portare il costume, ma Leo e Margo l’invito l’hanno buttato senza leggerlo, quindi non lo sapevano. Leo dice che comunque non ci pensava proprio a fare il bagno, sebbene infine gli capiterà comunque di buttarsi in piscina vestito. 
E la stessa Margo si butterà in acqua vestita dicendo – Con este calor la ropa se acciuga en un istante. Ma la scena, perlomeno in questa bozza, non verrà descritta.]
Durante le presentazioni, Victoria destina al pacco regalo di Leo il trattamento di cui s’è detto sopra.
Gli altri cugini [Qui ci si limita ai cugini primi, Victoria a parte] sono tre, tutti maschi, di età compresa tra i quarantacinque e i sessanta anni. 
Fanno apprezzamenti fastidiosi sulla bellezza di Margo, sulla loro sorpresa nel vederla accompagnarsi con Leo e cose sgradevoli di questo genere.
Viene anche fuori la faccenda di lei che chiama Leo appunto Leo e non Mimmo, con la seguente spiegazione della corrispondenza spagnola memo tonto e coi cugini che commentano – Anvedi un po’ delle vorte le coincidenze.
[Resta da vedere se sarà pure presente la cugina Claretta, che nel caso avrà più o meno l’eta di Leo. Se sarà presente è ragionevole che in qualche modo dovrà essere accennata la loro innocente relazione giovanile.]
La zia si rallegra che Margo sia riuscita a convincere Leo a venire alla festa e dopo scarni convenevoli si dedica agli altri invitati.
Ora iniziano le gag. 
[E’ chiaro che alla fine nella villa verrà scatenata la baraonda, con l’azione involontaria di Leo, che oltre ad operare più volte direttamente nel compimento della catastrofe generale, innesca elementi paralleli che contribuiranno non poco la medesima: tipo lo scontato cameriere goffo e poco incline a lavorare con cura, e l’americano pazzo.
Mi limito a proporre alcune idee. 
In ogni caso la scena della festa, ragionevolmente, non potrà occupare più di una quindicina o una ventina di minuti, massimo mezz’ora, quindi non c’è spazio per un grande numero di gag]
> Gag della “persecuzione del prelato”
Alla festa è invitato un prelato, tipo vescovo. Si tratta di una famiglia palesemente ben inserita nella borghesia romana, quindi la cosa sarebbe normale.
Il “cameriere complice” (cc) gira tra gli invitati con un vassoio colmo di lumache alla borguinionne in cui c’è pure un poco di salsa verde sul fondo. 
Chiede a tutti – Escargots ala borguinnionne? – E  chi vuole si serve utilizzando una forchetta da cocktail individuale, cioè una per lumaca in guscio.
Il prelato non è distante da Leo mentre Margo è da qualche altra parte.
Giunto da Leo il cc gli fa la consueta domanda – Escargots ala borguinnionne? 
Al che Leo dice – Esca… – E si blocca guardando in alto da un lato. 
Il cc immediatamente guarda pure lui nella stessa direzione, per capire cosa ha visto lassù Leo. 
Nel mentre sposta pericolosamente il vassoio verso il prelato. 
E di colpo Leo sbotta – Lumache! Ho capito! – Cosa che fa fare un grosso sobbalzo al cc che rovescia in testa al prelato il vassoio ancora colmo di lumache e la salsa gli cola giù per i vestiti. Costernazione generale.
Leo mortificato si chiede che è successo [lui non è mai consapevole di bloccarsi]. Dice che gli spiace vedere che le lumache, per qualche strana ragione, sono finite in testa al prelato e che comunque a lui fanno un po’ impressione, quindi non le mangerebbe mai. 
Il prelato viene portato altrove, in un turbine di scuse, perché si pulisca in qualche modo.
Passa del tempo, ora il cc serve dei cocktail sempre su un vassoio, ricolmo di bicchieri di cristallo del cocktail medesimo. 
Chiede – Blood and Sand? [Un drink a base di scotch e liquore alla ciliegia, ispirato all'omonimo film muto del 1922 sulla tragica vita di un torero. Il tipo di drink non ha molta importanza, conta piuttosto che abbia un nome che richiami qualcosa di funesto.]
Per ora non c’è traccia del prelato.
Giunto vicino a Leo ripete – Blood and Sand? – Ma stavolta si prepara alla reazione e tiene poco discosto da lui, Leo, il vassoio, come per sfidarlo. 
Leo – C’ha detto, scusi? Blood… – E si blocca. 
Il cc lo guarda sornione preparato allo sbotto, che puntualmente arriva: 
Leo – Che vourdi’! 
Prontamente il cc, muove solo leggermente di lato il vassoio, con uno scatto, in modo che non incocci in Leo nel momento che di colpo è tornato in sé. Cosa che però basta a far cadere a terra un bicchiere. Anche se nessuno se ne avvede. 
Quindi ora il fragile bicchiere di cristallo rotola tra i piedi degli invitati inconsapevoli. 
Giunge il prelato appena ripulito alla bell’e meglio, che, di par suo, ha ai piedi leggere pantofole alla papa Benedetto. 
Ovviamente è sotto il suo piede che finisce il bicchiere vagante, frantumandosi all’istante, con le conseguenze del caso. Il prelato si sfoga con una vigorosa imprecazione che viene coperta dalla musica in crescendo. [L’idea è presa chiaramente, da “Il secondo tragico Fantozzi”]. 

> Gag della camicia che stinge
Subito dopo la fase delle presentazioni [ma prima della gag del prelato], Margo fa notare con un certo imbarazzo a Leo che la camicia economica che lui indossa, sta stingendo abbondantemente a contatto col sudore del collo, il quale è diventato dunque blu. 
Leo, lui pure piuttosto imbarazzato dalla cosa, si consulta con lei su come risolvere il problema e ne scaturiscono le seguenti considerazioni.
Deve andare in bagno a sciacquarsi il collo; non può farlo direttamente altrimenti l’acqua colerà sul resto della camicia facendo un disastro, mentre confidare in una spugna è problematico perché non è detto che ce ne sia una nel bagno degli ospiti e potrebbe restare essa stessa indelebilmente macchiata di blu.
Deve dunque piuttosto strofinarsi il collo con della carta imbevuta d’acqua; Margo si scandalizza quando Leo propone di usare la carta igienica del bagno e gli dice di recarsi in cucina chiedendo della carta asciugatutto con una scusa qualsiasi e poi andare in bagno per strofinarsi il collo con quella. 
I due concordano che quest’ultima è la soluzione migliore. 
Al che Leo cerca un cameriere per chiedergli dove sia la cucina e si imbatte cc [chiaramente è quello con cui Leo interagirà sempre, nella serie di eventi disastrosi]. 
Leo inventa una scusa assurda per spiegargli come mai la cerca, nel mentre tentando goffamente di nascondere il collo blu, e il cc non manca di restare interdetto da tale spiegazione e dai suoi armeggiamenti. 
Trovata la cucina grazie alle indicazioni del cc, Leo vi si introduce timidamente dicendo nel mentre che si scusa ma che gli servirebbe un po’ di carta asciugatutto per un nuovo motivo assurdo. 

Marisol è tornata (parte 2 di 3) testo di Saindai
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