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Tra i rovi, nelle siepi fitte, lungo i margini dei boschi umidi, vive uno degli uccelli più piccoli e sorprendenti d’Europa: lo scricciolo (Troglodytes troglodytes). Dieci centimetri di lunghezza, dieci grammi di peso, e un’energia che sembra sfidare ogni proporzione.
È un abitante discreto, ma la sua voce squillante tradisce una vitalità che affascina naturalisti, poeti e appassionati di natura da secoli.
Il nome scientifico deriva dal greco tr?gl?, “caverna”: lo scricciolo è infatti un vero specialista delle fessure. Nidifica e si rifugia in cavità di tronchi, muretti, radici, anfratti rocciosi e perfino sotto i tetti delle case rurali. È l’unica specie europea della famiglia dei Troglodytidae, un gruppo diffuso anche in America, dove i “wrens” sono molto più numerosi.
In Europa la specie è ampiamente distribuita: dalle coste atlantiche alla Scandinavia, fino alla Russia e al Caucaso. In Italia è presente ovunque, con popolazioni in gran parte stanziali, affiancate in inverno da individui provenienti dal Nord Europa.
Il piumaggio bruno-rossiccio, finemente barrato, lo rende quasi invisibile tra i rami. La coda corta, sempre portata eretta, è il suo tratto più caratteristico, insieme al sopracciglio chiaro che illumina lo sguardo. Il becco sottile e incurvato è perfetto per esplorare fessure e fogliame alla ricerca di insetti, larve, ragni e piccoli invertebrati. In inverno integra la dieta con semi e minuscoli frutti.
A terra si muove rapido, con un’andatura che ricorda un topolino; in aria vola basso e veloce, da un cespuglio all’altro. È curioso, attivo, sorprendentemente territoriale: nonostante la taglia ridotta, difende il proprio spazio con decisione.
Il canto dello scricciolo è uno dei più potenti, in proporzione alle dimensioni, tra gli uccelli europei. Una cascata di note rapide, squillanti, ripetute più volte, che risuona anche nei mesi freddi. È uno dei pochi passeriformi a cantare tutto l’anno, purché un raggio di sole riesca a filtrare tra le nuvole.
Il maschio costruisce diversi nidi nel suo territorio: piccole sfere di muschio o mucchietti di foglie con ingresso laterale. La femmina ne sceglie uno e lo completa con un rivestimento interno di penne e materiali soffici. Talvolta due femmine depongono nello stesso nido, mentre quelli scartati diventano dormitori per il maschio.
La specie compie due covate, la prima verso fine aprile. Il maschio, intanto, continua a corteggiare nuove compagne, mostrando loro i nidi rimasti vuoti con agitazione della coda e delle ali. Il nido dello scricciolo è purtroppo uno dei più colpiti dal parassitismo del cuculo.
Lo scricciolo teme il gelo più di ogni altro fattore. Inverni particolarmente rigidi possono decimare la popolazione. Per sopravvivere, più individui si riuniscono nelle cavità degli alberi, condividendo il calore corporeo.
La sua presenza nella cultura rurale è testimoniata dai numerosi nomi dialettali: pcit-re, reetin, gallinazin, re d’oslein, regginello, forafratte, riiddu de rocca, pilloni de beranu. In inglese è wren, in francese troglodyte mignon, in tedesco Zaunkönig (“re delle siepi”), in spagnolo chochín.
Nelle tradizioni rurali lo scricciolo è il primo annuncio dell’inverno, una presenza che sembra chiamare la neve con il suo richiamo.
Non stupisce che la poesia lo abbia eletto a simbolo del bosco. Ceccardo Roccatagliata lo chiama “re di macchia”, mentre Pascoli ne imita il trillo gelido, paragonandolo al crepitio della brina e, nella Siepe, lo evoca come un lampo vivo tra i rami spogli; e Rigoni Stern, con la sua attenzione minuta alle creature dei boschi, vede nello scricciolo il piccolo messaggero dell’inverno, quello che “per primo si avvicina alle case degli uomini” e richiama la neve con un tocco leggero, quasi un campanellino d’argento.
Nelle leggende, poi, questo minuscolo uccello porta con sé una sapienza antica: una tradizione celtica racconta che lo scricciolo divenne “re degli uccelli” grazie all’astuzia: nascosto tra le piume di un’aquila, volò più in alto di tutti, spiccando il volo solo all’ultimo istante. Un piccolo inganno, forse, ma perfettamente in linea con il carattere vivace e sorprendente di questo minuscolo abitante del bosco.
Secondo un'altra tradizione popolare, lo scricciolo avrebbe fatto da cuscino al Bambin Gesù, per ringraziarlo, il Bambino gli accarezzò la coda, che da allora rimase sempre alzata. È una leggenda tenera, che spiega il tratto più iconico dello scricciolo.
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