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Sfaldano brevi le ore.
M'adagio in una notte di bonaccia:
speranze e paure si mischiano in sogni friabili.
Fra l'ovatta e il miraggio, un fremito s’agita:
un’onda più lunga mi distrae.
Ingorda, la risacca mi strappa dalla placida riva:
un urlo.
Il tuo urlo.
Il grido d’un intimo terrore ti scuote dal sonno.
Tutto precipita:
un comando lesto serpeggia fra i tuoi nervi,
il cuore, primo, scatena la sua furia;
il corpo, cieco, obbedisce;
la mente, codarda, si volta.
Lì s’apre il gorgo spietato,
e sul fondo la colpa marcisce.
Il solito incubo agita il tuo mare.
Riemergo asciutto dalla mia marea,
e come un innamorato mi illudo d'un'idea:
Non temere, amore mio:
è solo un incubo,
espiro queste parole come semenza leggera che s’adagia,
innocua,
sul campo bruciato.
Se potessi sedimentare certezze nuove:
dentro quell'abisso si cela l'origine del tuo amore,
ed è tuo.
Tuo soltanto.
Un giorno s'aprirà, abbacinante, il mattino,
e io sarò lì a vederti risplendere,
mi troverai nascosto a scrivere su acque ormai chete:
Nel pelago del tuo amore sono naufragato.