Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Immaginiamo un soggetto che da mesi, forse anni, per un suo particolare problema, non possa abbandonare il proprio domicilio. Un piccolo e umile monolocale, scarsamente arredato, che egli aveva preso in affitto per una passata necessità. Conosce ogni passo di quell'ambiente: ogni singolo oggetto gli è noto, ogni loro disposizione. Anche quando, volontariamente, crea disordine cercando nuove distribuzioni e collocazioni, essi ostinatamente si predispongono in un nuovo equilibrio che presto diventa il già noto.
Anche il ricordo affettuoso che alcuni di essi gli suscitavano nell’animo ora diventa vuoto, nell’eterno momento. Il presente fluiva nel passato e il passato ritornava nel presente come perenne attesa. Si avvertiva come elemento di un fotogramma che rimanda indefinitamente a se stesso. Questa immagine, così tante volte percepita, non gli è più esterna; lentamente, nel tempo, ha scavato un proprio alveo nella sua mente. E la coscienza, se ci fosse, non potrebbe che esserne piena: del modo in cui, dal primo albeggiare alla decisa luce del giorno, sino al crepuscolo e oltre, l’immagine stessa si riempiva di luci e ombre.
Nel buio, la mente vedeva per abitudine ciò che gli occhi non percepivano più. Da tempo si assopiva tra un ultimo pensiero che gli si acquietava in mente e il successivo che gli si imponeva davanti. Un abbandono troppo breve perché l’amorevole mano di Morfeo potesse curare il suo spirito.
Al risveglio cercava di darsi un contegno, quello che gli era più consono quando la sua vita discorreva per altro verso. Si tirava su dalla seduta che lo aveva accolto. Lo spazio stesso pareva ritrarsi davanti alla sua presenza, allungandosi poi dietro di lui quasi ad agevolargli il movimento, riducendo la distanza verso quel tavolo dove era solito giungere e poggiarsi con i palmi aperti delle mani, che presto si chiudevano in due pugni. Quasi a voler decidere o afferrare qualcosa.
Ogni postura che il suo corpo assumeva sembrava accogliere, prendendosene cura, ogni suo nuovo pensiero. Lontano dall’accesa mondanità, anche i suoi pensieri si erano ordinati. Non più impegnati a dover risolvere, prigionieri di emozioni, schiavi di progetti e incombenze, acquistavano ora altro significato e profondità.
Con vocaboli nudi aveva creato un suo modo di dire la propria vita. La immaginava come un fiume. Gli attribuiva un nome: Acheronte. Immaginava il suo piccolo legno trascinato dal fluire di quelle acque. Il suo navigare gli mostrava paesaggi che, dalle sponde del fiume, più in là, emergevano dalla terraferma.
Ricordava, in questi momenti, di non aver mai posseduto nulla nella sua vita, se non quello sguardo, quella percezione di presenza e legame con quei paesaggi. Istintivamente metteva le mani nelle tasche, come a cercare qualcosa. Il più lento fluire del suo legno ora lo faceva meditare. Il suo fiume stava forse giungendo alla foce. L’immagine della morte gli era, per così dire, sottomano. Non come ossessione, piuttosto come presenza percepibile. Come si può percepire la propria, o l’altrui, ombra.
Talvolta si chiedeva da dove nascesse quella serenità che sentiva dentro e che traspariva nel suo agire quieto, misurato, in quell’economia del fare e del sentire. Ricordava come, tempo addietro, avesse minimizzato quel suo problema, trattandolo come un semplice accidente, un disturbo passeggero che presto lo scorrere stesso del fiume avrebbe lasciato indietro.
Quasi a volersi assicurare della propria presenza, in quei momenti le sue mani si appoggiavano sulle cosce e il suo respiro diventava più denso. Poi, la rabbia. Le braccia si ritraevano, alzandosi sui braccioli della seduta, dove le mani trovavano appiglio stringendoli. Quasi una necessità: non solo esserci, ma essere percepito. Come se quei braccioli, afferrati con forza, potessero avvertire – e confermare – la sua esistenza.
In quei momenti non avvertiva rimpianti. La sua mano, allora, si portava al volto, come a coglierne l’espressione. Mai come in quell’istante gli era chiara la sottile soglia che separa la rassegnazione dall’accettazione.
Ciò che gli mancava, l’unico desiderio che lo animava, era il volere essere ancora sorpreso. A volte questo desiderio si mostrava attraverso il suono del bussare al suo uscio di casa. Una voce forte, dall’esterno, lo catturava:
«Ero passato per accertarmi di lei».
Il soggetto si avvicinava allora all’uscio, dischiudendolo. L’altro, porgendogli una piccola busta in carta colma di qualcosa, aggiungeva:
«Ha bisogno d’altro?».
Il gesto del soggetto, nell’afferrare la busta, si faceva incerto, titubante, in un malcelato senso di orgoglio e dignità.
«Bene, grazie. Null’altro», aggiungeva.
La sua mano, quasi a invitare l’altro, spalancava l’uscio spostandosi dietro di esso:
«Vuole accomodarsi, riposare un attimo?».
L’altro: «Ho appena iniziato il mio giro. Sarà per la prossima volta, di certo. Mi stia bene».
La porta veniva lentamente richiusa dal soggetto sull’allontanarsi del calpestio dell’altro. Poggiando la busta sul tavolo, si domandava che cosa fosse una promessa, se non un’attesa insazia. La busta conteneva, tra l'altro, alcuni alimenti. Egli soleva suddividerli in piccole razioni quotidiane, etichettandole con il nome del giorno in cui intendeva consumarle.
Non conosco con certezza l’anno, ma sicuramente accadde di notte. Quel giorno, il bussare dell’altro all’uscio non destò nessuno.
Ci vollero ore, richieste e permessi affinché quell’uscio fosse forzato dall’esterno, mostrando, a chi ebbe pietà di cercarlo, la sua forma immobile. Seduto sulla seggiola, capo chino, avambracci poggiati sulle cosce, con le mani che quasi si sfioravano, leggermente irrigidito.
Sicuramente accadde di notte.
Sul tavolo, poco lontano, una tovaglietta raccoglieva un bicchiere ancora pulito e asciutto; tre biscotti, davanti a esso, ancora racchiusi con cura in una pellicola sulla quale si leggeva: Martedì. Al loro fianco, un tovagliolino in carta ripiegato con cura.
Curiosamente, ciò che per lui aveva perduto significato – quella materia oggettuale che abitava lo spazio e lo rendeva ancora percettibile – ora, nello sguardo di chi osservava, sembrava pervasa dalla sua identità. Come se, nel momento del trapasso, egli fosse migrato in quelle cose, nel loro ordine, e da lì incrociasse silenziosamente lo sguardo di chi cercava di comprenderlo.