1. La stagione dei miracoli

scritto da Cecilia Torcigliani
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Cecilia Torcigliani
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una storia che cercherò di raccontarvi poco per volta.
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Testo: 1. La stagione dei miracoli
di Cecilia Torcigliani

In una stanza piena di luce sedevano confusamente alcuni ragazzi giovanissimi, tutti studenti, o quasi. La luce entrava da una grande finestra a parete che dava su un desolatissimo parcheggio del quartiere più squallido e fatiscente della città, ma che nella sua decadenza si prestava piuttosto bene a diventare il teatro di vicende che parlano di ragazzi ribelli. Era estate e il gruppo di giovani era impegnato a litigarsi un piccolo ventilatore a manovella, distrutto dagli anni e consumato da tutte quelle mani desiderose di trovare un qualche ristoro. Era estate, ma l’aria all’interno della stanza era un enorme cumulo di nebbia creata dalle sigarette che si avvicendavano fra le dita dei presenti. Il clima veniva notevolmente riscaldato da tutte quelle voci che si accavallavano e che portavano freneticamente migliaia di idee e nuovi propositi a cui nessuno, nascostamente, dava troppa fiducia.
Io arrivai qualche minuto prima dell’ora prestabilita per l’appuntamento, ricordo solo mia zia che con dolcezza mi rassicurò dicendomi che i nuovi amici cambiano la vita sempre in meglio. Feci bene a crederle e passai attraverso la porta scivolando a causa del sudore che mi bagnava i piedi, protetti da fragili sandali di plastica, quelli delle occasioni importanti.
Inizialmente fu solo caos, venni travolta da quella sinfonia di voci e urla e dal magnifico senso della novità. Dopo le presentazioni e alcuni sorrisi imbarazzati presi posto, quasi in disparte, ma in modo tale che riuscissi ad osservare tutti quei volti nuovi, giovanissimi e tutti estremamente accoglienti nei miei confronti. L’aria cambiò improvvisamente, mi sembrò incredibilmente fresca e ardevo dalla voglia irrefrenabile di conoscere tutti quei corpi e quelle anime che circondavano una persona che nella vita aveva avuto solo una solitudine mascherata da felicità, non ero mai stata felice prima di allora. Mi piace pensare di essere nata due volte e una di queste si materializzò nel passaggio attraverso l’ingresso di quello che sarebbe diventato il mio luogo del cuore, dove l’animo torna ogni volta che la bussola si perde.
Feci amicizia con una persona che conoscevo solo per fama, una persona di cui tutti quelli che mi avevano parlato non avevano capito quasi un bel niente. Si chiamava Emanuele e mi colpì all’inizio per un suo fare un po’ bizzarro e per la gentilezza con cui cercò di farmi sentire a casa. Parlai poi con una ragazza dai capelli rossi, Arianna, che cercò di presentarsi come un’amica di vecchia data, come se in fondo ci fossimo conosciute da sempre. Parlai con Aurora, una ragazza silenziosa che mi introdusse nel suo mondo e con Nicolò, un ragazzone dagli occhi gentilissimi. C’era anche un certo Lischi, che all’inizio non mi sembrò brillare per simpatia. Conobbi Sara, una ragazza minuta che si lamentava per tutte le sigarette donate ai propri amici e Giulia, che mi accolse con un urlo frastornante.
Restai in silenzio per tutta la durata dell’incontro, stordita da tutta quella vitalità che non avevo mai visto in nessuna persona prima conosciuta, ma me ne andai sicuramente con tristezza, fantasticando su ciò che sarebbe successo nella mia vita nei giorni successivi, nella speranza che quel gruppo di ragazzi fosse veramente arrivato da me per cambiare il mio lento e tedioso scorrere dei giorni.
Appena uscita, ricordo vividamente l’odore dei tigli che circondavano il cortile di una piccola scuola le cui mura erano ricoperte dalla luce soffusa di un tardo pomeriggio di inizio agosto. La luce creava ombre giocose all’interno delle aule vuote. Percorsi la strada principale fino ad arrivare alla macchina di mia zia che era tornata a prendermi, desiderosa di ascoltare le mie prime impressioni e rivivere così anche una parte della sua giovinezza. Un passato che era felice di rivivere attraverso le mie nuove storie e il vociare di quella stanza affollata, riscaldata fino all’inverosimile dalla voglia di mettersi in gioco di tutti quei ragazzi in cui, in qualche modo, rivedeva il suo indomabile furore giovanile.
In quel periodo dell’anno ero tenuta, assolutamente controvoglia, a portare aiuto ai miei genitori lavorando come cameriera nel ristorante di famiglia. Serate interminabili, scandite dall’andirivieni continuo di avventori in cerca di una serata speciale sulle spiagge della Versilia. La divisa che ero obbligata a mettere aderiva perfettamente al mio corpo, all’epoca molto magro e sottile, e metteva in risalto le mie ossa sporgenti, creando un chiaroscuro di elegante gracilità. Così tutte le sere mi ritrovavo sempre ad annusare il profumo dell’estate che il mare e la musica vicini esalavano, senza essere parte di quella spensieratezza e libertà, ma osservando gli altri giovani danzare ed innamorarsi su una musica di cui non conoscevo ancora il ritmo.
Mia zia mi portò a lavoro e passai un’altra serata come quelle che ero abituata a vivere, nell’unico modo in cui le mie estati potevano trascorrere. Ma la musica, che arrivava al locale grazie ad un vento favorevole, quella sera non fu di sconforto quanto di gioia: in qualche modo iniziai a sentirmi parte dell’estate.
1. La stagione dei miracoli testo di Cecilia Torcigliani
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