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Non è un giorno,
non è una data nel calendario,
ma una fenditura nel tempo
in cui qualcosa cede
e qualcosa insiste.
L’uomo chiama questo punto
con nomi diversi:
Pasqua, rinascita,
ritorno, risveglio.
Eppure il gesto è lo stesso
in ogni lingua:
attraversare.
C’è sempre una notte prima,
una perdita,
un’assenza che scava,
una domanda che non trova appiglio.
È lì che l’esistenza si incrina
e smette di bastarsi.
Direbbe Søren Kierkegaard
che bisogna saltare,
non perché si vede la riva,
ma perché restare è già cadere.
E direbbe Friedrich Nietzsche
che bisogna affermare,
anche l’abisso,
anche il peso che ritorna.
Tra questi due fuochi
l’anima si tende:
crede e dubita,
si spezza e si raccoglie.
Ogni tradizione custodisce un varco:
un mare che si apre,
un sepolcro che si svuota,
un ciclo che ricomincia,
un silenzio che diventa parola.
Non è la fine del dolore,
ma il suo attraversamento.
Non è la negazione della morte,
ma il suo limite.
Perché qualcosa,
in modo ostinato e inspiegabile,
non accetta di finire.
E allora l’uomo, fragile testimone,
impara lentamente
che perdere non è l’ultima verità,
che cadere non è l’ultima direzione,
che il buio non è l’ultima forma
della luce.
Così il passaggio continua,
non nei cieli lontani,
ma dentro ogni respiro che resiste,
dentro ogni scelta che ricomincia.
E ogni volta,
senza clamore,
il mondo
si rialza.