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Mi sono preclusa di sbagliare,
una vita su piano cartesiano.
Tutto era orribile, ma familiare,
nessun sentimento mi era sovrano.
Sapevo chi ero in quel dolore,
ero sicura, decisa, convinta.
Ma in un mondo senza colore
ogni gradazione veniva respinta.
E allora, come in una televendita,
con gli zigomi tesi, sorrido.
È la tecnica da tempo acquisita
nella quale tuttora confido.
Mento, per l’ennesima volta,
l’unica cosa che so fare bene,
con l’anima stanca e stravolta
che non sa più a chi appartiene.
Guarire fa schifo, è incertezza,
ti guardi avanti, ma anche indietro.
E col costante senso di debolezza,
resti impalata al di là del vetro.
Mi aspettavo un altro risveglio,
invece affogo senza affondare.
Come un pesce su uno scoglio
che non sa più se sa nuotare.
E ci provo, sì, ma è solo un’offesa
a quella me che vorrebbe sparire.
È una scelta sfinita, un’impresa
a questo assurdo dover proseguire.
Trascino i passi, rifiuto il riposo,
agisco contro il mio unico intento.
È un cammino stanco e faticoso,
ma di starci provando, non mi pento.