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Qui al nord l’autunno è autunno per davvero. Suonerà insolito, ma è proprio questo uno dei motivi che mi tirano su quando mi manca il mare. Il cielo tende serenamente al grigio; le foglie secche scricchiolano sotto i passi dei viandanti con tempi diversi: ognuno crea una propria musica. Leggeri e improvvisi soffi di vento freddo risvegliano dal lontano torpore estivo; sento piccoli tagli sulla pelle del viso e l’istinto di stringermi in me stessa.
Il fiume scorre lento, quasi immobile. È lui a sopperire al mio bisogno d’acqua; ho sempre sentito l’esigenza di fluire. Il parco è popolato, eppure la sensazione dominante è la desolazione. Colgo infiniti piccoli dettagli, ma sto facendo l’abitudine a tutto. Noi due siamo seduti su una panchina, i cani davanti a noi: il suo, nero, è disteso sull’erba; il mio, bianco, cerca di liberare un sasso dalla morsa del terreno. Probabilmente il loro comportamento dice qualcosa di noi. Guardiamo entrambi davanti a noi, con lo sguardo perso chissà dove. Io fisso un punto indefinito, ma ci sono; lui, invece, guarda il vuoto per davvero. Mi chiedo cosa si provi a vederlo, il vuoto. Sono tentata di sporgermi, di provare quel brivido, ma non ci riesco. Il vuoto lo vedi se ce l’hai dentro: dovrei ritenermi fortunata.
Siamo vicini, ma distanti anni luce. Due estranei. Provo un chiaro senso di impotenza. Ho finito le parole, le energie. Lui non avverte nulla di tutto questo; se gliene parlassi, cadrebbe dalle nuvole. Fuori inizia l’autunno, dentro di lui è sempre inverno. La mia estate interiore l’ha spenta, l’ha ibernata. Vorrei trovare la forza di alzarmi e camminare con calma, senza voltarmi più indietro, ma le mie gambe non ricevono input, sebbene il mio cervello sappia tutto. Anche la sua posizione tradisce il distacco: è lì, buttato come un cappotto su una sedia.
Ho ricordi vaghi del mio entusiasmo, della mia forza d’animo, del mio credere che ce l’avrei fatta e che le cose sarebbero cambiate. Lui è stato come la terra: ha assorbito me, che ero acqua. Non rimane nulla, se non brandelli. I cocci sono diventati polvere. I cocci puoi provare a rimetterli insieme, la polvere no. Vorrei che arrivasse un vento forte a portarla via, e diventare io stessa vento.
Mentre scrivo, mi rendo conto di quanto io mi senta fragile. È come se aspettassi che qualcuno mi salvasse, perché da sola non riesco. Il silenzio riempie il parco e ogni nostro spazio. Non ricordo quasi più il suono della sua voce, né il colore dei suoi occhi. La sua infelicità cronica mi ha fagocitata. Credevo fosse mio compito contagiarlo, portarlo fuori dai meandri della sua mente, salvarlo dal suo freddo. La verità è che mi ha trascinata nel suo buio. Non ricordo più la sensazione dei muscoli che formano un sorriso.
Ricordo che il nostro amore - o quel sentimento a cui oggi non so dare un nome - è esploso con una potenza indescrivibile. Forse avrei dovuto capire già allora, ma ero stordita. E quando credi di vivere il bello, che te ne frega di capire? Col senno di poi, dico a me stessa: “Fidati soltanto dei piccoli passi”. Correvo con il cuore che scoppiava; non potevo fermarmi. Era tutto troppo veloce. Correvamo insieme, con il cuore in gola, e quella corsa non ci ha permesso di conoscerci davvero. Se mi fossi fermata un secondo… solo un secondo.
Eppure, continuo a credere che l’amore sia benefico. Ma spesso ci si perde e si chiama amore ciò che non lo è. I sentimenti che non sono amore legano a doppio nodo. È una corda che stringe e non consente la fuga. E il bisogno di scappare arriva troppo tardi, quando non sai più come fare. Non vuoi stare lì, eppure vuoi stare lì. Lui è qui, a pochi centimetri, ma il mio senso di perdita è profondo. Non so nulla di lui, non ho mai saputo niente. Non conosco il suo passato, ignoro gran parte del suo presente. Mi chiedo come sia potuto accadere.
Quel giorno ci siamo parlati e da allora non abbiamo più smesso. Di cosa parlavamo? Di noi, delle cose in comune, dell’assurdità di un’intensità simile. E poi? Nient’altro. Appunto: il vuoto. Nessuno se ne rendeva conto. Oggi mi chiedo se l’illusa sia stata io o se lui sapesse tutto fin dall’inizio. Non credo ci sia cosa più terribile. La nostra storia è nata a distanza. Castelli di sabbia. Da sempre.
Il nostro primo incontro è stato disordinato, confuso. Aspettavamo da troppo tempo. L’attesa illude. Questo senso asfissiante di appartenenza poggiava sul nulla. Ricordo che, di fronte a un mio piccolo dubbio, lui reagiva riportando il nostro pensiero sulla stessa frequenza. E io cedevo. Credevo fosse capacità di risoluzione, invece era un incantesimo. Che tenerezza mi faccio se mi guardo indietro: avrei dovuto salvarti, cara me. Avrei dovuto salvarci. Il suo modo di idealizzarmi - così intenso, così esagerato - mi lusingava e mi avvolgeva, ma non sempre mi convinceva. Oggi ne pago le conseguenze.
Il fiume scorre lento davanti a noi e io vedo solo un fermo immagine. Nel silenzio estremo si riesce a sentire il proprio battito, ma io non sentivo niente. Mi aveva prosciugata. Lo scambio non è mai stato equo, anzi, non c’è mai stato. Lui mi aveva assorbita fino a farmi scomparire, ma tutto ciò che aveva preso era sparito nell’oblio: non riusciva neanche a farlo suo. Il risultato è questo: due esseri che respirano. Nulla più.
“Era bello vedere che il verde ritorna”, recita una canzone. A me sembra impossibile. Sono uno spettatore distratto, lontano, sordo. Uno spettatore di uno spettatore. Provo a guardarmi dall’esterno, ma neanche da lì so darmi una spinta. Come un camaleonte prendo il suo colore, il suo buio, il suo vuoto. Siamo trasparenti; mi chiedo se gli altri ci vedano. Noi, di certo, non vediamo nessuno.
Mi impongo di cercare la me che conosco, che so essere ancora lì, coperta da queste foglie. Ho bisogno di farle delle domande. Forse non ascolterò subito le risposte, ma saranno piccoli tarli a cui chiedo di creare un varco per fuggire. La me sotto le foglie si ostina in una falsa dormiveglia, ma è pronta a scattare, a far esplodere la sua energia. Aspetta che sia io, questa me immobile, a darle il segnale. Vorrei chiederle di uscire, di prendere il comando: ce ne andremmo a braccetto lungo il fiume e, arrivate in fondo, torneremmo uno. Uno.
Ho sempre amato le tante parti di me; mi hanno permesso di restare curiosa, di affascinarmi nel non conoscermi tutta. Ogni tanto capito in un mio labirinto; altre volte mi spingo oltre consapevolmente, verso lati oscuri, sapendo che mi farò male. Però oggi vorrei essere “uno”. Vorrei che tutte queste parti dialogassero meglio, che la loro somma raggiungesse il massimo potenziale, senza che una prevarichi l’altra. Vorrei fossero collegate da corde sottili, in un equilibrio dinamico. Nulla di rigido. Piuttosto un mare calmo, un movimento acquatico.
Mentre mi perdo in questi pensieri, lui accanto a me è una sagoma con la consistenza del vapore. Non c’è nessuno. Eppure, non riesco a tradurre questo “nessuno” in “niente”. Sento la mancanza di qualcuno che sta a pochi centimetri da me. Cosa mi manca? Tutto quello che non mi dà? E se non mi dà nulla, perché cerco tutto da lui? Perché ho deciso che la mia idea di “tutto” debba personificarsi in questo individuo?
Sono avvinghiata a un’idea, soffocata da un fantasma. Forse ho paura di raggiungere quel “tutto”? O forse scegliere chi non può darti nulla è la strada più facile? La me silente avrebbe le risposte. “Cosa stai aspettando? Vai e non tornare mai. È già tardi, a pochi passi c’è la vita. Alzati!”.
Ormai non mi chiedo neanche più cosa gli passi per la mente. A volte credo non pensi nulla. Due marionette - due pupi, come diremmo giù a casa mia - hanno più vitalità di noi.
Sono sfinita dai miei “vorrei”.