Una fata di primavera

scritto da Simona Antares
Scritto 11 anni fa • Pubblicato 11 anni fa • Revisionato 8 anni fa
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Autore del testo Simona Antares

Testo: Una fata di primavera
di Simona Antares

“Ehi, guardate che meraviglia! Questo posto è un incanto!” disse una dolce voce di bambina.
Le nuvole fluttuavano leggere nel cielo, i boccioli di fiori appena spuntati. Tutto nell’aria faceva presagire all’imminente arrivo della primavera.
La bambina si chiamava Giada, aveva dieci anni ed era allegra e solare come il sorriso che risplendeva in quel momento sul suo viso. Si sentiva felice Giada, quella era la sua prima gita scolastica, i primi giorni che trascorreva lontano dai suoi genitori…era la sua prima avventura nel mondo ed era visibilmente emozionata.
E poi c’era Enrico, di tre anni più grande di lei, il ragazzino di cui era segretamente innamorata…cosa poteva desiderare di più dalla vita?
“Oh, che bello! Che aria pulita che c’è qui, in alta montagna!” cinguettò felice la bimba
“Già, peccato che Francesca non sia potuta venire con noi” disse Enrico con il suo solito sorrisetto impertinente “Invece è venuto qualcuno che faceva molto meglio a starsene a casa” disse, mandando uno sguardo provocatorio verso Giada. La bambina si indispettì. “Credi che io sia felice di stare qui con te?” disse, mentendo a sé stessa.
“Ehi, non cominciate a litigare adesso!” disse Alice, l’amica del cuore di Giada “Vediamo di goderci il panorama. Guardate là!”
Guardarono tutti incantati la splendida montagna che si innalzava maestosa dinanzi ai loro occhi. “Sembra un regno incantato!” disse con aria trasognata Giada
“Già, è bellissima!” le fece eco Alice
“Ma dai, ma si può sapere cosa ha di così speciale?” disse Enrico in tono annoiato “Siete proprio delle bambine!”
“E tu sei il solito antipatico!” controbatté Alice, poi si guardò attorno. “Ma dov’è Giada?”
“Ah non lo so!” rispose Enrico “Sarà da qualche parte ad ammirare il panorama”
“E’ meglio che vada a cercarla prima che la maestra se ne accorga. Tu resta qui e fai silenzio, se ci riesci”
S’inoltrò nel fitto bosco. L’aria era stranamente calma. “Che strana atmosfera che c’è qui” disse impaurita la bambina “Sembra quasi che il tempo si sia fermato…”
Finalmente riuscì a trovare la sua amica. “Giada! Giada!” Notò che la bambina si era fermata a osservare un punto fisso.
“Che ti succede? “ chiese Alice “Cosa stai guardando con così grande attenzione?”
“Mi è sembrato di vedere qualcosa laggiù.” rispose Giada
“Che cosa hai visto?” chiese l’amica
“Non lo so, un’ombra forse. Voglio andare a vedere!”
Alice impallidì. “No, non puoi farlo, la maestra ci sgriderà! Ci siamo già allontanate troppo! Ti prego, torniamo indietro!” Ma Giada non le diede ascolto, s’inoltrò nel fitto bosco.
“Ehi, aspetta! Non puoi andare laggiù da sola! Giada!” urlò Alice
“Si può sapere cosa state combinando voi due?” chiese Enrico, apparso all’improvviso
“E tu cosa ci fai qui? Ti ho detto di rimanere dove eri!” lo sgridò Alice
“Ho pensato che aveste bisogno di me e non mi sbagliavo a quanto pare! Dove va quella?” chiese indicando con un dito Giada che si allontanava sempre più dalla loro vista
“Non lo so, ma dobbiamo seguirla! Andiamo!”
“Accidenti! E io che pensavo di godermi questa mia prima vacanza lontano dai miei genitori, che pizza!”
“La smetti di borbottare, si o no?” chiese irritata Alice, ma si fermò non appena vide Giada ferma sulle rive di un piccolo ruscello.
“Che bella signora!” disse con voce estasiata Giada.
“Giada! Giada! Ma si può sapere cosa ti prende?” gridò la sua amica Alice
“Semplice” rispose Enrico “Ha le allucinazioni, non vedi?”
“Smettila tu!” poi, rivolgendosi all’amica “Che cosa stai facendo qui?”
“Non lo so…” disse la bambina “Mi era sembrato di vedere una bellissima signora che fluttuava nell’aria!”
“Ecco, lo sapevo, questa è diventata pazza, sempre a dire stupidaggini!" Poi aggiunse “Ehi, sta salendo la nebbia, che strano"
“Forse è meglio se torniamo indietro” disse Alice, presa all’improvviso da un brivido freddo.
Camminarono per una mezz’ora ma della strada non videro nemmeno l’ombra.
“Mi sa tanto che ci siamo persi” disse Enrico con il suo solito tono sarcastico.
“Smettila di dire così!” disse Alice “Vedrai che riusciremo a ritrovare la strada!” Si girò verso Giada, ma vide che si era di nuovo fermata a fissare un punto nel cielo.
“Ci risiamo!” disse Enrico “Cos’hai visto questa volta?” chiese alla bambina ma lei non rispose. Enrico si avvicinò a lei. “Ehi, ci sei?” disse, muovendo una mano davanti ai suoi occhi come per destarla.
“Non lo senti anche tu?” chiese Giada
“Sentire cosa?”
“Un pianto di una signora" Nella fredda e oscura selva si sentiva nitido il pianto sommesso e disperato di una donna.
“C’è qualcuno che piange, non lo senti?” chiese di nuovo la bambina
“Qualcuno che piange? Io non sento nulla. Ma non è che ti sei messa a farci uno scherzo?”
“Non lo senti ora? Ascolta” Era un pianto angosciante, che spezzava letteralmente il cuore. Giada ne rimase profondamente colpita.
“No eh, non mi mettere paura adesso!” piagnucolò Alice.
“Certo che ci sta mettendo paura, lo sta facendo apposta!” disse Enrico adirato “Beh, sai che ti dico, io non ci sto! Io me ne vado e vi lascio da sole qui, così imparate a fare le stupide!”
“No, Enrico, ti prego, non andartene!” lo supplicò in lacrime Alice, tirandolo per un braccio, ma il ragazzino sembrava irremovibile.
“Mi sono stancato dei vostri scherzetti, tutto questo non è affatto divertente!” . Ma si bloccò all’improvviso. Nascosta nella nebbia, intravide una casa.
“Ehi, ma quella è una casa!” gridò il ragazzo. Giada e Alice si voltarono.
“E’ vero, è proprio una casa!” disse Giada “Ma da dove è sbucata?”
“Io ho tanta paura! Andiamo via di qui, vi prego!” gridò Alice, ma sia Giada che Enrico non le diedero ascolto, stavano entrambi correndo verso la misteriosa casa.
“Ehi, non lasciatemi qui sola! Vi ho detto che ho tanta paura!” disse Alice, seguendo a malincuore i due. Appena giunti davanti alla soglia, si accorsero che l’uscio era aperto. Delle cornacchie volavano sopra il tetto, emanando il loro stridulo verso.
“E’ permesso?” chiese titubante Enrico “Si può entrare?”
Tutti e tre i ragazzi entrarono nella casa misteriosa. Al suo interno tutto era arredato e ordinato con cura, come se qualcuno dimorasse da sempre in quella abitazione.
“Beh, almeno avremo un riparo per la notte” disse rincuorata Alice, avvicinandosi di spalle a un vaso di piccole margherite appassite che, all’improvviso, ripresero vigore senza che lei se ne accorgesse.
Giada, al centro del salotto, venne improvvisamente colta da un leggero capogiro.
“Che cos’hai, Giada?” chiese in tono preoccupato Enrico
“Non so perché, ma da quando ho messo piede in questa stanza, mi gira la testa”
Un urlo di Alice li fece sobbalzare.
“Alice! Alice! Cosa ti succede?” chiese Enrico, raggiungendo di corsa la bambina che si trovava nella stanza accanto.
“Guardate! Guardate lì!” Alice stava indicando un grande dipinto appeso alla parete difronte alla porta. Il quadro raffigurava un bellissimo giovinetto.
“Sciocca che sei! E’ soltanto un ritratto!” disse in tono divertito Enrico “Non c’è motivo di avere paura!”
“Ma a me, non so perché, mette paura!” rispose Alice piagnucolando
“Sapete…” disse meditabonda Giada “Mi sembra di aver già visto quel viso”
“E dove?” chiese con curiosità Enrico
“Uhm…” disse pensierosa la bambina “Ah si, ci sono, sei tu!” disse indicando il ragazzo. Enrico ebbe un sussulto.
“Ma che stai dicendo?!? Quello non sono affatto io! Tu devi avere il cervello bacato, altro che!” disse, inorridito.
“Silenzio!” disse Alice. Un rumore di passi risuonò all’improvviso nella casa.
“Ma questi sono dei passi” disse Enrico
“Già, proprio sopra di noi” gli fece eco Giada “Andiamo a vedere!”
Si diressero verso il piano superiore, salendo delle pericolanti scale.
“Ehm, perché non vai avanti tu, Alice?” chiese titubante Enrico
“Ehm, no, io rispetto l’età, sai” disse facendogli l’occhiolino “Tocca a te, sei tu il più anziano e in più sei l’unico uomo…”
“Ho capito, ci vado io!” disse Giada, salendo di corsa l’ultima rampa di scale e togliendo così d’impaccio oi due litiganti.
I passi provenivano da una stanza alla sua sinistra. La bambina aprì la maniglia ed entrò. La stanza era vuota, non c’era presenza di anima viva.
“Che strano, chissà cos’erano quei passi” disse Giada
“Forse il vento” proseguì Alice, ma senza convinzione
“Ehi, non so voi ma io comincio ad avere fame. Scendo giù a cercare qualcosa da mangiare” disse Enrico
“Aspetta, vengo con te!” gli fece eco Alice, scendendo con il ragazzo.
Giada rimase sola nella stanza. Sentiva che c’era qualcosa che l’attraeva come una calamita, qualcosa di oscuro e allo stesso tempo terribilmente affascinante. Fece alcuni passi per la stanza, poi si fermò.
“Chi sei? So che sei qui, ti ho vista e ti ho sentita piangere. Vorrei tanto poterti aiutare, dimmi chi sei”
L’attimo dopo aver pronunciato quelle parole, l’ampia finestra della sala si spalancò, mostrando un panorama spettrale: uno sconfinato mare si estendeva davanti a lei, illuminato dalla flebile luce della Luna. Giada non si spaventò; si avvicinò lentamente alla possente ringhiera di marmo e fissò il nero orizzonte con occhi tristi e malinconici.
“Devo rimanere qui” disse la bambina “Sento che devo rimanere qui” Il pianto triste e sommesso riapparve dopo aver pronunciato quelle parole.
“Questa voce mi commuove profondamente ogni volta che lo sento, è un pianto che stringe il cuore, è così triste. Vorrei tanto consolare quella signora…”
Una mano si posò all’improvviso sulla sua spalla sinistra. Giada ebbe un sussulto.
“Ma si può sapere cosa stai borbottando?” chiese Enrico “Ti sei messa anche a parlare da sola, adesso?”
“Io…Io…” disse Giada, ma si fermò all’improvviso. Tutto era scomparso, la ringhiera, il mare, la luna, il pianto sommesso della donna. Davanti a sé c’era solo una stanza vuota ed Enrico che la guardava con curiosità.
“Ma…ma…il mare dov’è?” chiese perplessa la bambina
“Il mare? Ma di che mare stai parlando? Qui siamo in montagna, il mare non c’è!” rispose il ragazzino con una risata.
“Ma io l’ho visto! La finestra si è spalancata e fuori c’era il mare!” ribatté la bambina
“Per me tu sei proprio tutta matta! Questa gita deve averti dato alla testa! Non vedi che la finestra è chiusa? Ora l’apro e ti faccio vedere!” disse, aprendo la grande porta finestra e mostrando così un panorama fatto solo di fitti alberi e di un cielo ingrigito dalla nebbia.
“Eppure io l’ho visto! E c’era di nuovo il pianto della signora!”
“Oh, di nuovo questa storia del pianto! E’ meglio che scenda giù, prima che quella combini altri danni” disse Enrico “Tu cosa fai, resti qui o vieni con me?”
“Io voglio rimanere qui! Sento che devo farlo!” disse con determinazione la bimba
“Come vuoi, fai un po’ quel che ti pare! Noi siamo giù, se ti serve…” disse, rivolgendole un altro curioso sguardo e uscendo dalla stanza.
Giada lo guardò allontanarsi, ma qualcosa catturò la sua attenzione; guardò in basso...c’erano delle impronte di piedi scalzi appena uscite fuori dall’acqua. La bambina si mise a seguire le orme che la condussero alla stanza del ritratto. Le orme si fermavano proprio davanti al quadro. La bimba udì di nuovo il pianto disperato della donna.
“Chi sei? Voglio conoscerti, ti prego!” implorò la bimba, ma la voce scomparve da dove era giunta, nel nulla.
Giada scese le scale sconfortata. Entrò nel salotto con aria cupa.
“Si può sapere dove sei finita?” l’aggredì Alice “Ci hai fatto spaventare?” Giada non rispose, si limitò ad accomodarsi sul divano senza nemmeno dire una parola.
“Ma si può sapere cos’hai?” chiese Alice
“Sta impazzendo, te l’ho detto" rispose Enrico ma anche questa volta Giada non diede loro peso. Dopo un attimo di silenzio, finalmente riprese a parlare.
“Ascoltate: se ci fosse un fantasma in questa casa, secondo voi che aspetto avrebbe?” chiese
“Un fantasma?” chiese Alice, impaurita, ma si riprese subito “Mmm, sai che mi hai fatto venire in mente una cosa? Una volta lessi la leggenda di una fata di nome Banshee”
Giada alzò gli occhi con stupore. “Banshee?” chiese “E quella Banshee era sempre triste e piangeva sempre?”
“Allora l’hai letta anche tu questa storia” disse l’amica
“Ti prego, parlami di lei! Che aspetto aveva?” chiese con curiosità Giada
“Beh, questo non te lo saprei dire” disse titubante “So però che, a ogni sua apparizione, spariva qualcuno”
“Spariva?” chiese Giada con timore
“Ora che ci penso, qualcuna di voi due sa dov’è il bagno?” le interruppe Enrico, alzandosi dal divano. Alice lo guardò con occhi torvi. “Possibile che non sai fare la persona seria per almeno un minuto?”
“Ah, ma quanto rompi! Ho capito, dovrò trovarlo da solo” disse, aprendo la porta “Voi due continuate pure a raccontarvi questa strana storia. Ah, se non vedete tornare, non state in pena per me, io sarò sicuramente tra le braccia di Banshee!” disse con il suo tipico sorrisetto sarcastico.
“Enrico!” disse Giada
“Quello ha le pigne nel cervello, credimi!” disse Alice con un sospiro “Non riesco proprio a capire cosa ci trovi in lui…”
“Alice" chiese Giada ignorando volutamente la sua domanda “Cosa intendevi dire prima per scomparire?”
“Sembra che la fata porti via con sé le persone in un altro mondo, ma questo non lo si sa con certezza perché nessuno vi è mai ritornato indietro”
Giada impallidì.
“Pare inoltre che faccia scomparire soltanto dei ragazzi” aggiunse Alice
“Soltanto dei ragazzi?” chiese Giada “E perché?”
“Questo purtroppo non lo so, forse la fata sta disperatamente cercando il giovane che amava"
“Amava un giovane?” chiese Giada, sempre più rapita da questa storia.
“Si" disse Alice “Si racconta che la fata Banshee si fosse innamorata di un ragazzo, di un essere umano che, al termine della sua vita, morì come tutti i mortali. Pare che da quel giorno la fata rapisca e porti via con sé tutti i giovani che gli somiglino”
Giada ripensò a quel ritratto, ripensò alle orme sulla terrazza, ripensò a Enrico. In quel momento comprese tutto.
“Enrico!” urlò all’improvviso, facendo sobbalzare Alice
“Che succede?” chiese impaurita la bambina
“Potrebbe essere in pericolo?” disse Giada
“In pericolo?” le fece eco l’amica
“Vado a cercarlo!” disse Giada, uscendo di corsa dalla stanza
“Aspetta, dove stai andando! Non lasciarmi qui da sola, lo sai che ho paura!”
“Enrico, Enrico!” urlò Giada, cercando l’amico in tutta la casa. Poi si accorse che l’uscio era aperto.
“Enrico! Enrico!” gridò, uscendo fuori nell’oscurità della nebbia.
“Enrico! Enrico!” A un tratto non riuscì più a muoversi, una forza misteriosa la teneva incollata al suolo.
“Cosa succede? Non riesco più a muovermi!”
Grazie alla sua forza di volontà, riuscì a liberarsi da quella forza magnetica che le impediva di muoversi. Si inoltrò ancor più nelle profondità del bosco. Si sentiva stanca, ma non avrebbe mai ceduto, per nessuna ragione al mondo…doveva trovare Enrico.
Improvvisamente venne attratta da una luce in fondo al bosco. Si avvicinò e quel che vide la sconvolse: disteso sull’erba, profondamente addormentato, c’era Enrico. Accoccolata al suo fianco c’era una bellissima fata. Giada rimase profondamente colpita dalla sua bellezza, dai suoi lunghissimi capelli neri, dalla sua carnagione pallidissima e dai suoi tristissimi occhi grigi. La fata accarezzava dolcemente il capo di Enrico, fissandolo con occhi immensamente tristi.
“Enrico!” gridò la bambina. Al suono di quella voce la fata si alzò in piedi e si voltò verso di lei. Giada rimase fortemente suggestionata da quello sguardo pieno di tristezza e rancore.
“Ti prego, non portarlo via!” gridò disperata la bambina “Ti prego, aspetta!” Provò ad avvicinarsi a lei, ma la fata con un incantesimo riuscì a immobilizzarla di nuovo e a far scatenare su di lei un’improvvisa e violenta tempesta. Giada era in balia degli eventi, non sapeva cosa fare, ma non si perdette d’animo.
“Ti prego, non portarla via!” gridò di nuovo la bambina “Ascoltami, ti prego! Questo ragazzino si chiama Enrico, non ha molto sale in quella sua zucca e ne combina sempre di tutti i colori, credimi! E’ uno stupido, un testone, uno spaccone, mi fa sempre tanti dispetti, ma io gli voglio bene!” disse tra le lacrime “Se tu me lo porti via sentirò tanto la sua mancanza e diventerò triste come te!” La fata rimase profondamente colpita da quelle parole innocenti “E non soltanto io, anche i suoi genitori e i suoi amici si sentiranno tristi! Tutti sentiranno la sua mancanza! Tutti soffriranno, proprio come te! Per favore, lascialo nel suo mondo! Lui non vuole venire con te! Sarebbe sempre triste e penserebbe sempre a noi! E poi…e poi…” ma non riuscì a proseguire oltre, i singhiozzi che sconquassavano il suo petto le impedivano di parlare.
La tempesta si placò. La fata rimase a osservare quella bambina che si struggeva di lacrime.
“Tu gli vuoi molto bene, vero?” chiese con voce dolce
“Si” disse la piccola Giada, facendo cenno con la testa. Fu allora che avvenne un prodigio, a fata sorrise...per la prima volta dopo secoli la fata Banshee sorrise.
“Tu hai sorriso!” disse Giada, smettendo di piangere e sorridendo a sua volta “Come sei bella quando sorridi!
Si avvicinò lentamente a lei. La fata ne rimase colpita.
“Non hai paura di me?” chiese con titubanza
“No, perché dovrei?” chiese la bimba con tenera ingenuità “Anche se non sei umana, sento che sei buona. Sai, penso che io e te diventeremo grandi amiche! Iio so che sei tanto triste e vorrei tanto consolarti”
“Ti chiedo di perdonarmi” disse la fata “se avessi portato via il tuo amico, avrei reso triste anche te" Poi, fissandola negli occhi “Addio, grazie per avermi fatto provare di nuovo l’ebbrezza di un sorriso, grazie per avermi ridato la speranza! Addio!” E scomparve in una nube di luce.
Giada si risvegliò con le mani intrecciate a quelle di Enrico.
“Enrico!” gridò la bimba, scuotendolo nel tentativo di svegliarlo. Il ragazzino aprì gli occhi e fece un lungo sbadiglio “Ehi, ma che ci facciamo noi qui?” disse, guardandosi attorno con stupore.
“Oh, sei vivo! Sei qui!” gridò Giada, abbracciandolo forte
“Ricominciamo con le tue stranezze? Perché dove avrei dovuto essere?”
Un urlo di Alice li fece sobbalzare. “Aiuto! Aiuto!” gridò la bambina
“Alice!” urlò Enrico, accorrendo verso di lei. La vide aggrappata a un ramo di un imponente albero. La casa si era dissolta nel nulla insieme alla fata.
“Tiratemi giù!” singhiozzò la bambina
“Ma questa è una magia!” disse Enrico meravigliato mentre aiutava Alice a scendere dall’albero.
“Alice, Enrico, Giada!” Delle voci li chiamavano, appartenevano alle loro insegnanti. Avevano entrambi l’aria molto sofferente.
“Oh bambini, state tutti bene? Non sapete quanto ci siamo preoccupati per voi!”
“Mi dispiace molto, è tutta colpa mia” disse Giada
“Dove avete trascorso la notte?” chiesero le due donne
“La notte?” ripeterono in coro i ragazzi. Non riuscirono a credere di aver trascorso l’intera notte nel bosco, in compagnia di una fata.
“Andiamo, torniamo a casa!” dissero le due donne.
Mentre si avviavano verso l’autobus che li avrebbe riportati a casa, Enrico si rivolse a Giada. “Così’ noi saremmo stati in giro per tutta la notte?” chiese
“Eh già, in effetti mi sento un po’ stanca” rispose Giada
“Dai, salta su!” disse il ragazzino, caricandosela sulle spalle.
“Su ragazzi, sbrigatevi!” li chiamarono le loro insegnanti.
“Sono pesante?” chiese Giada
“Macché, sei leggera come la tua zucca!” rispose Enrico con la sua solita impertinenza. Giada emise un sospiro “Uff! Che delusione avrebbe avuto se avesse rapito un ragazzo tanto sciocco come te!”
“Ma cosa stai dicendo?” chiese Enrico, voltandosi a guardarla
“Oh, niente, è un segreto!” disse la bambina, girandosi verso l’imponente albero che sovrastava il bosco e ringraziando colei che le aveva insegnato che nella vita bisogna sempre seguire il proprio cuore, senza mai lasciarsi sopraffare dalla paura.
Sorrise Giada e nel suo cuore sapeva che la fata Banshee stava sorridendo insieme a lei.
Una fata di primavera testo di Simona Antares
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