É tutto algido, tutto stucchevolmente chiaro, freddo.
La sala é gigantesca, colossale, con mura prive di angoli, sembra fatta di una sola, unica parete che rincorre se stessa senza mai raggiungersi.
Non potrei stimarne le dimensioni, ma superiori a qualsiasi ambiente che abbia mai visto.
Il soffitto non ha fine, non é percettibile, ma se ne avverte la presenza dietro nubi di nebbia che si possono sfiorare tendendo la mano.
Non ricordo perché sono qui, non rammento il motivo per cui ci sono venuto o mi ci hanno portato, so che dovrei preoccuparmi, farmi domande, sentirmi a disagio; al contrario sono calmo, sereno e implacabilmente quieto.
Mi guardo le mani; sono le mie eppure diverse, quasi ringiovanite, e anche il resto del corpo è come se non avesse peso, come fossi dentro una navicella spaziale in assenza di gravità.
“Si fa quell’effetto.”
Colui che ha parlato mi siede accanto.
É giovane, poco più di un ragazzino, capelli e occhi neri, indossa un paio di jeans scoloriti ma integri, non strappati artificialmente come quelli che vanno di moda oggi, e porta un maglione blu con le maniche alzate fino ai gomiti.
Al polso sinistro un orologio digitale da quattro soldi e all’altro un braccialetto metallico di una misura più larga, che penzola miseramente.
É alto, ma non eccessivamente, é magro e tiene la mano sotto il mento, quasi a sorreggerlo, in un gesto che da sempre accompagna anche me.
Ma é lo sguardo che colpisce: curioso, arrogante e supponente; uno così o lo ami o lo odi a prima vista.
“Di che parli?”
Alza le spalle.
“Di come ti vedi ora, ti senti ringiovanito, é normale, e poi non hai nessun dolore, anche il tuo perenne indolenzimento al collo é sparito. Giusto?”
Ha ragione, tutti i dolori sono scomparsi, non lo avevo notato, e non avverto il mio solito blocco alla cervicale; un dubbio mi pervade, lo fisso con aria interrogativa e lui risponde cantilenante:
“Si lo hai capito: sei morto, siamo tutti morti qui.”
Devo dire che qualche sospetto lo avevo, non sono sorpreso, basta osservare questo posto; lo immaginavo ben diverso, diversa tutta l’ambientazione, la scenografia.
Non che mi aspettassi angioletti con l’arpa in mano o giardini dell’Eden, non ci ho mai creduto e ammesso fossero esistiti certamente io non vi sarei entrato, ma qualcosa di più mistico, più solenne, quello si.
“ Non ricordo un accidente, so che stavo cercando di dormire, sono morto nel sonno forse?“
Scuote la testa.
“No, non sforzarti, risparmiati la fatica, non puoi ricordare. Posso dirti solo questo: ti sei ammazzato, sei un suicida, come tutti quelli che sono qui dentro.”
Un suicida? Quindi infine mi sono tolto la vita? Ho detto basta?
In questo salone devono essere centinaia; si sono forse uccisi tutti?
Il giovane sembra distratto, e invece indovina i miei pensieri e parla senza alzare gli occhi da terra.
“Si é così, tutta gente che ha deciso di finirla con la vita, non sopportavano lo schifo della loro esistenza e si sono sparati, gettati da un palazzo, soffocati in macchina coi gas di scarico, tagliati le vene, ingoiati pillole o impiccati, ecco si, la maggior parte si sono impiccati.”
“E io? Io che ho fatto? Impiccato come gli altri?”
La domanda é per me stesso, ma risponde ancora lui.
“No ti sei lasciato morire, semplicemente hai perso interesse per la vita. Non combinavi più niente”
È ufficiale: mi sta antipatico, se la tira parecchio, é arrogante, il classico sapientone, dubito avesse amici da vivo, e non capisco perché fra tanta gente proprio lui doveva capitarmi vicino.
“E come fai a saperlo? Come sono morto intendo.”
Mi guarda come fossi un idiota.
“Ma non mi riconosci? Anzi non ti riconosci? Guarda che un tempo eri me.”
Alzo gli occhi e resto di stucco!
Soltanto ora lo guardo veramente.
Mi ha colto di sorpresa, come ho a fatto a non riconoscermi?
É incredibile, sono io, io quando ero poco più di un adolescente! Ricordo bene quel maglione, e l’orologio comprato con tanto sacrificio risparmiando ogni singola lira, il braccialetto in argento regalatomi da mia nonna, perché d'oro costava troppo.
Sono senza parole, lo guardo, anzi mi guardo e provo una stretta allo stomaco.
Eccomi li, me quando ero lui, ancora alla genesi del cammino, ancora immerso in un mare d' illusioni.
Ho i capelli alle spalle, li portavo così prima di perderli nei sentieri del tempo assieme alla voglia di vivere, e la schiena curvata in avanti, come a sorreggere un indistinto fardello.
Lui mi osserva a sua volta, occhi miei nei miei occhi, abbozza un sorrisetto amaro.
“Volevi fermare il dolore dentro, te ne sei andato tu prima che la vita ti licenziasse. Hai sbattuto la porta.”
Assento come avessi capito, in realtà sono in confusione totale, cerco di ricordare, eppure non mi sembra che la scelleratezza fosse una costante nei miei giorni, bensì il contrario, troppo posato ed eccessivamente statico in tante cose, difficilmente agivo d’impulso.
Sta di fatto che mi sono ucciso, non ho ammazzato un altro, ma me stesso, ho ammazzato il mondo, l’ho inesorabilmente bocciato.
Mi giro di lato per poter studiare il ragazzo che sono stato, in uno sbuffo di tenerezza allungo la mano e gli aggiusto i capelli sulla fronte.
Lui sorride di nuovo.
“Ti mancano vero?”
“ Si, manca tutto di te e di me, mi sono sempre mancato, ho passato gli anni a cercarmi.”
Scuote il capo.
“Devi sempre parlare difficile, cerchi sempre la frase a effetto, come me. Eppure a scuola sono uno dei peggiori, squadro gli insegnati come fossero una manica di imbecilli che invece di insegnare recitano a memoria e a memoria fanno imparare la cose; ci fosse uno che fa considerazioni intelligenti.”
É vero, ero cosi.
“Hai già chiesto a quello di storia come mai in Messico e in Egitto ci sono le stesse piramidi? E al prete come fa l’umanita a discendere da Adamo e Eva se hanno avuto 3 figli maschi?
Ride forte.
“ Dio che sghignazzate, il prof non ha risposto e il prete è rimasto in silenzio, ha balbettato una paio di idiozie e poi ha cambiato argomento.”
Ricordo, io ero quello delle domande scomode, che metteva in dubbio tutto e tutti, che finiva regolarmente fuori durante la lezione di catechismo perché poneva quesiti fuori luogo. Lui, me stesso giovane si aggiusta il braccialetto, lo rimette a posto perché si attorciglia di continuo.
Gli poso una mano sulla spalla; una sensazione stranissima toccare se stessi.
“Almeno qualche attimo di divertimento lo trovi.”
Mi guarda ironico.
“Sai benissimo che ne trovo pochi, alla fine io sono diventato te, ricordi? La vita a noi due non é mai interessata e come vedi siamo qui, tra i rinunciatari.”
Ha ragione, siamo nati morti noi due, portati in una dimensione a cui non eravamo adeguati e ce ne siamo andati prima del previsto, senza rimorso.
Noi siamo stati suicidi invisibili. Siamo rimasti in vita per puro dovere, bevendo, mangiando, camminando. Sembravamo vivi, gli altri ci cascavano sempre, ma noi sapevamo che si sbagliavano, noi eravamo già morti.
Nel salone ci sono costantemente nuovi arrivi, siamo tantissimi, alcuni in piedi, altri seduti, tutti parlano ma nonostante questo non vi é confusione nell’ambiente, come se una mano incorporea tenesse sotto controllo il volume.
E poi sono tutti allegri, molti ridono, sembrano naufraghi appena sfuggiti alle onde, superstiti di uno spaventoso incidente, si direbbero appena scampati alla morte, invece sono appena scampati alla vita.
“Stavo pensando che ormai avranno trovato il tuo cadavere, ci sarà qualcuno che piange, altri saranno sorpresi, parecchi ti staranno criticando e quelli religiosi poi penseranno che sei finito all’inferno.”
Dice bene, chissà come la stanno prendendo familiari e conoscenti. Non credo ci saranno troppi pianti, non ero tanto amato, il funerale sarà semi deserto, ammesso che lo facciano perché ho lasciato scritto di evitare. E con me non serve parlare d’inferno; pura invenzione come il paradiso, difatti non vedo ne angeli ne demoni nei paraggi… o forse no, forse l’infermo é questo: è stare a parlar con il se stessi di un tempo, quando ancora si dovevano compiere errori fatali, magari l’inferno è aversi a portata di mano, sapere del pericolo, e non poter far nulla per mettersi in guardia.
No, solo viaggi mentali.
“Inferno? Parli cosi perché non hai idea di com’ero, di cos’ero, tu caro mio sei cambiato parecchio, hai studiato troppo e non credi più alle dottrine degli uomini, sei diventato spirituale, agnostico, scettico su ogni cosa. La fede non fa per noi, è riservata a chi non vuole cercare, e non vuole sapere, i fedeli sono solo poveracci ai quali é precluso il decidere di andarsene, per timore di punizioni.
E comunque suicidarsi é una forma di autocritica, non trovi? É ammettere la sconfitta, dare la mano alla vita e dirle: hai vinto.”
Sorride di nuovo.
“Mi sa che non verrà in mente a nessuno sta cosa, anzi diranno che sei stato uno stupido, un vigliacco, che andarsene é la soluzione facile dei codardi. Un mucchio di gente non si suicida per timore di quello che penseranno gli altri, per non lasciare un brutto ricordo.”
Sorrido io questa volta.
“È vero, anche io volevo esser ricordato, scrivevo solo per quello, per non svanire nel tempo, perchè su qualche libro o su qualche sito in rete rimanesse qualcosa di mio, una traccia. Infantile vero? E poi, oltre che stufo della vita, io ero anche curioso di sapere che succedeva dopo, e di certo non pensavo di trovarmi a parlare con me stesso da giovane in una specie di sala d’aeroporto. Avevo fretta; ecco, può essere che un suicida non sia altro che un impaziente.”
Sembra, anzi, sembro d’accordo con me.
Si alza, fa qualche passo distratto ed io abbasso gli occhi su un pavimento assente, che non esiste, al suo posto quello che sembra uno sconfinato schermo dove scorre il film della mia esistenza sotto forma di immagini, momenti importanti o dimenticati, le scelte fatte in un attimo e scontate per sempre. E sfuggono scenari che un tempo mi fecero gioire o disperare, e che ora sembrano del tutto privi di importanza.
Lui indica in basso con l’indice:
“Molti rimpianti?”
“Be… si, chi non ne ha?”
“Il più grande?”
Non ho neppure bisogno di pensarci.
“Per quel che non è stato e poteva essere...per lei, per come volevo andasse.
E poi per non aver trasformato in lavoro le mie passioni, ho fatto solo mestieri che detestavo, unicamente per lo stipendio, marcando una cartolina per decenni senza mai un attimo di gioia.
Siamo stati creati per questo, per lavorare, per comprendere ordini ed eseguirli, siamo una specie particolarmente stupida, passiamo buona parte della vita a fare cose che odiamo. Ma tu non puoi capire, tu non hai ancora iniziato a lavorare.”
“Che lavoro avresti voluto fare?”
“Dovresti saperlo, a te che piace, anzi… piaceva?”
Assume un aria pensierosa, si siede e posa la mano sotto il mento, come me, come faccio io da sempre.
“Io volevo volare, pilotare aerei, o fare il cantante, dicevano che ero bravo, e mi piaceva scrivere...dici che quello lo hai fatto ancora, quindi ho continuato? Ho scritto....abbiamo scritto dei libri?”
Ha un espressione così speranzosa che mi stringe il cuore deluderlo.
“No, non eri...non eravamo tanto bravi, abbiamo vinto concorsi, qualche pubblicazione, ma niente di che.”
Ci è rimasto male, e io con lui.
Vorrei tirarlo un po su, ma non trovo molti argomenti in una situazione come questa.
“Comunque, come ti ho detto, ho...anzi abbiano scritto diversi racconti, e l’ultimo mi piace parecchio: parla di un sogno, un sogno in cui sono morto e mi ritrovo seduto accanto a me da ragazzo, lo avevo appena terminato, anche se non sono convinto del titolo che gli ho dato, non so se è adatto.”
Si guarda in giro, poi alza il capo e osserva l’indefinito e misterioso soffitto dell’immensa sala.
“Che ne dici di NUBI DI NEBBIA?”
Sgrano gli occhi; è lo stesso che ho pensato io!
Glielo dico ed è felicissimo.
“Allora ricorderanno anche me?”
È davvero soddisfatto, per la prima volta vedo il suo volto disteso, appagato, sereno. Si ragazzo, un giorno forse qualcuno lo leggerà e si ricorderà di te, si ricorderà di noi.
Si avvicina e mi stringe la mano, e ridiamo insieme, complici di vita e di morte.
“Tanto per sapere hai idea di che succede adesso? Che stiamo aspettando qui dentro?”
Mi appoggia le mani sulle spalle e mi guarda negli occhi.
“Solo che ti svegli.”
Nubi di nebbia testo di Claudio Catozzi