Vicino al canale dove erano nascosti, una notte, trovarono un soldato americano che per errore si era paracadutato lì rimanendo impigliato a un albero. Lo ospitarono nel loro rifugio in attesa dell’arrivo degli alleati. Anni dopo essere ritornato in patria, spedì una lettera per ringraziarli dell’aiuto e per accertare che fosse sopravvissuto alla liberazione.
Nel mentre la resistenza tedesca continuava; vicino il podere dove si era rifugiata Elda, dentro un bosco, era presente una base di rifornimento tedesca, questa serviva ai nazisti come base di appoggio per la postazione di difesa di Nettuno. Da qui ogni notte partivano i soldati per il cambio della guardia, ma al mattino quando ritornavano, con le loro camionette e i sidecar neri, venivano intercettati dagli “sputa-fuoco” (caccia americani chiamati spitfire). “Nella frazione di un secondo spuntavano fuori dal nulla e mitragliavano sulla colonna tedesca; quante volte hanno mitragliato davanti casa nostra” racconta Elda. Erano costretti a rimanere sempre dentro casa, lontano dalle finestre, senza farsi vedere dall’esterno, il rischio era quello di essere scambiati per tedeschi. “Spesso morivamo noialtri”, impressa nella sua memoria rimane l’immagine di una famiglia autoctona, marito e moglie con due figli, uccisi per errore da un caccia alleato che aveva scambiato il carro che trainavano per un mezzo nemico.
Lì vicino, dall’inizio di gennaio fino a maggio, si stava combattendo una dura battaglia. I tedeschi si arroccati erano nell’abbazia di Cassino, situata in cima a una collina, resistendo a tutti gli assalti. Gli alleati furono costretti a bombardarla, secondo mia nonna dopo che i tedeschi erano già scappati, distruggendola in gran parte. Finita la guerra gli americani si offrirono di ricostruirla a proprie spese.
La guerra continuava, a 40 chilometri da Sabaudia si stava svolgendo lo sbarco di Anzio che causò dodici mila morti da entrambi le parti. “Da lontano si vedevano centinaia di palloni neri, usati per proteggere le navi dagli aerei tedeschi. Di sera vedevo migliaia di frecce colorate di verde e di giallo scorrere nel cielo, erano così luminose che potevi raccogliere uno spillo da per terra. Di giorno invece ci mettevamo spesso all’ombra della casa a guardare gli aerei duellare nel cielo. Noi a vederli ridevamo e ci divertivamo. Quanti tedeschi abbiamo visto cadere” dice Elda ridendo dell’ingenuità del punto di vista di un bambino durante la guerra.
Il 24 maggio di quell’anno arriva in città, proveniente da Napoli, una colonna di camionetta e carri armati americana; “dove vanno quei matti in bici! Mi chiedevo io sorpresa”, andavano ad accogliere con affetto gli alleati abbracciandoli e regalandogli cioccolata.
La guerra in quelle zone stava per terminare; l’8 settembre 1943 Badoglio annuncia l’armistizio consigliando ai militari rimanenti di “tornare a casa a piedi”. Molti come i due fratelli di Elda, Pietro e Paolo, erano tornati dal meridione grazie anche all’aiuto dei cittadini che regalavano vestiti civili per far sì che non venissero riconosciuto come militari.
Il terzo fratello, Ferruccio, faceva parte della portuaria di Trieste. Egli non poteva tornare in Lazio fino alla liberazione completa dell’Italia, decise allora di chiedere ospitalità ai suoi zii residenti a Treviso. Arrivato nella loro casa la cugina lo informa che suo fratello, partigiano, lo avrebbe ucciso in quanto fascista. Fortunatamente lo zio decise di accoglierlo e di nasconderlo per evitare di farlo uccidere dai partigiani.
Al quarto non era andata così bene; Guerrino che era stanziato in Lombardia era stato accusato di diserzione e portato in lager in Germania. “Ogni giorno ne uccidevano uno ma io mi sono salvato” è il racconto portato a mia nonna. Liberato dai soldati dell’Unione Sovietica, non riuscì a tornare immediatamente in patria a causa delle sue condizioni fisiche precarie dovute al trattamento ricevuto nel carcere nazista. “Ogni giorno aspettavamo sulla strada il suo arrivo. Una domenica, mentre ero in chiesa arrivò. Era un cadavere senza capelli mentre io lo ricordavo bello, alto e moro. Tutti erano tornati vivi per fortuna.”
Finita la guerra i poderi “donati” da Mussolini, vennero comprati a rate ed Elda ancora oggi vive a Borgo Vodice, un borgo di bonifica vicino alla sua vecchia casa di Borgo Grappa.
“Almeno avevamo per vivere finta la guerra, ma tante cattiverie. Un periodo brutto da cui pensavamo di non poter uscire” conclude il suo racconto felice per le ore spese a parlare di una storia così importante che non può essere dimenticata.
Elda (parte 2) testo di Edoardo Silvestri