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In una notte lugubre, mentre io riflettevo un pò stanca, sopra i molti e strani volumi di una causa dimenticata, udii un fruscio, non di rovi, ma di seta.
Apparve, nella mia camera, una figura, una donna, ammanata di rosso e non il rosso del crepuscolo, ma il rosso denso e terribile che gocciola da una ferita appena inferta all’anima.
Tra le dita seducenti, reggeva un frutto,una mela.
La sua buccia aveva un riflesso malsano, uno specchio perverso in cui si riflettevano i miei peccati non ancora commessi.
Ma la mela non era per me.
Oh, no.
Io ero la testimone incatenata, di questa messa nera, perché la destinataria sedeva nell’angolo più buio, immobile come statua:
La falsa coerenza.
Ella aveva edificato la sua vita come si edifica un mausoleo:
Tutto bianco fuori, ma pareti scure e marce, dentro.
Per anni aveva proclamato ai quattro venti la sua incorruttibile virtù, la sua monolitica rettitudine.
Ogni sua parola era un chiodo piantato nella bara dell’altrui debolezza.
Eppure, nell’ombra dei suoi occhi, io scorgevo il rodere instancabile di un tarlo:
La bramosia.
“Prendila”
Sussurrò la donna in rosso.
La sua voce era il fruscio di foglie secche su vetri, ma non era un invito, era una profezia.
"Mai!"
Gridò la falsa coerenza e la sua voce ebbe il suono di vetro che si incrina.
“La mia tempra è di acciaio, la mia volontà, diamante"
Ma io vidi il tremito.
Il lieve, impercettibile tremito delle sue dita mentre fissava quel globo di perdizione.
Passarono ore, o forse furono giorni, perché il tempo, in quella stanza, si era fatto viscido.
La falsa coerenza lottava.
Ah, come lottava.
Si aggrappava ai brandelli del suo credo come naufrago a un relitto.
Ma la mela era lì, implacabile, ipnotica, come un pendolo che misurava non i secondi, ma la dissoluzione di un'anima.
E poi, il crollo inevitabile come la morte.
Con un gemito che parve il lamento di mille anime dannate, ella afferrò il frutto.
“Sia dunque finita questa farsa”
urlò e poi addentò la mela.
Il silenzio che seguì fù più assordante di qualsiasi tuono.
Non vi era veleno nella polpa,
il veleno era più raffinato, era la conoscenza.
Nell’istante in cui i suoi denti lacerarono la buccia, lei vide:
Vide l’abisso della propria ipocrisia, vide che il suo mausoleo di virtù era costruito sul vuoto.
Vide che era da sempre, solo una misera impostora.
E questa verità fù l’arsenico.
Si accasciò, senza un grido, solo un ultimo, lunghissimo sospiro, come di chi finalmente depone una maschera di piombo.
Sul suo volto esangue restò impressa non l’agonia, ma una terribile e ironica pace, la pace di chi non deve più fingere.
La donna in rosso chinò il capo, raccolse il torsolo annerito e svanì nel nulla, lasciandomi sola con il cadavere della falsa coerenza e il ticchettio folle del mio cuore.
Non si era trattato di omicidio, dunque.
Ma di svelamento.
La teologia del contrappasso.