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Sono disteso sul letto.
La stanza d’albergo è una stanza qualunque.
Un armadio scuro, una scrivania inutile, un televisore acceso su immagini morte da tempo. Il pianoforte è lì, scordato.
Non lo tocco.
Non ho voglia di sentire quanto sono fuori anche io.
Fuori dalla vetrata c’è il buio.
E dentro il buio, la luna. Troppo grande.
Quasi arrogante. Taglia il mare in due e lo accende.
Una striscia di luce sospesa, come se qualcuno avesse tracciato una via di fuga… e poi si fosse dimenticato di spiegare dove porta.
Le onde continuano a sbattere nella riva senza eleganza.
Sempre uguale.
Sempre inutile.
Come certi pensieri che tornano anche quando li hai già capiti.
In lontananza una vela si muove appena.
È l’unica cosa viva in mezzo a questa calma finta.
Guardo.
E per qualche secondo funziona.
Quasi mi dimentico. Poi arriva. Non un ricordo preciso.
Peggio. Un vuoto con una forma. Lei dov’è.
Non il corpo.
Non il nome.
Quel punto esatto in cui, per un attimo, smettevo di sentirmi fuori posto. Mi passa addosso e graffia piano.
Come fanno le cose che conosci troppo bene per poterti difendere.
Dalla stanza accanto arrivano delle risate. Affanni stanchi finiti male. Gente che prova a convincersi che è ancora qualcosa.
Rientro in me. Basta. Meglio fermarsi qui.
Prima che questa luce mi entri dentro e cominci a scavare sul serio.-
G.L. - 2015