La sveglia quella mattina fu precoce e mal digerita. L'operazione di svegliarmi la saltai direttamente e mi alzai dal letto indisposto, con gli occhi appiccicati e gli umori della cena della sera prima ancora in orbita attorno al gozzo. Un paio di controlli e di assestamenti in zona basso ventre (inutile negare che fu un pò più sotto) e mi avviai verso la porta brancolando nella luce vivida del giorno. Federico e Lucrezia li guardai a malapena, rinchiusi nel loro recipiente di vetro ovale.
Mi infastidivano, di prima mattina. Avevo la sensazione che passassero le notti a scrutarmi, a sondarmi e mi sembrava di dovermi lavare di dosso anche le impronte delle loro cornee mentre procedevo con le rituali operazioni di purificazione acquatica. Scesi, già pregustandomi una piacevole e bramata scena di intimità familiare nel calore della nostra cucina. Trovai mia madre in procinto di deliziare i fornelli con acrobatiche sperimentazioni culinarie e mio padre intento a ravvivare il fuoco gettandovi variopinte combinazioni di tappetini di plastica, sacchetti di nylon, confezioni tristi avvolte nel cellophane e innumerevoli tubi di gomma di scadente fattura. C'era una gradevole fragranza nella stanza. Salutai come si usa fare da noi. Un Buongiorno stinto e consumato dal troppo inutile utilizzo.
In attesa di qualcosa di nutriente nel rispetto dei sani principi di una corretta alimentazione, mi affacciai fuori dalla porta per dare uno sguardo al resto del mondo. Pareva tutto come al solito. Il nostro cortiletto di marmo piacevole come al solito, curato e vezzeggiato come al solito per mantenerlo lucido e splendente come al solito, perfetto contorno del nostro meraviglioso vialetto che ogni giorno ci scortava all'ingresso di Via Salubre. Misi una gamba fuori, poi mi convinsi che seguirla di persona avrebbe giovato al mio corpo ancora intorpidito dal sonno. Pochi passi procedendo verso il cancello. Appoggiai i gomiti allo steccato.
Il Signor Caput Mundi, nostro dirimpettaio, usciva proprio in quel mentre dal garage di casa sua con una convertibile cromata, fiore all'occhiello della sua invidiabile collezione. Gli feci un cenno di saluto e poco meno di un cenno di sorriso augurandogli buona giornata. Bell'auto.
L'impatto col camion che sopraggiungeva fu estremamente violento, assai rumoroso e piuttosto seccante. Frammenti di metallo un pò ovunque, un fastidioso rumore di lamiera che si accartocciava, gli pneumatici esplosi forse per la sorpresa. L'autista del camion non lo conoscevo, ma pareva decisamente contrariato. Saltò fuori, insultò a più riprese il Signor Caput Mundi, invitandolo a uscire dal veicolo per chiarire la questione. Poi, appurato che non ne era in grado, se ne andò imprecando, minacciando severi provvedimenti legali. Seppi il giorno seguente che il Signor Caput Mundi era spirato una ventina di minuti dopo l'incidente. Non mi rimase un buon ricordo di lui. Era stato davvero spiacevole il suo ignorare le fondate proteste dell'altro conducente.
Sul marciapiede un gruppetto di anziani stava prendendo a calci un tale che mi veniva da definire mediocre a giudicare dall'abbigliamento. Si dimenava e si contorceva per proteggersi quantomeno il viso, ma onestamente incontrava qualche difficoltà nell'operazione. Dissi loro che era consigliabile colpire più volte nello stesso punto a ripetizione se si voleva ottenere un risultato migliore, e che in linea di massima la punta dello stivale era consigliata per volto e fianchi, la suola per torace, ginocchia, mani e piedi. Per tutta risposta, uno dei vecchi mi consigliò di farmi i cazzi miei, che forse la lezione della settimana prima non mi era bastata.
Che razza di ingrati boriosi pensai. Io non avevo fatto altro che ripetere quello che mi aveva detto mio padre. Quando ero tornato a casa dopo l'ultimo pestaggio, i miei non erano stati affatto contenti del risultato. Le mie arcate sopraccigliari erano pressochè intatte, un solo occhio gonfio a dovere, la mia mobilità di certo non compromessa. Parlavo in modo perfettamente comprensibile, a parte qualche pausa dovuta alle fitte di dolore quando respiravo. Mio padre sosteneva che era indegno che ci fosse ancora in giro gente così superficiale nello svolgere i propri compiti. Comunque affari di quegli idioti. Se volevano ignorare i miei consigli, beh, la cosa non mi riguardava.
Controllai la cassetta della posta. Poche cose, giusto un paio di quotidiani, due lettere dall'ufficio postale, le riviste specializzate in bondage e fetish alle quali mia madre si era abbonata un anno prima.
Rientrando in casa, soffiai via un pò di polvere dalle rose di marmo. Certo i depositi nerognoli della plastica bruciata e la patina di polveri prodotte dal botto del Signor Caput Mundi non giovavano alla loro salute. Dovevo dirlo a mia madre, mi dissi.
E di nuovo in casa. Mmmm, profumo delizioso. Mi guardai in modo fugace allo specchio per rappezzarmi un minimo, giusto per non essere da meno del tavolo imbandito. L'idea degli specchi al posto delle finestre l'aveva avuta mia madre. Sosteneva che quando te ne stavi comodo nel tuo rifugio, attorniato dalle tue cose di casa tanto confortevoli, era bello circondarsi solo di quello. L'esterno era un disturbo, e poi per guardare fuori bastava sporgersi dalla porta no? La trovavo un'idea eccellente. Mi sedetti al mio posto reclamando la mia razione con tono asettico e impersonale. Mio padre intanto mi fissava accigliato e la cosa non mi piaceva per niente perchè non sopportavo queste divagazioni a ora di pasto. Hai poche occhiaie sbottò. Hai fumato a sufficienza ieri sera? Io rimasi interdetto, che già sapevo in che direzione si sarebbe sviluppata la conversazione. Mi ordinò di dirgli se avevo fumato la roba che gli aveva fornito il Signor xxx o yyy o che cavolo ne sapevo. Io gli risposi di no, che la sera prima ero rincasato tardi, e che ero tanto stanco e che volevo solo dormire e che avrei recuperato oggi e che...mi arrivò uno schiaffo a braccio sciolto dritto dritto sull'orecchio, di quelli che ti cavano la dignità prima dell'udito. Iniettata nei suoi occhi, oltre a una chiazza di sangue, vedevo anche l'immagine di un padre deluso. Mi disse che un'altra mancanza del genere non l'avrebbe tollerata. E adesso a letto senza colazione sussurrò. Fuori dalla stanza, piccolo insolente. Mia madre rimase incerta sul da farsi. Probabilmente non voleva sminuire il ruolo di mio padre uscendosene con qualche considerazione fuori luogo, tipo quei suoi ma dai caro che ogni tanto le sfuggivano. Mi incamminai verso la stanza, un pò stordito, lasciandomi alle spalle suoni convulsi che mio padre proferiva a gran voce, milioni di bla bla bla tutti impastati tra di loro. Chiusa la porta della mia stanza, qualcosa di quel frastuono si attenuò.
Federico e Lucrezia già mi guardavano attraverso il vetro. Lui era uno che aveva fatto l'operaio per più di dieci anni prima di finire in cassa integrazione. Mi pareva avesse 28 anni o giù di lì. Lei manco sapevo da dove venisse. Mio padre diceva che in camera mia ci stavano bene, che l'arredamento ne giovava e loro avevano accettato di buon grado di starsene lì dentro. Non che avessero tanto di meglio da fare alla fine. Mi lasciai affondare nel letto pensando alla fame incredibile che avevo. Federico e Lucrezia intanto avevano iniziato a copulare, o meglio, lui aveva iniziato, lei era ancora piuttosto scettica.
Squillò il telefono. Risposi con un annoiato pronto e proseguii con un deluso ciao dimmi. Era Lavinia, quella che si presentava sempre come la mia ragazza. Quando l'avevo incontrata per la prima volta, mi rivelò pressochè subito che l'avevo colpita col mio fare assente, distante, alle volte insulso. Lei si era sentita motivata a portare a galla l'uomo che c'era in me, a me non fregava nulla di tutte quelle fregnacce ed eccoci qua. Era insopportabile Lavinia, sempre impegnata in queste patetiche battaglie socio culturali per cui spendeva voragini di parole a basso costo. Mi ricordò che oggi si sarebbe svolto il corteo di protesta contro i mali della comunicazione che lei stessa aveva organizzato il mese precedente e che non potevo assolutamente mancare, raduno fissato per le 9 di fronte al cinema Asterisco/Asterisco. Disse che avrebbero legato un sosia di Lars Von Trier al paraurti di un auto con un cavo metallico e che l'avrebbero trascinato per le vie principali della città in segno di sdegno e disprezzo. Quella storia del Dogma 95 non l'aveva digerita nessuno giù al circolo del cinema.
La rassicurai sulla mia presenza (lei ovviamente ci credette) e le suggerii anche di non passare col corteo in Via Salubre che era bloccata causa botto del Signor Caput Mundi ohhh grazie che tesoro attaccò Lavinia/riposi la cornetta senza preavviso. Mi divertiva pensare che lei, completamente risucchiata dai suoi discorsi, non si accorgesse che la conversazione era finita. Me la immaginavo tutta sciolta in un mare di apprezzamenti su di me tesoro ohh caro ohhh grazie tesoro? ci sei? tesoroooo??? oohh deve essere caduta la linea no ragazze è il suo telefono che si guasta spesso non ha riattaccato smettetela!!! Che pena.
Federico non la piantava più con questa storia del sesso mattuttino. Balzai giù dal letto scaraventandomi contro il contenitore di vetro, picchiettando nervosamente CRISTO SANTO BASTA CON QUESTA STORIA BRUTTO IDIOTA NON LO VEDI CHE QUESTO SPETTACOLO MI FA VOMITARE?? Federico divenne bianco come un cencio e la piantò di tormentare l'altra tipa immobile, sì Lucrezia.
Mia madre bussò alla porta. Tutto bene?? Mi sporsi appena il minimo. Sì mamma, tutto bene. Lei mi disse che il papà era uscito, che potevo scendere, mangiare qualc/ chiusi la porta. Peccato che lo scherzo del telefono non funzionasse anche con le porte.
Ero davvero insofferente. Aprii il cassetto della scrivania in cerca del mio sacchettino di ciliegie candite. Vuoto. Sbuffai e mi risdrai sul letto, assorto.
Pensai che mi faceva davvero schifo un mondo dove non si trovavano ciliegie candite quando uno ne aveva più bisogno.
Ciliegie candite testo di grace