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Cercai di rialzarmi in posizione eretta dalla panca su cui ero seduto, e mentre poggiavo il peso del mio ormai esile corpo sul bastone di legno che tenevo in mano, ruotandolo sul terreno vidi una schiera di sassolini ghiaiosi formare un piccolo cerchio, facendo così spazio sul suolo a quello che era il mio compagno di camminate. Le pietre su cui poggiava il bastone che mi sorreggeva, mi parvero simili ai sassi delle spiagge rocciose che si lasciano trasportare dal tocco delicato delle onde quando lentamente tornano a riva per qualche istante, e poi ripartono in velocità per andare lontano verso l’orizzonte. Sentendo il fruscio di quelle piccole pietre che venivano calpestate senza pietà dalle mie scarpe consumate, non riuscii a resistere dal chinarmi a raccoglierne una manciata e tenendole saldamente con le mani, iniziai a tirare quei sassi nel vuoto immaginando di trovarmi non più su quella strada ghiaiosa, ma sulle rive di qualche fiume come quando da bambino facevo a gara con mio fratello Richard per vedere chi riusciva a lanciarli più lontano. Con una mano utilizzavo tutta la forza che il mio esile corpo ancora possedeva per scagliare quelle pietre, con l’altra mi tenevo saldamente aggrappato alla parte alta del mio bastone : quella punta in legno di faggio che si incurvava verso il pavimento . La gente che passava lungo il sentiero di quel parco, notando la foga con cui lanciavo quelle piccole pietre nel vuoto senza un particolare motivo o bersaglio specifico, poteva quasi pensare che avessi qualche problema o che (visto il caldo di quei giorni), avessi preso un po' troppo sole e mi avesse dato alla testa. La verità è che non avevo preso alcun colpo di calore, né soffrivo di allucinazioni: io quel fiume proiettato davanti agli occhi lo vedevo veramente. Dopo aver lanciato quei pochi sassolini che tenevo in mano, vidi per terra delle pietre grandi e piatte messe in fila indiana, che mi parvero fossero state posizionate in maniera così dritta ed ordinata per permettermi di poter attraversare quel fiume. Poggiando il peso del mio corpo sul bastone, allungai una gamba cercando di saltare, ma prima che potessi atterrare su una di quella pietre, persi l’equilibro e caddi in quella che a me pareva acqua, ma che in realtà era solo la strada ghiaiosa del parco.
<Aiuto sto annegando!> urlai con tutta la forza della mia ugola. Un giovane ed elegante uomo mi corse incontro per aiutarmi ad alzarmi
<Richard, fratello mio sei tu?> provai a chiedere al mio giovane salvatore.
Non ricevetti alcuna risposta da quell’uomo, mi disse solo un:
<Basta giocare con le pietre,torniamo a casa>.
Arrivammo nel giardino di quella che era la mia piccola dimora in legno. A terra vi era un prato colmo di fiori e ai lati del sentierino che conducevano alla mia dimora vi erano delle statuette di Biancaneve e dei sette nani. Quando entrammo in casa, e camminammo sul tappeto persiano che avevo all’ingresso, l’uomo che mi aveva salvato, dopo avermi fatto sedere su una sedia mi disse di essere mio figlio. <ma come fai ad essere mio figlio?>- gli risposi io ridendo- << Io sono ancora un giovanotto, avrò qualche ruga in più solo perché ho pochi anni più di te! Vedi sono così!>> gli dissi indicando una foto di quando ero giovane riposta su un mobile in legno di ciliegio che avevo in salotto. Accarezzai con le mani quella foto sbiadita: in quello scatto era ritratto un giovane che sedeva sorridente sulle sponde di un fiumiciattolo. Lo sguardo verso l’obiettivo fotografico, i pantaloni tirati su fino alle ginocchia ed i piedi nudi completamente immersi nell’acqua gelida Il sorriso che aveva in volto però sembrava non percepire il freddo del fiume o forse chissà, quel ragazzo seduto era bravo a nasconderlo. Porgendo vicino alla mia guancia quella vecchia foto, mi posizionai davanti allo specchio, per far notare al mio interlocutore che tra quell’immagine di quel giovane sorridente ed il mio riflesso nello specchio non c’era alcuna differenza. L’uomo guardò prima la foto che gli stavo mostrando e poi i suoi occhi si posarono sul riflesso nel grande specchio dorato del salotto: le numerose rughe e le macchie scure della vecchiaia che avevo sul mio volto, sembravano danzare allo stesso ritmo in cui si muovevano le mie labbra mentre parlavo a quell’uomo che diceva di essere mio figlio. Fissò per qualche secondo quelle rughe che mi circondavano la faccia: dei segni marcati simili ai cerchi dei tronchi che indicano l’età degli alberi. Quando chiesi a quell’uomo perché mi fissasse in silenzio, mi mentì dicendo che stava solo ammirando quanto fosse liscia la mia giovane pelle. Posai la foto sul comodino e l’uomo che diceva di essere mio figlio dopo avermi fatto una carezza sulla testa, mi salutò dicendo un <Aspettami qui,torno subito>.
Se ne andò via e sebbene per i primi minuti qualcosa dentro di me mi spingesse ad obbedire a quella richiesta, non ci volle molto tempo prima che la mia mente cominciasse a cancellare quell’incontro. << E’
ora di andare al parco Bastone, ecco la mia mano, ti va se passeggiamo? Lo so che vado piano ma portami lontano<< dissi rivolgendomi al mio amico di legno, fedele compagno di camminate.
Dopo che ebbi percorso metà strada però non ricordavo più dove mi trovassi né dove dovessi andare. Una macchina mi sfrecciò accanto mentre dalla radiolina che aveva al suo interno risuonava una canzone romantica in lingua francese. Mentre poggiavo la mia mano sul bastone, mi parve improvvisamente non più di tenermi a quell’oggetto
di legno, ma di camminare mano nella mano con una bella signorina
dall’aria famigliare.
<Mi concede questo ballo?> chiesi rivolgendomi al mio bastone.
Non ricevetti però alcuna risposta e sorridendo dissi <<beh chi tace acconsente ..lo prendo per un si<<. Iniziai a ballare sul ciglio della
strada tenendo le mani saldamente aggrappate al manico del bastone,
come se le tenessi sui fianchi di una signorina e guardai fissa la punta
arrotondata di quell’oggetto come se ne vedessi gli occhi. Non sentivo
più né il rumore delle macchine, né il vento che soffiando forte
avrebbe potuto farmi cadere a terra, né il sole che bruciava l’asfalto.
Sentivo solo quella melodia che risuonava dolcemente all’interno del
mio organo uditivo e nel profondo del cuore. A fermare la mia danza
romantica, fu una macchina grigia che si fermò davanti a me. Da
quell’autovettura scese una donna anziana che camminava goffamente
spingendosi con un carrellino che le faceva strada.
<< Sapevo che ti avrei trovato qui, mio caro Tom>> – disse lei-
>.
<< Matrimonio?>> - pensai tra me e me – << Al massimo questa
donna può essere mia nonna vista la differenza d’età tra di noi>>. Non
dissi però questo pensiero ad alta voce per non ferire i suoi sentimenti.
Ci sedemmo su una panchina in mezzo ad un giardino fiorito. Le
farfalle che volavano spensierate tra i ciuffi d’erba appena tagliata,
sembravano essere coscienti di quanto fosse effimera la durata della
loro vita, ma assaporavano con quella danza tra le piante ogni più
piccolo momento della loro esistenza, della loro unica giornata.
Quella donna che mi sedeva accanto tirando fuori dalla sua borsa il giornale iniziò a leggermi le notizie.
<Essere informati è un buon modo per tenere accesa la mente ..non credi?> mi disse. Nel leggere il contenuto di quella pagina di giornale, si accorse che vi era enunciato in una notizia che un’equipe di medici di una nota università italiana aveva scoperto la cura per l’Alzheimer, consistente in una piccola pastiglia di colore giallo da deglutire dopo i pasti.
<hai visto ci sono buone probabilità che potrai guarire> mi disse quella vecchia e piccola donna con un sorriso che lasciava intravedere i pochi denti che la vecchiaia ancora le aveva concesso di possedere. Io però era come se non stessi ascoltando: strappavo continuamente ciuffi d’erba dal terreno e chiudendo gli occhi facevo volare via con le labbra i petali di quei soffioni che coglievo. Tornammo verso la sua automobile grigia e quando quella macchina partì sfrecciò via sull’asfalto. Ai lati della strada vi erano tanti piccoli alberi e le loro fronde che si muovevano al vento mi parvero una folla di gente che agita le mani a destra e sinistra ondeggiandole quando si lascia trasportare dal ritmo delle canzoni ai concerti di qualche noto cantante.
<Che canzone è questa che ballano queste persone con i capelli ricci?>> chiesi all’anziana compagna di viaggio.
Sorrisi per pochi momenti, poi nella mia mente ci fu il buio. Mi voltai verso quella donna e il mio sguardo dapprima sereno, si annebbiò.
<Chi sei?> chiesi a quella anziana donna che mi sedeva accanto.
<Sono Sophie tua moglie>. -rispose lei sorridendomi- <Sophie?> domandai io.
<Allora ti ricordi?>mi chiese lei con gli occhi lucidi di chi non cessa di sperare. Quel briciolo di speranza che aveva in corpo, però durò pochi momenti perché improvvisamente la mia espressione divenne preoccupata: iniziai a dimenare le mani in aria:
<aiuto mi hanno rapito>. Urlai
più che potevo. Sbattei il bastone sul pavimento della sua auto: una
due, tre quattro cinque volte, fino a quando non mi fece scendere. Ci fermammo su un sentiero sterrato, e quando mi accorsi che quella donna mi stava ancora seguendo, protesi in avanti il mio bastone verso di lei, chissà, forse nel tentativo di difendermi da quella che a me sembrava una rapitrice. Si coprì il volto con le mani per non essere colpita ed in quel momento vidi arrivare vicino a lei l’uomo chediceva di essere mio figlio. Fu allora che spostai il mio bastone nella direzione di quell’uomo, usando quell’oggetto in legno come se fosse una spada.
Giovanotto visto che siamo coetanei ti sfido ad un duello di spade>> gli dissi con aria di sfida. Feci qualche passo in avanti saltellando come se stessi in sella ad un nobile destriero e poi caddi goffamente a terra, anche se a me parve di fare un elegante caduta da
cavallo. La donna che diceva di essere mia moglie si spinse lentamente con l’aiuto del suo carrellino che le faceva strada e mi venne incontro. Mi tirarono su, in piedi, ed io li ringraziai cordialmente, poi risalii su quello che mi pareva un cavallo ma che in realtà era solo frutto di una mia visione. Salimmo insieme in macchina. Quando fummo a metà percorso un cervo uscendo dalla boscaglia attraversò la strada, ed io cercai di rompere il vetro della macchina per correre ad accarezzarlo.
Mi pareva uno strano cavallo a pois con dei rami intrecciati sulla testa, simile ad un lampadario che avevo visto da qualche parte, ma nonricordo dove. Il vetro dell’auto su cui viaggiamo si ruppe quasi completamente e per il volere del fato il cervo fuggì via spaventato da quel rumore, prima che io potessi scendere nuovamente dalla macchina. Il sole picchiava forte sull’asfalto e si espandeva calorosamente all’interno della nostra auto. La mia pelle esposta al sole poiché non più protetta dal vetro di quel veicolo, iniziava a bruciarsi. Il calore forte delle prime scottature mi colse di sorpresa e l’uomo che diceva di essere mio figlio mi mise un cappellino in testa dandomi un po' d’acqua da bere. Dopo circa una ventina di minuti di viaggio, arrivammo in quella che era la mia casa, ma che io non riconoscevo più. All’ingresso vi era un tappeto persiano blu e rosso, ed in alto un lampadario con la testa di un cervo in ferro e le corna su cui si poggiavano tante lampadine. Nella stanza accanto vi era la cucina e nel lavandino c’ erano tanti piatti ancora incrostati di cibo, sembrava quasi che fossero pronti ad ospitare batteri di ogni tipo, poiché non venivano lavati da giorni. L’uomo che diceva di essere mio figlio accese a fuoco basso qualche fornello per cucinare la cena, e mentre mi accomodai in salotto su una comoda poltrona rossa, la mia attenzione cadde nuovamente su quella vecchia foto che ritraeva un giovane sorridente seduto con i piedi a mollo nell’acqua di un gelido fiume. Lo guardai attentamente: ne invidiavo la bellezza e la spensieratezza della gioventù, ma era come se non riuscissi più a percepire che il soggetto di quella foto ero io. Ci sedemmo a cena, ma io non avevo fame: non avevo più la percezione di dove fossi con chi fossi e di chi fossi. Mangiai solo qualche pezzo di formaggio e di pane e poco dopo mi addormentai sul divano senza accorgermene. Amavo dormire poiché mi dava la possibilità di sognare e quindi forse di ricordare qualcosa. Chiudendo gli occhi feci un sogno che mi parve ricorrente. Sognai una chiave che entrava girando nella serratura di una porta, e vidi le giovani mani dell’uomo che diceva di essere mio figlio, prendere le mie piene di rughe, mentre con la voce in sottofondo mi veniva cantata una dolce canzone. Poi era come se avessi cambiato prospettiva e la mia mano avesse assunto la pelle liscia di quella di un bambino , Vidi un altro giovane uomo (probabilmente era mio padre) che salutava con un bacio la moglie e se ne andava tenendomi con una mano e con l’altra camminava insieme a mio fratello Richard, Sebbene mi sembrasse di aver ricordato per un breve momento quella scene relative alla mia vecchiaia e poi alla mia infanzia , quando mi risvegliai non avevo modo di raccontare quel breve sogno, poiché non ne ricordavo nulla . Il mondo fuori dalla mia mente continuava a correre veloce, proseguiva a splendere nell’irrefrenabile moto che dà un senso all’esistenza: nella voglia di darsi da fare, avendo la fortuna del saper riflettere, pensare, del poter ricordare. La mia mente si spense lentamente, non so dirvi il giorno preciso in cui il buio l’avvolse.
L’uomo che diceva di essere mio figlio, Sophie, l’anziana donna che diceva di essere mia moglie: dapprima brevi comparse che apparivano sfocate nei miei ricordi, sebbene li vedessi tutti i giorni, non riuscivo a mettere a fuoco chi fossero e quali momenti avessi vissuto insieme a loro. Tutte le mattine però uscivamo insieme di casa, io andavo avanti e loro dietro di me, ed anche se da solo non avrei ricordato la strada del ritorno, mi portavano lì in quel parco. Loro se ne stavano un passo indietro e cercavano di lasciarmi un po' di libertà ed io non vedevo più
il terreno ghiaioso sotto i miei piedi: vedevo un fiumiciattolo su cui
lanciare le pietruzze che trovavo a terra come quando da bambino con
mio fratello Richard facevamo a gara a chi le lanciava più lontano. Poi
mi sedevo su quella che per me era la sponda di un fiume ma che in
realtà era una panca di pietra, e con l’aiuto del bastone che ruotava sul
pavimento, tornavo in posizione eretta pronto a rilanciare i sassi nel
vuoto. E se qualche volta tentando di saltare il fiume rischiavo di
annegare, l’uomo che diceva di essere mio figlio era pronto a
salvarmi. I mesi passarono e la mia famiglia aveva quasi perso la
speranza di un miglioramento delle mie condizioni. Un giorno però al
telegiornale venne enunciata la notizia che grazie ai progressi della
scienza ed un poco di fortuna la pastiglia in grado di guarire
l’Alzheimer era entrata in commercio. L’uomo che diceva di essere
mio figlio l’acquistò appena fu possibile e per convincermi ad
assumerla. Una sera mi disse che quella strana pastiglia era solo un
fagiolo che aveva quel colore giallo perché era magico, e se l’avessi
deglutita non avrei più dovuto temere alcun corso d’acqua: né del
fiume, né del mare perché avrei saputo nuotare come un vero pesce.
Come nella favola che mia madre mi narrava sempre quando ero
piccolo avevo tra le mani un fagiolo magico: solo che in quella fiaba
viene piantato sotto terra e il protagonista di nome Jack, salendo sulla
pianta che cresce fino al cielo, scopre un mondo abitato dai giganti,
mentre in questo caso quella sorta di fagiolo finì dritto nel mio
stomaco nella speranza di poter essere libero da qualsiasi timore di
annegare nel fiume. Da quando la mia mentre era diventata quasi
completamente buia, il bastone su cui mi poggiavo sembrava essere
stato caricato di un nuovo peso: non più solo quello del tenere in piedi il mio ormai vecchio ed esile corpo, ma nel sostenere il vuoto che lasciano i ricordi svaniti. Ogni sera pazientemente l’uomo che diceva di essere mio figlio mi porgeva quella pastiglia gialla sulla mano ed io che non ricordavo nulla del motivo a cui servisse, ascoltavo stupito il racconto su quel fagiolo magico che mi avrebbe permesso di nuotare sereno. Nel corso dei mesi iniziarono gradualmente a rifiorire nella mia mente i primi ricordi: sembravano tante scene di un film che si alternavano tra loro. Quando tornai al parco per l’ultima volta, mi resi conto che non vi era alcun fiume, ma solo una strada ghiaiosa con dei sassi piatti su cui poter saltare. Mi tenni saldamente aggrappato al mio bastone e quando raccolsi una manciata di pietre con la mano destra, riuscì a fermarmi dall’istinto di lanciarle nel vuoto, poiché mi ricordai dell’incontro avuto con l’uomo che diceva di essere mio figlio.
Davanti agli occhi non vedevo più alcun fiume, ma solo i volti e i profumi delle cose che avevo sempre amato. Ricordai il profumo del sugo al pomodoro che faceva mia madre quando ero piccolo, la bravura di mio padre nel pescare lungo i fiumiciattoli, ricordai inoltre la premurosità di mio fratello maggiore Richard nell’assicurarsi che non cadessi in acqua, quando saltavamo da un sasso all’altro lungo il fiume. Riuscii a rivedere il sorriso di mia moglie Sophie quando era giovane e risentii il suono delle urla di dolore e gioia che emise il giorno che partorì nostro figlio. Mi venne alla mente che quella foto riposta nel salotto della mia casa in cui era ritratto un giovane ragazzo sorridente sulle sponde di un fiume, l’aveva scattata mia moglie Sophie, pochi giorni dopo che ci eravamo conosciuti. Riconobbi persino il ragazzo di quella foto e sotto la cornice attaccai un foglio con scritto “Thomas “che era il mio nome. Ritrovando gran parte della bellezza che avevo dimenticato, capii che quella sorta di pastiglia che mi aveva dato mio figlio, era davvero un fagiolo magico. È vero, non mi aveva concesso la forza né l’abilità di affrontare le correnti d’acqua nuotando, ma mi diede un dono ancora più prezioso: la possibilità e la gioia di poter invecchiare ricordando.