Preferiti

scritto da Suomiblue
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Testo: Preferiti
di Suomiblue

Ho visto un albero e ho pensato a te, o meglio, ho pensato al modo in cui tu guardavi gli alberi. Mi è tornato in mente quando passeggiavamo per il Loch a Central Park, un luogo selvaggio nel cuore di un luogo ancora più selvaggio, splendente sotto il sole di inizio estate. Ti sei fermata di colpo, quando l'hai visto; ricordo come hai inclinato la testa in segno di apprezzamento, una ciocca di capelli ti è sfuggita da dietro l'orecchio, e tu l'hai scostata inconsciamente con una mano.

“Eccolo!”, dicesti con un entusiasmo così sincero che non potei fare a meno di pensare che mi stessi perdendo qualcosa di eccezionale. E a quanto pare, era proprio così. 

Hai scavalcato la piccola recinzione metallica e ti sei addentrata nel boschetto, lasciandomi a rincorrerti, proprio come avevo sempre fatto. Ti sei fermata davanti a un albero, uno tra tanti, apparentemente uguale agli altri. Ma non lo era, non per te.

“Guarda come i rami si piegano, si arricciano e si allungano intorno a quelli degli altri alberi”, mi hai detto. O forse non ti rivolgevi nemmeno a me. “Il modo apparentemente casuale in cui sono cresciuti, alla ricerca del sole”. L’hai accarezzato e hai riso un po' quando hai visto che ero in piedi dietro di te. “Che ne pensi?” 

Mi avevi portato a vedere il tuo albero preferito a Central Park, una cosa a cui non avrei mai nemmeno pensato. Collezionavi sempre oggetti preferiti, piccole cose strane: il tuo mattone preferito sulla facciata del tuo palazzo di West Street, quello ricoperto di licheni; la tua lettera preferita dell'alfabeto, la K, ma solo in maiuscolo e solo in Times New Roman; il tuo corridoio preferito nel supermercato del quartiere, quello con i biglietti d'auguri. 

Ho guardato il tuo albero, senza sapere bene cosa pensassi, non avendo mai riflettuto molto su un singolo albero prima di allora. Ho fatto una battuta stupida sul fatto che si vede la foresta, dalla cima degli alberi. Hai scosso la testa e hai detto: "Credo che dovrebbe essere il contrario". Tu non hai mai avuto una visione d'insieme delle cose, come io non ho mai avuto una visione dei dettagli. Tu invece vivevi nei dettagli, nelle piccole cose. Le custodivi gelosamente e le rendevi parte di te. 

Mi chiedo perchè quell'albero fosse il tuo preferito. Ci ho pensato molto ultimamente. Ti ci rivedevi forse, tra i rami nodosi, in quel nido anarchico di ramoscelli e foglie? Forse avevi la sensazione di esserti contorta intorno agli altri, di esserti attorcigliata intorno alla loro ombra, di essere cresciuta in modi strani alla ricerca del sole. Chi ero io allora, l'ombra o il sole? 

Quel giorno fu perfetto. Allora non lo sapevo, ma lo era. La tua mano nella mia, la tua risata nelle mie orecchie, l'aria fresca, verde e piena di promesse. Quel giorno ero uno dei tuoi preferiti, un pezzo della tua collezione di cose, luoghi e momenti. Poi arrivò l'ombra, l'oscurità, ma non quel giorno. Quel giorno, il sole splendeva tutto intorno a noi, scacciando le ombre. 

Non ricordo esattamente quando le nuvole si addensarono e ti portarono via da me. So solo che l'hanno fatto. "Portata via" è la parola sbagliata, suppongo, una parola da vigliacchi. Ho lasciato che ti portassero via io, non è vero? Ho guardato il tuo mondo rimpicciolirsi, mentre i tuoi oggetti preferiti, ormai abbandonati, si spargevano per la strada e venivano portati via dal vento. La verità è che avevo paura. Paura che mi avresti allontanato come gli altri, così me ne sono andato. 

Ora sono seduto su una panchina, la tua panchina. O forse è la mia? Ho comprato una piccola targa di metallo e ho scelto le parole per te. "Un luogo dove riposare, un luogo dove crescere, sempre protesi verso il sole". Mi sono assicurato di includere una K, in maiuscolo, e il carattere è Times New Roman. Credo che ti sarebbe piaciuta. Immagino che la panchina sia per me, in realtà. Le cose che facciamo in nome degli altri, quando non ci sono più, non sono mai veramente per loro, vero? 

Strano come strappiamo pezzi dalla vita di qualcuno una volta che l’abbiamo perduta. E tu ne avevi così tanti… non posso fare a meno di pensare che il mosaico che ho creato sia tristemente incompleto. Quanti preferiti avevi che non hai mai pensato di dirmi ad alta voce? Quanti ne ho semplicemente dimenticati? Quali erano le ombre che nascondevi? 

Non voglio pensarci, a quelle cose oscure che ti hanno portata via, lasciando il mondo vuoto e desolato. Ti è sempre piaciuta la mitologia greca, ma non in modo pretenzioso. Leggevi Ovidio in metropolitana. Ok, forse questo era un po' pretenzioso, ma mi piaceva. Mi parlavi di Persefone e Demetra. Sto cercando di pensare a quel giorno nel Loch in cui abbiamo fatto proprio questo. Dio, i tuoi occhi erano così luminosi, il tuo sorriso così ampio. Mi sono anche scottato, ma solo un po’. "Diventerà un'abbronzatura", hai detto, con un gesto della mano che sembrava racchiudere tutta la saggezza del mondo. È difficile descrivere quanto mi sentissi leggero in quel momento, mentre il sole flirtava con l'orizzonte e l'erba era fresca tra le mie dita dei piedi. Mi hai preso il viso arrossato tra le mani e hai riso, mentre mi baciavi. Vivrei in quel momento se potessi, lo custodirei nella mia mente e lo lascerei crescere finchè non mi consumasse per sempre. Ma non posso.

Devo dirti che l'albero che ho visto oggi non ha niente a che vedere con il tuo preferito. Non si trova nel Loch, circondato da altri alberi simili, a lottare per i pochi raggi di sole rimasti; si erge solitario su un prato marrone e ghiacciato. È alto, dritto e semplice, i suoi rami sono spogli e si protendono malinconicamente verso un cielo grigio e vuoto. Non è morto, ma dorme, in attesa che il sole scacci le ombre. Credo che sia il mio albero preferito di Central Park, almeno per ora. 

Ho iniziato la mia collezione, come vedi. All'inizio mi è stato difficile notare i dettagli, ma ne ho fatto una pratica, un rituale. Mi aiuta a sentirmi vicino a te, o almeno così mi sembra. La mia sedia preferita in quel bar di Broadway, nell'angolo dove la luce filtra attraverso le bottiglie di vetro colorate dietro la finestra; Il mio angolo di strada preferito, immerso nel profumo di aglio e basilico del ristorante italiano, dove un vecchio suona il violino. La mia stazione della metropolitana preferita, quella con le pareti decorate da mosaici che raffigurano luoghi belli e lontani. Vorrei poterteli mostrare adesso.

Mi dispiace. Credo che tu lo sappia. Mi dispiace di essere scappato quando ti sei allontanata da me. Avrei dovuto seguirti. Pensavo di averti già persa allora, ma non sapevo cosa significasse perdere qualcuno, non davvero. Mi dispiace che non abbiamo potuto vivere per sempre nel nostro parco, in quel giorno, in quella magia che non ho notato finchè non è svanita. Adesso la noto, quando arriva. La tengo stretta, nei miei preferiti e nei tuoi.

Qui, sulla panchina, regna il silenzio. Si sta facendo buio. Credo di vedere le ombre che ti hanno portata via. Ora capisco perchè volevi scappare; a volte vorrei andare con loro anch'io. Mi porterebbero da te? Non lo so, ma non andrò con loro, almeno non ancora. Credo che le cose andranno meglio in primavera, quando tornerai da me, come Persefone tornava da Demetra. E vorrei rivedere il tuo albero, com'era quel giorno, con le foglie scintillanti, pieno di energia.
Sì, credo che le cose andranno meglio in primavera, come accade sempre quando c’è il sole.

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