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Non era la sbarra di ferro o il cancello
che l’infanzia sognava sulla terra.
Il confine non ha mani e non trattiene.
Ricordo un uomo e un vetro nell’abbaglio
d’un aeroporto: indifferente e solo,
teneva la mia vita dentro un foglio.
Guardò il mio volto e poi la fotografia,
e nel silenzio di quella soglia
cercammo insieme la stessa persona.
Qualcosa è vivo ancora in quel congedo,
un’ombra ferma che là dietro vedo.
Io credevo i confini fatti d’erba,
l’Albania da una parte, l’altra riva,
l’Italia che nei sogni mi fioriva.
Ora so che il confine non ha sponda:
entra nei gesti, nella lingua
che la mia stanchezza torna a cercare.
Certi giorni ho due patrie in ogni via,
lo stesso pane mi nutre e mi consola;
altri giorni la lingua non mi appartiene,
straniera perfino alla mia voce.
Ma cammino nel mezzo del tragitto,
tra la ragazza che non sono più
e la donna che continua a crescermi nel petto.
Si guardano, vicine e senza peso,
due rive di uno specchio interrotto.
Il confine non taglia la ferita,
non separa la terra dalla terra.
È il punto dove Albania e Italia
continuano a guardarsi dentro me,
come due madri sulla soglia
che attendono la stessa figlia.
Alma Gjini
11.05.2020