Ci davamo appuntamento nei sogni. Giungevo ovviamente per primo e t'aspettavo all'ombra di frassini e betulle, sul ciglio del tempo che da lì a poco sarebbe svanito. Tu arrivavi, vestita soltanto di Luna. Già nuda, incedevi pacata: sospeso era il passo come di libellula in volo; ed era di silfide il portamento. Accanto a me ti sedevi e i tuoi piedi scrivevano cerchi nell'acqua e con essa giocavano. Saltellanti le pulci e gli strigoni ci stupivano del loro miracolo. E mentre le dita, aghi d'agrifoglio, lentamente intrecciavano danze vanitose coi tuoi lunghi capelli e i rossi ragnetti intessevano volitive dimore, come i ferri da maglia creavano la trama di quel che già prima tu avevi ordito. E dopo le languide parole degli sguardi e le timide incertezze delle bocche, esplodevano i baci testimoni dei momenti che fluivano. Così sdraiato, sfiorato a malapena dalle carezze del faggio, sorgente d'acqua limpida il tuo corpo diventava. In allerta, cedeva la tua pelle e la mia, alle lusinghe e i bollori; stormiva aggricciata. Fremeva. Reagiva, mimosa pudica. Quel che dopo accadeva lo sanno le fate.
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