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Alberi
(per un'ecologia ancora umana)
Sento tutto sulla pelle
e sotto di essa, dentro, sento
il canto di questa abrasione
di gioia e angoscia nella poesia.
Si pensa sia naturale questo "essere",
che il poeta sia il frutto dell'albero
delle parole chiamato linguaggio.
Invece è un processo, un Kairos della volontà
di insieme e di cose divise che il mito moderno
dell'immagine e dell'origine riunisce;
il poeta scinde questa illusione di celato fondamento
separandosi nell'intimo da sé, presentandosi
al linguaggio con la nudità della parola
come frutto del ramo mancante
innestato sull'albero delle conoscenze.
Il prezzo per questo esercizio di sè è salato
e implica, si la gioia, ma come male integrato
al bene, come dolore a cui si attribuisce valore.
La gioia è il dolore più il piacere di quella attribuzione,
che non è più il godimento di soffrire,
ma il piacere liberatorio del tributo al dolore
che continua a agire, benigno tumore dell'esserci,
integrato nella finzione vitale del bene della vita
come frutto dell'albero della propria virtù.