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Inizio a consumarmi pur di restare nella tua vita.
Accetto tutto.
Accetto le tue regole, i tuoi tempi, le tue sparizioni.
Accetto persino di essere la seconda. Sempre. Seconda alla tua ragazza. Seconda al tuo lavoro, ai tuoi impegni di qualsiasi genere. Sono sempre stata la seconda... o forse la terza, la quarta. Insomma.. L'ultima scelta tra i tuoi svariati impegni.
Divento quello che, nella mia vita, non sono mai stata.
Uno zerbino.
Una presenza muta.
Una richiesta sommessa.
Una donna che si accontenta delle briciole, pur di non perdere il poco che ha, che tu le davi.
Io, che nella vita avevo sempre preteso rispetto, ora non chiedevo più nulla.
Ero lì, ad aspettare un messaggio, una risposta, una tua presenza che spesso non arrivava.
Mi ripetevo che forse, prima o poi, ti saresti accorto.
Ti saresti accorto di quanto ti volevo bene.
Di quanto fossi diversa dalle altre.
E forse, mi dicevo, ti saresti innamorato. Prima o poi.
Ma tu non cambiavi.
Tu continuavi a scegliere altro.
Altra vita.
Altra donna.
Altri giorni senza me.
Ed io… io piangevo.
Ho pianto tutte le volte che mi promettevi di venire… e poi non venivi.
Ho pianto quando mi negavi un bacio, come se non fossi degna nemmeno di quello.
Ho pianto quando ho iniziato a capire che non c’era più via d’uscita.
Che ero entrata in un tunnel oscuro e non vedevo più la fine.
Ho pianto tanto. Troppo.
In silenzio.
Nel letto accanto a chi avrebbe fatto di tutto per vedermi felice.
In macchina, dopo averti sentito o aver sentito una canzone che mi riportava a te.
Piangevo anche quando sorridevo, quando facevo finta che tutto andasse bene.
Non ero più io.
Non mi riconoscevo allo specchio.
Il mio viso era lo stesso, ma dentro… c’era solo stanchezza.
Vuoto.
Frustrazione.
Dolore.
È stato lì che ho deciso di chiedere aiuto.
L’ho fatto in un giorno qualunque, uno di quelli in cui il cuore brucia e non sai nemmeno perché.
Ho chiamato una psicologa.
Avevo paura ma anche bisogno.
Bisogno di tornare a respirare e di provare a vedere una luce in fondo a quel tunnel buio. Quel tunnel che aveva il tuo nome.
Quando le ho raccontato tutto, ha ascoltato in silenzio.
Poi ha parlato lei.
E ha dato un nome a tutto quel dolore:
“Dipendenza affettiva.”
Io?
Dipendente?
Io, che di amore ne ho in abbondanza intorno, come posso essere dipendente proprio da un uomo che non me ne ha mai dato?
Eppure sì.
Ero caduta.
Proprio io.
Dipendente dall’unico uomo che non mi aveva mai dato un briciolo di amore.