Ci sono delle cose nascoste che andrebbero lasciate celate per sempre,così come lati di ognuno di noi non dovrebbero essere mai scoperti.
La giornata era già calda fin dal primo mattino nella costa ovest dell' isola. Non erano nemmeno le otto e già i raggi del sole riuscivano a pizzicare leggermente la pelle sudata e umida stanca di un'ennesima notte di sonno senza sogni. La spiaggia era semideserta, solo i chioschi aperti senza nessun avventore ai banconi, gli addetti al salvataggio e qualche gabbiano rendevano adorabile quella striscia di sabbia che si estendeva poco fuori la città. Il cielo era terso come il manto di Maria e conferiva il colore a quelle acque sempre un po' agitate su cui si dondolavano, come culle sospinte dolcemente dalla mano invisibile di una madre, piccole imbarcazioni di pescatori. Ad occidente si ergeva un monte costellato da una rada vegetazione e da un colore giallo oro che ricordava al viandante la latitudine a cui ci si trovava.
L'acqua era gelida e conferiva la sensazione di migliaia di aghi conficcati nelle carni allorché le onde riuscivano a lambire le estremità corporee di ogni bagnante.
A. era uscito molto presto di casa quel giorno e, dopo una breve sosta al bar, aveva guidato qualche minuto per raggiungere quel luogo. Parcheggiò la sua macchina nera, oramai piena di sabbia, dirimpetto al litorale e discese sulla sabbia in direzione delle acque. Sistemò il suo zaino, si sedette ed estrasse il libro che aveva comprato il giorno prima.
A. si rese conto di aver scelto un posto magico. Alternando la lettura all' arte dell' osservazione si rese conto di trovarsi in un punto strategico, fra l'uomo e la natura.
Alla sua destra,come un fiume di pece,scorreva la statale che collegava la città ai vari comuni sulla litoranea su cui sfrecciavano, in affanno, le automobile con dentro profili anonimi di migliaia di persone. Alla sua sinistra il mare, giovane di miliardi di anni, continuava il suo armonioso moto perpetuo con dolcezza quasi a voler accarezzare la costa.
Alle sue spalle la città, con i suoi odori,i suoi rumori,i suoi crimini,le sue gioie,le sue tristezze contrastava la maestria del profilo e la maestosità del silenzio di un monte che declinava verso l'orizzonte così da congiungersi all' elemento da cui era nata.
Le tacchette dell' orologio scorrevano e adesso il tiepido abbraccio mattutino del sole si andava trasformando in una sorta di morsa di calura.
A. poggiò il libro sulla spiaggia e si avviò verso il mare unica fonte di ristoro in quell'assolata spiaggia.
Gli aghi dapprima attaccarono i suoi piedi,poi le caviglie, le gambe e la vita. Era una sensazione eccitante,ogni singola cellula sembrava animarsi al contatto con il liquido freddo.
Si guardò intorno,un respiro un pò più lungo e si tuffò fra le acque.
Adesso il rumore era cessato,il paesaggio era mutato e aveva come colori predominanti il verde e il blu, non si incontravano più essere umani ma pesci e conchiglie.
A. decise di risalire perché se voleva andare più verso il fondale doveva prima ricaricare i suoi polmoni adesso quasi vuoti.
Emerse, inspirò. Altro tuffo giù verso il blu.
Il suo corpo era vivo,vibrava ogni parte di sé,fece uscire aria dalla sua bocca così da poter esplorare le profondità da vicino. Discese mentre in contemporanea l'aria cominciò a svuotare i suoi polmoni. Non ebbe paura né esitazione,continuò convinto che qualcosa fosse accaduto.
Non bisognava aver paura di qualcosa che non si conosce,pensava,poi la vista per un attimo venne meno e pensò che fosse l'effetto dell' esaurimento dell' aria all' interno del suo corpo. Aveva letto da qualche parte che in mancanza d'ossigeno si possono verificare abbassamenti della vista e allucinazioni varie.
Guardò verso la superficie,adesso la vedeva più distante e dai contorni non più definiti e si rese conto che era al limite. Stava mettendo troppa acqua fra sé e il cielo, la coltre d'acqua sembrava adesso essere più pesante e spingerlo verso l' abisso.
L'abisso quello che ognuno di noi vede la mattina allo specchio.
Un istante.
Un istante ancora.
Tutto divenne più leggero,il limite era superato o semplicemente era morto,annegato.
La bellezza era nata nel momento in cui qualcuno aveva iniziato a scegliere e non quando aveva iniziato a giudicare.
Questo il suo ultimo pensiero,il suo ultimo ricordo,il suo ultimo saluto.
Poi il nulla.
A. sentì un fremito, pensò che cessasse da un momento all' altro,pensava arrivasse dalla sua vita precedente.
Il fremito continuò,divenne sempre più reale finché gli occhi non scorsero la scritta sul display della chiamata in arrivo.
L'orologio segnava le 17.20 e alle 21 c'era lo spettacolo.
A. rispose cordialmente alla telefonata, poi andò sotto il getto freddo della doccia.
Prese lo zaino con lo strumento di lavoro, si incravattò per bene e andò a donare qualcosa al pubblico.
Quella sera lo spettacolo doveva andare avanti.
La spiaggia sulla statate testo di Hank 81