Il Burattinaio Errante

scritto da Edgar Ros
Scritto 11 mesi fa • Pubblicato 11 mesi fa • Revisionato 11 mesi fa
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Autore del testo Edgar Ros

Testo: Il Burattinaio Errante
di Edgar Ros

Il Burattinaio Errante era un volto familiare per chiunque frequentasse i vicoli a nord della Piazza delle Gocce. All’apparenza era un uomo insignificante, tutto spalle strette e pantaloni usurati, con una giacca sformata. Ma chi avesse sbirciato sotto quella giacca avrebbe trovato centinaia di burattini perfettamente identici: ogni pupazzo una replica perfetta degli altri, stesso sorriso sbilenco, stesso sguardo vitreo, stessa camicia blu a pois. Si diceva che il Burattinaio non avesse mai creato burattini con le proprie mani, anzi, nessuno lo aveva mai visto intagliare, cucire o dipingere. Eppure, i suoi burattini si moltiplicavano con un ritmo inquietante. Bastava che qualcuno, anche a chilometri di distanza, dicesse una menzogna e un nuovo burattino spuntava nella fodera interna della sua giacca. Così, mentre camminava, la stoffa sobbalzava come se un’intera nidiata di cuccioli lottasse per vedere la luce. 

E fu così che, con l’aria sempre più intrisa di bugie, la città cominciò a cambiare forma sotto i passi del Burattinaio. Le sue spalle strette si incurvarono sotto il peso di centinaia di menzogne e la giacca, già consunta, si gonfiava ogni giorno di più, come un sacco troppo pieno. I bottoni saltavano via e ogni tanto un lembo lacerato lasciava intravedere la massa di burattini, ammassati l’uno sull’altro nell’attesa di essere liberati. Camminava per le strade strette e male illuminate, lasciando dietro di sé un’eco di passi e un odore di segatura e colla. Ovunque passasse, nei cortili, tra le vie e le salite della città, iniziava a tirare fuori burattini dalla fodera della giacca, deponendoli con cura nei punti più impensati.

All’inizio nessuno ci fece caso. Uno, due, dieci burattini che sbucavano tra le fessure delle panchine del parco o trovavano dimora dentro le cassette della posta, come lettere mai spedite. Poi la città diventò un teatro improvvisato: le scale dei condomini, i tavoli dei caffè, persino le bocche di lupo delle cantine si riempivano di quei piccoli cloni di legno, sempre più numerosi. I bambini li trovavano nei cestini dei giochi, le madri li scoprivano infilati tra i calzini ripiegati nei cassetti, gli uomini li incontravano rannicchiati sui sedili delle auto e per ognuno c’era un brivido, una risata strozzata, una domanda sussurrata: “Chi li mette lì? Perché sono tutti uguali?” Ma nessuno, nemmeno i più attenti, riusciva mai a sorprendere il Burattinaio nel gesto di lasciare in giro un nuovo pupazzo. Lui semplicemente passava e dietro di sé lasciava una scia.

Col tempo, i burattini cominciarono a comportarsi in modo strano. Non si limitavano più a restare immobili dove venivano abbandonati. Qualcuno giurava di averli trovati a pochi centimetri di distanza dal punto in cui li aveva visti il giorno prima. Altri sostenevano di aver sentito uno scricchiolio leggero di notte, simile a dei passi e la mattina trovavano il burattino più vicino al letto, puntato verso il cuscino come se avesse vegliato sul sonno del proprietario. Nacquero leggende, alcune ridicole e altre insidiose: chi diceva che i pupazzi rubassero i sogni, chi sosteneva che fossero in grado di ripetere a memoria le bugie pronunciate in casa. Ma nessuno aveva il coraggio di gettarli via.

A quel punto, la città diventò un alveare di burattini e nessuno riusciva più a tenerne il conto, né a controllare la loro proliferazione. Ogni nuova bugia pronunciata nei salotti, nelle cucine, nelle camere da letto, persino per strada, produceva un’immediata risposta e il Burattinaio, sempre più curvo e piegato dalle ondate di falsità, appariva ovunque, pronto a scaricarne il peso come un postino della menzogna. La sua giacca faceva sempre più fatica a contenerli: i bottoni avevano ormai ceduto, la fodera era praticamente distrutta e le sue braccia tremavano sotto il carico di centinaia di piccoli burattini. Per ognuno di essi raccolto e riportato a casa, per curiosità o superstizione o semplice paura di gettarlo nei rifiuti, ne spuntavano altri tre, come se la loro sola presenza fosse sufficiente a innescare una catena senza fine.

Le scuole si riempirono di piccoli osservatori: silenziosi, sempre con lo stesso ghigno sgraziato, a spiare lezioni e litigi tra banchi. I bambini dapprima li usavano come trofei nei loro giochi, poi cominciarono ad averne soggezione e qualcuno giurava di trovarli sempre nello stesso posto la mattina dopo, anche se erano stati chiusi in uno zaino o nascosti nel fondo di un cassetto. Nelle aule era impossibile liberarsene: gli inservienti li raccoglievano ogni sera e ogni mattina il mucchio era di nuovo raddoppiato. Anche nei bar e nei ristoranti la presenza dei burattini diventò una costante fastidiosa. I camerieri li trovavano sotto i tavoli, i cuochi sulle mensole delle spezie, i clienti lamentavano di sentirli scricchiolare nelle borse o di riceverli in omaggio insieme al conto. Un funzionario comunale tentò di radunare tutti quelli trovati nel municipio e bruciarli nella stufa. Il giorno successivo la stufa traboccava di burattini carbonizzati, ma il municipio ne era più infestato che mai.

La città, invasa, cominciò lentamente ad adattarsi. Le famiglie si abituarono a convivere con i burattini. Le madri li sistemavano sugli scaffali, i padri li usavano come fermacarte nei propri studi, i bambini li infilavano tra i peluche e in breve tempo divennero parte dell’arredo urbano, della vita stessa della città. Nei mercati rionali, le bancarelle cominciarono a venderli insieme a cipolle e sedani. Nelle chiese, qualcuno prese a disporli nei banchi vuoti e una volta persino sul confessionale, quasi a suggerire che la verità non fosse più necessaria o nemmeno desiderata. Nessuno sembrava più fare caso al Burattinaio. Era diventato invisibile, un’ombra, parte di quell’organismo mutante che era ormai la città.

Eppure, sotto la superficie, la tensione cresceva. Il peso delle bugie, così fisico e tangibile, aveva cambiato la chimica dell’aria, il modo stesso di parlare e ascoltare. Nei caffè si stava in silenzio, per paura di far nascere nuovi burattini con una frase mal detta. Nei condomini, le assemblee erano zeppe di gente che fissava i propri pupazzi in miniatura, temendo che potessero ripetere i segreti sussurrati la notte precedente. Nessuno aveva più il coraggio di raccontare storie, né di inseguire una verità diversa da quella imposta dai burattini. Le menzogne, dapprima così leggere e a volte curiosamente piacevoli, si erano fatte dure come il legno che le incarnava e l’intera città camminava con passi ovattati e respiri trattenuti, per non disturbare la schiera di osservatori che la teneva in scacco.

Nessuno poteva dire quando sarebbe finita. E, forse, non sarebbe mai finita.

Il Burattinaio Errante testo di Edgar Ros
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