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(Tragicomiche riflessioni di una mente in cerca di senso ... e di un caffè decente)
Non so quando è cominciata. Forse quando ho letto per la prima volta che “l’ignoranza è la causa di ogni male” e ho pensato: “Ah. Quindi è per questo che su AliDiCarta c'è sempre casino.”
O forse è stato quando ho incrociato Kant a quattordici anni. Non alla fermata dell’autobus, ma tra le pagine fitte e ostili di un manuale di filosofia con l’odore di carta opaca e sudore adolescenziale. Mi ha guardata con la sua aria da pompiere morale prussiano e mi ha sussurrato:
“Agisci solo secondo quella massima che possa valere come legge universale.” Io volevo solo sapere se potevo saltare l’interrogazione di scienze.
Da lì è iniziata la discesa. Platone, l’anima, l’Idea del Bene. Berkeley, che dubita dell’esistenza delle sedie. Kierkegaard, che mi guarda fisso e sussurra: “Tu sei disperata, anche se ridi.” Socrate, che invece non dice nulla. Fa domande. Solo domande. E alla fine mi ritrovo a mettere in discussione perfino il fatto che io esista e stia bevendo un’aranciata.
Io ridevo. Ma... con lieve tremolio interno.
Poi è arrivata la vera trasformazione: mi sono wikipenizzata. Una condizione strana, un po’ infiammatoria, un po’ epistemologica.
Sintomi principali:
- leggera confusione tra Vico, Spinoza e il fruttivendolo;
- tendenza a parlare per postulati anche in lavanderia;
- crisi esistenziale davanti a qualsiasi palma, soprattutto se produce vasetti;
- convinzione che l’universo abbia senso solo quando riesci a piegare il tempo in un paragrafo coerente.
Ogni tanto cerco sollievo. Apro la finestra. Respiro. Penso: “Dio esiste? Non lo so. Ma sicuramente Kierkegaard non sa fare colazione in pace.”
Mi siedo. Scrivo. Rido. Poi mi domando se sono più vicina a Pascal o a un episodio di Black Mirror.
Quando sono in vena tragica, sogno di scrivere un trattato. Quando sono in vena comica, mi limito ad aggiornare il blog e a filosofeggiare o raccontare di oche che si prendono sul serio, scarafoni innamorati e mantidi iraconde
La sera, a volte, penso che l’unico vero imperativo categorico sia:”Non cercare di spiegare Kant dopo le 20:00.”
E se qualcuno mi chiede: “Ma tu ci credi, a tutto questo?” Io rispondo: “Credo nel dubbio, nelle domande sbagliate, nelle palme con i vasetti di confettura. E nel fatto che Kierkegaard, se fosse vivo oggi, avrebbe un blog incomprensibile ma bellissimo.”
Perché, se c'è una cosa che ho capito leggendo filosofia, è questa:
L’anima cerca il Bene.
Ma nel frattempo, può ridere.
Anche se è una risata nativa, dentro, da riscoprire.
E io, nel mio piccolo caos fatto di domande, confetture immaginarie e trattati mai scritti, continuo a cercarla. Con il cucchiaino nel cappuccino. E con un po’ di Kant tra le dita.