LA RAGAZZA SEPOLTA.

scritto da Frantizan
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
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LA RAGAZZA SEPOLTA.
- Nota dell'autore Frantizan

Testo: LA RAGAZZA SEPOLTA.
di Frantizan

Ne sono convinta, ognuno di noi nasce con il proprio destino legato al collo. Possiamo strattonare, scartare di lato, strillare e sacramentare, ma quello rimane appeso lì. Non possiamo sottrarci, non possiamo liberarcene, gli apparteniamo.
Sono nata in una notte senza luna di un anno bisestile, in una famiglia di poveri minatori senza più miniera, in una giovane nazione disgraziata che vaga alla deriva verso una Europa che non la vuole.
E ha ragione, siamo dei veri pezzenti.
Ecco, il destino ha tracciato il solco, il mio compito è stato di percorrerlo per tutta la sua lunghezza. Facile come respirare.
Da che mi ricordo ho sempre sofferto: il gelo che ti attorciglia le ossa, la pancia piena di patate quando il corpo reclama carne e frutta, la brutalità endemica in un paese dove tutti ringhiano e soffiano intorno a qualsiasi bene, l'ignoranza vile...
A mio padre piaceva la vodka, i combattimenti fra cani, sfogarsi riempendoci di botte, orinare sul tappeto del soggiorno.
A ripensarci ora, non mi pare che il mio dolore sia stato poi quel gran fardello. Piangevo, questo sì, e tanto, ma non più degli altri. Le lacrime forgiavano l'acciaio che era in me, una specie di allenamento per quello che mi sarebbe spettato poi. Quello che non ti uccide ti rende più forte; si dice così, mi pare.
A diciotto anni ho riempito una borsa di plastica con i miei stracci, sono uscita di casa e dalla città senza voltarmi indietro. Direzione le luci di Parigi, questa era la meta. Non nutrivo particolari speranze, intuivo certo il mio destino, là in fondo alla strada sempre più fosca, dietro la curva, ma di certo è stata la volta che mi sono avvicinata di più alla felicità.
Sul furgone c'erano altre cinque ragazze giovani come me. Una, Nina, la conoscevo dai tempi della scuola. Bionda e dolce come un angelo, il sorriso delicato come un petalo nel vento. L'ambizione fin troppo comune di diventare una stella del cinema o una modella famosa. O una visagista.
Un viaggio lungo e noioso. Ricordo i panini col salame e il formaggio, la coca cola, le sigarette, che i due autisti ci offrivano, e le chiacchiere lievi ma ansiose che facevamo tra noi. C'era chi sognava principeschi matrimoni e chi si accontentava di un negozio da parrucchiera tutto suo.
Oltrepassata la frontiera ungherese con una scusa i due uomini ci hanno preso i passaporti. Abbiamo abbandonato l'autostrada, ci siamo inoltrati nella campagna fino a raggiungere un albergo decrepito, di cui ho subito notato lo strano e inquietante particolare delle finestre sprangate.
Lì è incominciato l'incubo. Fino ad allora la mia vita era stata grigia, un purgatorio, quel giorno ho varcato le porte dell'inferno. Un uomo con una cicatrice in mezzo alla faccia mi ha detto che da quel momento avrei fatto la puttana. Lui e i suoi compari mi hanno picchiata con una sbarra di ferro, mi hanno rotto il naso con una sedia, mi hanno violentata a turno, ubriachi, ridendo come maiali.
Mi hanno incatenata al letto, mi hanno lasciata lì nel letto zuppo della mia urina, un grumo di carne tremante vestito di sangue. Così sono trascorsi i giorni fra botte e sesso e botte. Dopo una settimana sono arrivati i primi clienti, buoni padri di famiglia certo, persino più porci dei carcerieri. Pagavano per scoparmi, per insultarmi, per vedermi piangere e pregare, al letto legata come una bestia. Il viso tumefatto e i lividi sul corpo li incoraggiavano a lasciare pure loro qualche segno; mi schiaffeggiavano, mi mordevano sui seni, mi urlavano parole che non capivo, mi sputavano in faccia. Uno mi ha cagato sul ventre, un altro mi ha spento il mozzicone sul collo.

La stessa sorte è toccata alle altre ragazze, violenza e sesso, ancora e ancora, e droga. Ci iniettavano eroina. Mi capitava di svegliarmi schiacciata da un maiale che mi grufolava in faccia mentre il suo cazzo entrava e usciva dal mio corpo. Accadeva che mi riaddormentassi. Succedeva, ma non mi importava.
Una notte ci hanno fatto uscire dalle camere, disposte in fila indiana una via l'altra ci hanno fatte sfilare in una stanza lercia come le altre, che puzzava di merda e piscio e sangue. Nina era sul pavimento, nuda, il viso scuro per le croste di sangue, i denti spezzati all'intorno, il corpo ferito, disarticolato, spezzato in una postura impossibile. Aveva avuto il torto di essersi ribellata.
I nostri carcerieri per una volta non urlavano, non picchiavano, gli occhi gonfi di droga, ridacchiavano muti scrutando il nostro orrore.
Sono arrivata alla conclusione che dio non esiste, ma ora, che conosco il dolore profondo, del Cristo bacerei le piaghe.
Dopo qualche settimana degli stranieri, degli albanesi, mi hanno comprata, strafatta mi hanno buttata nel retro di un'auto con altre due ragazze. Siamo arrivate di notte, ci hanno fatto entrare in ascensore, e poi dentro un appartamento delizioso come non ne avevo mai visto. Ci hanno detto che quella era l'Italia.
Da allora ho vissuto in tanti posti, in tante città diverse, città che sono rimaste fuori dalla mia esistenza, che non ho visto se non dai vetri della finestra. Ho conosciuto ragazze, sfinite e tossiche come me, fiori recisi prossimi a trasformarsi in polvere e fantasmi d'odore, e tanti cazzi, giovani e vecchi, di clienti che non sanno o fingono di non sapere.
Agli albanesi ho fatto guadagnare molti soldi ma io non ne ho mai avuto. Hanno preso a fidarsi, mi hanno mandato a battere per le strade. Pensavano che non sarei scappata, sempre in bilico sull'orlo dell'astinenza, senza soldi e documenti, con la minaccia di morte pencolante su me e la mia famiglia.
E invece sono fuggita, non perché ci fosse un posto dove volessi andare, ma perché non potevo sopportare di essere quello che ero diventata. Con i soldi dell'ultimo cliente, guadagnati non da me ma dalla mia bocca e dal mio sedere, sono saltata sulla corriera per raggiungere un'amica. Ma non ci sono mai andata, sapevo che mi avrebbero cercata, che mi avrebbero trovata. Non volevo le facessero del male, sono scesa al capolinea in un paese in cima ad una valle che pareva quella di casa mia. Ho imboccato un sentiero, mi sono avviata nel bosco per raggiungere la montagna. Non volevo farmi trovare viva. Ma di uccidermi non ho avuto il coraggio.
Erano in tre. Mi hanno messo in mezzo, mi hanno riempito di pugni e calci, mi hanno strappato i vestiti, mi hanno violentata, mi hanno conficcato nella vagina il ramo di un albero ancora attaccato al tronco, ancora con le foglie e i ricci delle castagne. Mentre agonizzavo, bevendo e ridendo hanno continuato a battermi, fino a quando la mia anima se ne è andata e il cuore ha cessato di battere. Amen.

Ora che quieta giaccio nella terra sepolta, sotto i rami carichi di foglie che ingialliscono piano col passare dei giorni, mi pare che ciò che mi è accaduto non abbia avuto per me importanza alcuna. Mi sembra ragionevole. Prevedibile. Giusto. Mi pare di non avere sofferto neppure, solo un brutto sogno dal quale non si vede l'ora di svegliarsi per poterselo scuotere di dosso. Soltanto un'allucinazione consumata nel buio della camera da letto, un intervallo tra due veglie luminose e liete.


LA RAGAZZA SEPOLTA. testo di Frantizan
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