258-Sciocchi

scritto da Iviola
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Autore del testo Iviola

Testo: 258-Sciocchi
di Iviola

Se non ci fossero gli sciocchi il mondo sarebbe un posto ben noioso. Lemontov

Gualtiero Scaleni sedeva immoto al tavolino del Bar Sport. Solo ogni tanto una mano scendeva a sorseggiare un minuscolo sorso di pirlo, l’unico suo vizio da che aveva smesso di fumare, e nelle orbite gli occhi cisposi e velati guizzavano lenti per catturare l’eventuale passaggio di qualche bell’esemplare umano. Sia chiaro che non era un filantropo, in larga parte cercava forme femminili, dai diciotto anni in su, anche perché perlomeno non era un misogino maschilista. No no, per lui una donna doveva essere perlomeno diciottenne, soprattutto dopo la brutta avventura occorsagli, quando ancora baldo sessantenne, s’era invaghito di un profilo facebook ancora agli albori, e aveva scoperto poi ch’era una ragazzina peruviana già dedita all’estorsione di denaro previo invio delle sue peccaminose (peccaminose, adesso, giusto qualche frase un po’ sporca buttata qua e là, pensava, mesto) ai contatti dei suoi amici e familiari. Non che Gualtiero pensasse che lo avrebbero scornato, però, sai com’è – più che per la moglie (con cui ormai vigeva un regime di militaresca faida con qualche armistizio nostalgico occasionale) era per gli amici (amici, conoscenti, anche qua rifletteva mesto) che l’avrebbero preso per il culo da lì all’aldilà nell’oltretomba.
Così, il nostro baldo settantenne (non barare, quasi ottantenne, con gli angoli della bocca sottile all’ingiù) ormai guardava (e molto poco) solo carne ben che matura.
Nei molti pomeriggi, non tutti – sempre causa moglie, che passava lì, gli capitava ormai di riconoscere passanti e passantesse, come le chiamava lui nella sua testa. Non si azzardava neanche col pensiero a definirle altrimenti, un po’ per la sua naturale inclinazione alla bonomia verso il genere femminile – non che fosse un femminista, era troppo vecchio, però era quasi consapevole della parità fra loro, specialmente ricordando gli ordini perentori della sua signora – così si era inventato un termine neutro, colloquiale e un tantino scherzoso.
Ogni tanto, alle più carine, un piccolo sorriso gli incurvava finalmente verso l’altro le labbra, raggrinzendo di generosa e rubiconda gentilezza il viso.
Era un bravo signore, non c’è che dire. Le passantesse lo sentivano innocuo, bisogna dire. In fondo ormai faceva parte del paesaggio.
Giorno dopo giorno le ammirava e imparava i loro orari e le loro andature, le acconciature e persino i loro vestiti preferiti. Aveva ovviamente un debole per alcune categorie: capelli lunghi e rimbalzanti, vestiti sottili e trasparenti estivi, sandali magari alti. Se le beveva, come quel piccolo calice di pirlo: un passo alla volta, un sobbalzo di seni e glutei alla volta. E così, rinfrancato da cotale splendore muliebre, tornava a casa più allegro dalla moglie severa, ancorchè amorevole e non certo più avvenente.
Un pomeriggio di agosto, che il caldo tropicale ammazzava persino le zanzare, l’asfalto bolliva e persino il calice pareva appassire sul suo stelo, Gualtiero rimase fulminato. Anzi, trafitto. Una nuova figura, una nuova bellezza estiva. Era sicuro di non averla mai vista, e quelle che passavano solo talvolta le riconosceva per la loro assenza successiva. Ma lei, lei era qualcosa di ultraterreno, tanto che neanche un piccolo pensiero lascivo riuscì ad attraversargli la mente.
Capelli lunghi fino alle natiche, ondulati, biondi come l’oro antico. Piccole perle alla fronte le cingevano l’acconciatura. La pelle, freschissima, decorata da minuscole perle di sudore. Gli occhi erano inafferrabili, tra il grigio e il verde e il blu, cangianti quasi. Addosso un abito di veli sottilissimi che addosso a chiunque altra sarebbe sembrato di stracci, due sandali piatti e sformati. E l’andatura, quella, quella di chi sembrava danzasse sopra una piccola piattaforma di nubi, ignara di tutto, semplice come un tramonto e complicata come un’equazione. Il corpo, sottile e cesellato, quasi che un orafo ne avesse disegnato i contorni (Gualtiero fugacemente pensò a statue di marmo levigato, Canova, Cellini, Donatello…) si intravedeva senza difficoltà tra i veli. Piccoli seni rosei la cui punta più scura spiccava come in un alone delicato, e glutei alti, ampi e rimbalzanti come piacevano a lui (certi quadri luminosi di Boucher, con quelle donnine…). Tutto quanto rallentò, il cuore di Gualtiero pompava sangue al ritmo di quei passi, di quei lenti ancheggiamenti. Per una volta in tanti anni, a muoversi fu anche la testa, a bocca appena aperta, per bere quasi l’aria che la sfiorava.
Gli pareva che quasi l’afa si fosse fatta più dolce, con un lievissimo profumo di camomilla e menta che aleggiava d’intorno. Robe de macc. No no, non poteva essere, a settant'anni (quasi ottanta!) non ci si innamora a prima vista!
Dopo il brevissimo passaggio, l’uomo rimase a fissare i suoi ricordi per un tempo indefinito, poi si alzò, e fluttuando sulla stessa nuvoletta rosea (come i suoi seni) e dorata tornò a casa.
La moglie, Fabrizia lo accolse con le mani ai fianchi, burbera e preoccupata.
– Allora, guarda che son già le sette! Due ore di ritardo, che ti è successo?
Già un paio di volte il marito era sparito senza dare notizie, temeva fosse iniziato il declino dell'Alzheimer. E anche lei un po’ svanita si sentiva, in fondo lo amava e non voleva si facesse del male.
– Sì sì, romp’mia le bale, fonna!
Quanto la irritava quando parlava in dialetto. Le saliva una sequela di parole aspre e dure che neanche pensava davvero. Come se lei fosse solo un oggetto da zittire, una sveglia che suonava troppo forte la mattina.
– Dai, dai, vieni che è pronta la cena, e stasera viene il tuo amico, te n’eri scordato? Lui e la nipotina, ce la fa conoscere. La cosa lì, la Simonetta, prima che parta per l’università all’estero. Ha vinto dei soldi, o come si dice, e lui è così orgoglioso.
– Sì. sì son qua. – Se l’era totalmente scordato, perdiana. Il suo amico Sigismondo, quello stronzo fascista che aveva fatto i soldi sulla pelle degli altri, anche la sua, con quelle proposte truffaldine. Cinquemila euro ci aveva rimesso, pagati per rifargli il coso lì, liffing e il trapianto di capelli in Turchista, Turchemeni…qualcosa.
Tutto era già pronto nella sala da pranzo, Gualtiero s’era rinfrescato e la moglie anche, stanca dopo aver spignattato tutto il giorno, per fortuna all’aria condizionata che accendeva solo quand’era assente il marito, quel tirchione.
Il campanello, il citofono, l’apriporta:
– Sali, sali, ‘Mondo!
Passi un po’ saltellanti, insieme a un lievissimo fruscio di abiti femminili. 
Perlomeno mi rifaccio un po’ gli occhi anche stasera, pensava con livore.
Apertura della porta, convenevoli della Brizia, complimenti vari e una bottiglia che passa di mano in mano. Il corridoio animato di voci mentre Tiero rimane seduto sulla poltrona solita. 
Si alza, si volta e… Lei. Lei, la divina visione di oggi. Un glom visibile dalla Luna gli soffoca la gola, un madore sottile sulla fronte e il rossore della gioventù sul viso incartapecorito. Spero solo di non avere un’erezione, ti prego, non funzionare proprio oggi.
– ‘Mondo! Come va? Grazie, un ottimo rosato e pure fresco di frigor, ci vizi così!
E questa? Ma che bella ragazza, la tua Simonetta! 
– Tiero! Vecchio porcone, ancora dietro a sbavare dietro alle ragazzine, eh? Sempre il solito porcone! 
Disgraziatamente Mondo sapeva la storia della peruviana estorcente. Maledetto. 
Brizia più che sorridere digrignava i denti. 
L’unica imperturbabile era lei, la Simonetta. Per fortuna di Gualtiero si era cambiata, anche se l’abito fluttuante di seta oro pallido era così morbido sul corpo che si vedeva tutto, anche l’assenza di biancheria. Maledetta anche tu, un piccolo Gualtiero piangente e adorante nel suo petto si sarebbe fatto calpestare da quella ragazzina innocente.
– Alura, contemela sò, do la vaga la tò pòpa?
Simonetta aprì la bocca, e Gualtiero perse altri cinque anni di vita, quelli che gli mancavano agli ottanta. Non solo calpestare, anche macinare. Ormai era macinato di anziano.
– Grazie dell’invito, il nonno ci teneva tanto – sorriso abbagliante, con piccoli canini appena sporgenti. Signùr, aiudeme! Brizia era tanto contenta, dopo le parole di Sigismondo s’era quietata: la gioventù sana e intraprendente la metteva sempre di buonumore. Una brava figliola.
Simonetta strinse la mano a entrambi, tenendo stretta più a lungo quella di Sigismondo, guardandolo per qualche secondo negli occhi. Anziano trovato morto di crepacuore causa innamoramento tardivo, se lo leggeva davanti agli occhi sul Giornale di Brescia, de sicür.
– Sì, domani l’altro parto, vado in America. Ho ottenuto una borsa di studio per diventare chimica specializzata. Resterò via almeno quattro anni, e poi chissà, mi piacerebbe fare qualche master, dottorato. 
Il cuoricino espanso di Mondo, si raggrinzì immediatamente come l’uvetta sul tavolo, del buonissimo dolce freddo fatto dalla Brizia (era una cuoca abilissima, questo glielo riconosceva).
– E… – un altro visibile glom di lacrime ingoiate a forza – ogni tanto tornerai?
– Beh, per le feste certamente, però intendo stabilirmi là
Sebbene ammirato dalla sua tenacia e indipendenza, Gualtiero avrebbe voluto vederla camminare e muoversi davanti a sè come quella sera per sempre. Il sempre degli innamorati è assoluto, si sa.
– Ma, pôde fat na domanda personale?
Anche da emozionato il dialetto gli veniva più naturale. Altro sorriso e occhi puntati, Gualtiero si sentiva un diciottenne, anzi un quindicenne alle prime armi, come la prima volta con la Brizia, che tempi.
– T’al ghet feisbùk?

258-Sciocchi testo di Iviola
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