Sono stanco di questi alberghi a cinque stelle.
Mi ritrovo ad osservare una pala del Moro, artista minore del settecento fiorentino, due metri per tre.
Mi accoglie poco prima di entrare nella mia suite.
Moquette non irritante.
Lampadari di cristallo.
Quadri alle pareti.
Sottofondo di musica classica a volume adeguato.
Salotto con morbidi cuscini.
Sul tavolino di cristallo un cesto di frutta esotica con un biglietto di accompagnamento.
With the compliments.
Sono stato ospite di numerosi alberghi, in Europa, in America, in Oriente.
Gli alberghi a cinque stelle italiani distano spazi siderali dagli omologhi americani o europei, o peggio ancora, orientali.
Cinque stelle in Italia significa almeno una jacuzzi d’ordinanza, altrimenti non mi premuro neanche di disfare il mio bagaglio.
Vado alla reception e pianto un casino da competizione.
Non m’importa niente dell’idromassaggio, vestire la maschera dell’ospite incontentabile invece continua a divertirmi.
Cinque stelle in America significa la macchinetta in camera per la sciacquatura di piatti che si ostinano a chiamare caffè, il phon e il kit del piccolo sartorello.
La colonia inglese è nota ovunque per il suo pragmatismo.
Significa vivere in una lussuosa scatola di vetro al ventesimo piano in bilico tra il cielo e la terra, con vista sul lato est di Central Park nel cuore di Mahnattan.
Le cinque stelle in Medio- Oriente sono ancora più opache.
Solo la variegata umanità che brulica le immense halls suscita la mia curiosità.
Trovo molto pittoresco uno sceicco di un qualche paese del Golfo Persico con le sue trenta moglie e un seguito di cinquanta persone.
E’ un’esperienza che val la pena vivere, fa molto hollywoodiano.
Ricordo con sorpresa una donna d’affari medio orientale vestita all’occidentale ma con velo a coprirle il capo e il volto, circondata da guardie del corpo.
Lo scambio della moneta non conosce pregiudizi, ne sono certo.
La sessuofobia che esprimono le suite orientali disorienta spesso il viaggiatore occidentale.
I servizi hanno le dimensioni di un miniappartamento, ma colpisce la rigida separazione tra il cesso e gli altri sanitari.
In Kuwait ho rischiato il blocco intestinale da fecaloma.
Il cesso era un sepolcro.
Arredo: water e carta.
Monacale.
Essenziale.
Minimale.
Grandezza della cacca.
Il resto dei sanitari, con spreco di spazi e accessori, rigidamente separato da tutto ciò che abbia a che fare col culo e i suoi derivati.
Montagne di riviste italiane.
Libri.
Fumetti.
Sedute lunghe mezzore.
Improvvisamente claustrofobia ma niente evacuazione.
Per quindici giorni.
Esperienza devastante.
Cinque stelle brillano nel cielo del Texas, a Houston.
Torno a notte fonda.
Il signore ha bisogno di qualcosa?
Eccoti venti dollari, non ho bisogno di niente, solo che tu sparisca e mi lasci solo.
Signore, mi permetto di insistere.
Siamo qui per soddisfare tutte le esigenze dei nostri ospiti.
Tutte.
Abbiamo anche giovanotti di colore.
Sporco bastardo.
Spero che la porta che ti ho sbattuto con violenza sul naso te l’abbia spaccato.
Ma oggi sono nella città d’arte.
Con jacuzzi, quadri alle pareti, letto con baldacchino e frigobar.
Beefeater dry gin, Jack Daniel’s Tennessee wiskey o Absolute Vodka County of Sweeden?
Vodka svedese?
Che caduta di stile.
Ma io sono un anticonformista.
Sono stato perfino un alternativo.
Opto per l’Absolute, voglio l’assoluto.
Ignoro volutamente il Chivas Regal vecchio di dodici anni.
Mi tenta lo champagne, un Charles Heidsieck Brut Riserve.
La qualità non vale la pena, preferisco essere alternativo.
A cena ho indugiato con un Rèmole Frescobaldi del 1999, ma non sono ancora soddisfatto.
Mi sento troppo lucido, non ho raggiunto ancora quel lieve stato di ebrezza alcoolica che mi permette di riconciliarmi con me stesso.
Verso il liquido svedese e brillante come un diamante in uno di quei bicchieri glassati a tubino e mi accendo l’ennesima sigaretta.
Non era questa la vita che volevo?
Claro che si.
Manager in una multinazionale, mi occupo di import-export, giro il mondo.
A volte dietro i miei clienti ci sono gli stessi governi dei paesi che mi ospitano.
Che lavoro creativo il mio, sono bravissimo a spostare capitali da un posto all’altro.
Accidenti se bisogna essere creativi.
Vesto abiti di taglio sartoriale, sono colto e brillante, schiocco le dita e la donna che voglio è mia fino a quando lo desidero.
Non era questo che volevo?
Non lo so, in questo momento non è così importante.
Sono però certo di una cosa sono certo: non temo rivali nell’arte di fare e disfare le valige.
Credo che potrei finire nel guinnes dei primati per razionalità e velocità.
Tempo fa comprai un pugnale con guaina d’argento istoriata a Damasco.
Un vero affare, solo mille dollari.
Il precedente proprietario aveva lasciato inciso il suo nome alla base della lama più di trecento anni prima.
Mi sembrò improvvisamente che comprando l’oggetto avrei potuto avere le paure e le ambizioni dei precedenti proprietari.
Volevo la loro anima per mille dollari.
Signori, siamo ai saldi.
All’aeroporto internazionale suonarono tutti gli allarmi come le campane di tutte le chiese del mio paese il giorno di Pasqua, quando ero bambino.
Ho sempre avuto la testa tra le nuvole.
Dopo l’undici settembre misi un oggetto d’arte, ma pur sempre un’arma bianca, in valigia.
Mi ritrovai circondato dalla polizia aeroportuale, che sembrava non lasciarsi ingannare dalle mie scarpe Ferragamo, dal mio abito sartoriale italiano e dalle mie cravatte inglesi.
Una donna grassa in guanti di lattice mi sventrò la valigia.
Mi disse severa lei ha un coltello in valigia.
Le risposi disgustato vuole scherzare signora, si tratta di un pugnale d’argento con la lama di Damasco e il nome del proprietario inciso alla base.
Ho comprato anche la sua anima ma il metal detector non la rivela.
La donna grassa profilattica sembrò disorientarsi.
Il suo sgomento raggiunse vette altissime quando constatò l’ordine di un altro mondo delle mie valige.
Tutte le mie cose, dal dentifricio alle scarpe, apparvero alla comune mortale come appena uscite dalla fabbrica.
La cicciona trasecolò.
Mi scusi ma queste scarpe da dove vengono.
Come da dove vengono, dall’Italia.
Come dall’Italia, sono state appena comperate.
Dica signora gentile, le sembro uno che possa comprare articoli di abbigliamento in Medio Oriente.
Nossignore.
Molto bene, le sue mani guantate di lattice che frugano tra le mie cose mi causano disagio.
La pregherei di non togliere la mia lama dalla confezione.
Chiamo il direttore signore.
Chiami pure cara.
Il direttore arrivò trafelato dopo qualche minuto.
Un vero professionista.
Un’occhiata al mio abito di sartoria e al mio habitus caucasico di razza bianca.
Passi pure signore, arrivederci.
Non era questo che volevo dalla vita.
Cinque stelle nel cielo del mondo testo di Cristiana Palermo