favola

scritto da piccola vale
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di piccola vale
pi
Autore del testo piccola vale
Immagine di piccola vale
pi
favola
- Nota dell'autore piccola vale

Testo: favola
di piccola vale

C'era una volta in un paese lontano lontano Roberto, un fattore che aveva quattro figli, tre ragazzi e una bambina. La bimba era ancora piccola e mentre i suoi fratelli e suo padre lavoravano lei era libera di giocare e correre come le pareva, con l'unica raccomandazione di non uscire dal territorio della fattoria. Un bel mattino di primavera la bambina giocava tra i fiori rossi e gialli vicino a un boschetto. All'improvviso tra gli alberi la piccola vide spuntare un giovane cerbiatto: iniziò a corrergli dietro ma Giacomo, il fratello maggiore, che stava tagliando la legna nel bosco, la fermò.
Martina – urlò il ragazzo – non puoi rincorrere ancora il cervo, è uscito dal territorio della fattoria! Vieni qui e dammi una mano a portare la legna! -
Allora la bambina trotterellò verso il fratello, felice di poter dare una mano. Prese qualche legnetto e tornò con lui alla fattoria.
Un giorno d'estate Martina stava sdraiata all'ombra di un fico e faceva una collana con le margherite mangiando i dolci frutti dell'albero quando vide un leprotto e iniziò a corrergli dietro. Luca, il fratello di mezzo, stava mietendo il grano nel campo e la vide correre.
Martina – urlò il giovane – non puoi rincorrere ancora il leprotto, è uscito dal territorio della fattoria! Vieni qui e dammi una mano a raccogliere le spighe! -
Allora la piccola andò dal fratello tutta sorridente e gli regalò la sua collana di fiori.
Un pomeriggio d'autunno Martina giocava vicino allo stagno quando vide un ranocchio che saltellava gracidando. La bambina voleva acchiapparlo e quindi iniziò a saltellargli dietro. Andrea, il fratello minore, stava portando i cavalli ad abbeverarsi e la vide giocare. Questo fratello era geloso della piccola Martina per l'affetto che tutti riservavano nei suoi confronti, perciò quando la vide allontanarsi dietro al ranocchio disse:
Vai pure, Martina. Prendi il ranocchio, non lo dico a nessuno che sei uscita dalla fattoria! -
La bambina era un po' spaventata dal fatto di uscire dalla fattoria, i suoi fratelli più grandi le avevano sempre detto di non farlo, ma il desiderio di catturare il ranocchio era troppo forte, perciò lo seguì fuori dalla fattoria. Il fratello tornò a casa facendo finta di nulla, non disse mai quello che aveva fatto. La sera i fratelli più grandi e il padre della piccola la cercarono dappertutto mentre Andrea fingeva solamente di cercarla. La cercarono per tutta la notte e per tutto il giorno seguente nella grande fattoria: quando ebbero cercato in ogni luogo capirono che era uscita dalla fattoria e temerono di averla persa per sempre. I fratelli grandi erano disperati e il padre impazzì per il dolore.
Nel frattempo Martina aveva perso di vista il ranocchio e si era ritrovata in una palute puzzolente avvolta dalla nebbia. Le sue scarpette rosse smaltate si sporcavano di fango e lei aveva paura. La nebbia le aveva fatto perdere l'orientamento e non riusciva più a trovare la strada di casa. Singhiozzando iniziò a chiedere aiuto, urlando i nomi dei suoi fratelli ma era troppo lontana, non potevano sentirla. Camminò per tutto il resto della giornata e quando era ormai notte la nebbia si era diradata e poteva vedere in mezzo alla palude un castello tutto nero, con alte torri snelle e un portone di ferro, circondato da un profondo fossato popolato da strane e minacciose creature. La bimba, stanca e affamata, pensò di poter trovare lì aiuto e conforto. Bussò al portone nero come la pece e questo si aprì. Martina entrò e vide davanti a sé una lunga scalinata di gradini di marmo nero: tutte le pareti erano nere e la stanza vuota era poco illuminata da torce appese ai muri. La bambina salì le scale, tremando per il freddo e la paura. Alla fine della scala Martina si ritrovò davanti a un grande salone con alte finestre dalle vetrate scure. Dirimpetto all'entrata del salone c'era un trono nero con punte argentate e lunghi artigli minacciosi sulla sommità che sembravano voler afferrare chiunque si avvicinasse. Su questo trono sedeva una persona incappucciata, con un lucido mantello nero. Il vestitino bianco di Martina e le sue scarpette, sebbene sporche, erano gli unici spruzzi di colore in tutto quel nero. La bambina si fermò sulla soglia, terrorizzata dall'idea di fare anche soltanto un altro passo. L'uomo incappucciato le parlò con una voce molto profonda che sembrava venire da un'altra dimensione.
Chi sei tu? Cosa ci fai qui? -
Mi chiamo Martina – rispose la bambina, avanzando timidamente – mi sono persa nella palude -
Povera bambina! - disse l'uomo, sghignazzando – stai tranquilla, mi prenderò io cura di te! -
Delle strane creature dal corpo umano e la testa di lupo entrarono nella stanza e una di loro portò vià la povera Martina, che fu rinchiusa in una stanzetta buia e fredda nella torre più alta. Le fu imposto di portare un vestitino nero col cappuccio e il suo abitino preferito e le scarpette smaltate furono bruciati. La bambina fu costretta a lavorare, sebbene fosse ancora piccola: puliva le numerosissime stanze del castello, teneva vivo il fuoco nel camino, serviva da bere e da mangiare al padrone di casa e ai suoi ospiti, tutto questo senza che mai nessuno le dicesse “grazie” o le dimostrasse un po' di affetto. La sua vita trascorse in questo triste modo per anni finché un bel giorno vide una luce immensa fuori dalla finestra della cucina. Uscì fuori nella stanza che serviva da ingresso e vide un vecchio con una lunga barba bianca e un mantello blu come il mare che emanava una luce bianchissima dalle piccole stelle ricamate su di esso. La ragazzina dovette coprirsi gli occhi con una mano per non restare abbagliata. Con gran fragore anche il padrone di casa arrivò nel salone e guardò il vecchio dritto negli occhi.
Lyuwin... - disse con la sua voce spettrale, in tono di scherno – potevi avvisare, avrei preparato un bel pranzetto! Ma si può rimediare, vero Martina? - la ragazzina si avvicinò ossequiosa ma il vecchio la fermò con la mano.
Non sono qui in visita, Tyar.... - rispose con calma il vecchio.
Ah no? Allora sei forse qui per una gita culturale, per ammirare il mio bel castello? - disse ridendo sguaiatamente.
No, vedi, è un po' troppo monotono per i miei gusti...sono qui per regolare i conti... -
Vedi Lyuwin, è questo il tuo difetto peggiore! Sei sempre così rigoroso!! -
Un patto è un patto... -
E va bene! Come vedi, però, non ho di che pagarti! Sono senza un soldo! -
Quant'è così porterò con me la ragazzina – disse voltandosi verso Martina.
Lei? Beh non è un così cattivo affare...per me! Prendila pure e finiamola qua! -
Molto bene! Andiamo, Martina. -
La ragazzetta si avvicinò timidamente al vecchio e lo seguì fuori dal castello, dove afferrò la mano che lui le porgeva. In un istante vide scorrere davanti a sé una miriade di paesaggi, mentre si sentiva ancora saldamente coi piedi per terra. Dopo pochi secondi era davanti a un altro castello, molto diverso da quello in cui era cresciuta per sette lunghi anni. Le pareti erano bianche e azzurre e nelle stanze penetrava molta luce. Inoltre non era circondato da una mefitica palude, ma da bellissimi giardini con grandi alberi, cespugli e fiori. Martina restò a bocca aperta davanti a quello spettacolo, mentre il vecchio la guardava con un sorriso buono.
Ti piace? - chiese con la voce piena di tenerezza.
Sì, signore. È molto bello! -
Immagino che tu abbia le idee molto confuse, ma tranquilla, ti spiegherò tutto! Non adesso però, ora hai bisogno di un bel bagno caldo e di un po' di riposo! Parleremo a cena... -
Nel frattempo dal castello era uscita una giovane domestica a cui Lyuwin fece cenno di avvicinarsi e le ordino di portare la bambina nelle sue stanze e di prepararle un bagno caldo. La giovane prese per mano Martina, che aveva le lacrime agli occhi per la commozione: nessuno era stato affettuoso con lei per molto tempo. La domestica, che le disse di chiamarsi Rachel, la guidò su per le ampie scale, attraverso saloni e corridoi affrescati fino ad arrivare nel corridoio del lato est del castello. Rachel disse che tutte le stanze che affacciavano sul quel corridoio erano sue. La ragazzina rimase a bocca aperta per lo stupore: dovevano essere almeno quindici stanze! Rachel gliele mostrò una per una: c'era una grande biblioteca con graziosi tavolini, sedie e poltrone dove poter leggere; una stanza arredata in stile orientale dove prendere il tè, una sala con il tavolo da biliardo, un'altra con scaffali dove bambole deliziose aspettavano solo che qualcuno giocasse con loro. In fondo, di fronte al bagno, c'era la camera da letto: la grande finestra dava sul parco, Martina la spalancò e in tutta la stanza si diffuse l'odore dei fiori. Il letto era bellissimo: le coperte erano rosa chiaro, mentre le tende velate del baldacchino erano candide. Le aste che formavano il baldacchino e le sponde del letto erano smaltate di bianco e ornate da fiori rosa, esattamente come le pareti della stanza. Un grande armadio occupava la parete di fronte al letto e accanto ad esso, appeso alla parete, c'era uno specchio antico. Sul cassettone c'erano dei fiori e un libro, mentre sul comodino si trovava una graziosa lampada a forma di rosa. Mentre Rachel preparava l'acqua per il bagno, Martina si tolse il vestito nero e sporco, poi quando lei venne a dirle che era pronta fece per aprire la porta della camera per andare in bagno, ma la domestica la fermò.
Che fai? - chiese sorridendo. Martina arrossì e non rispose. - Non importa che tu esca nel corridoio per andare in bagno – spiegò gentilmente la ragazza – guarda - .
Rachel aprì un passaggio nella parete vicino al letto e le due si ritrovarono nel bagno, che era a forma di elle. Le piastrelle rosse e arancioni, con decorazioni floreali e con piccoli animaletti, erano appannate per colpa dell'acqua calda e profumata che riempiva la vasca. Dopo il bagno Martina tornò nella sua stanza dove trovò appoggiato sul letto un vestito bianco, simile a quello che aveva quando era solo una bambina di cinque anni, e ai piedi del letto vide un paio di scarpette smaltate di rosso: pianse calde lacrime di gioia e nostalgia, poi indosso il tutto, legò i lunghi capelli castani in una bella coda alta, fermandoli con un nastrino rosso. Scese per cena, che era stata preparata in una grande sala dalle pareti bianche con disegni argentati. La grande tavola era imbandita con ogni ben di Dio e attorno ad essa sedevano molti ospiti, tutti stavano aspettando che lei scendesse per iniziare a mangiare. Il vecchio, a capo tavola nell'estremità opposta all'entrata, fece cenno a Martina di avvicinarsi e di sedersi alla sua destra. La cena ebbe inizio e dopo molto tempo Martina poté mangiare cibo vero, non solo pane secco e croste di formaggio. Le fu servita una bevanda di un rosso brillante che lei guardò con curiosità: il vecchio le disse che era succo di fragole e lei lo bevve. Ma quello non era solo un succo: era un elisir che sconvolse la mente di Martina, cambiandone la memoria. Il vecchio Lyuwin infatti era un mago, aveva combattuto contro Tyar perché lui aveva ucciso sua figlia Jakyra dopo averla sposata. Alla fine Lyuwin aveva vinto e aveva preteso un premio che lo riscattasse per la perdita della figlia. Poiché Tyar non aveva nulla di cui pagare gli aveva concesso dieci anni, al termine dei quali avrebbe preso ciò che gli spettava, perciò aveva portato con sé Martina. La ragazzina però non sapeva nulla di ciò, anzi per colpa dell'elisir adesso credeva che Lyuwin fosse suo nonno e che lei avesse sempre vissuto in quel castello dopo la morte dei suoi genitori, di cui non sapeva nulla perché erano morti quando era piccola. Questo era quello che ricordava e quello che tutti le facevano credere che fosse la realtà. Aveva dimenticato completamente suo padre, i suoi fratelli e la fattoria. Visse per molti anni in quel castello: faceva lunghe passeggiate nel parco, cavalcava, chiacchierava con gli ospiti e coi domestici e la sera giocava a biliardo o a bowling. Il suo passatempo preferito però era nuotare nel fresco e tranquillo ruscello in una radura nel mezzo al bosco di faggi, per questo quasi ogni mattina d'estate riempiva il cestino con delle provviste per il pranzo e poi cavalcava verso il ruscello, da sola o con qualche ospite sua coetanea. Una mattina di luglio quando ormai aveva compiuto diciotto anni andò al ruscello da sola, con il suo libro preferito e il fidato cavallo bianco, Evryn. Arrivata al ruscello legò il cavallo a un albero, poi si sedette sull'erba a leggere. Quando iniziò a fare veramente caldo si tolse il vestito ed entrò in acqua.
Proprio in quel momento un giovane e bellissimo cavaliere stava vagando nel bosco: aveva perso l'orientamento e la sua mappa e non aveva idea di dove fosse. Il giovane, che si chiamava Orlando, sentì le risate della ragazza che si divertiva a schizzare il cavallo e a nuotare controcorrente, col suo costume azzurro che si confondeva fra quelle acque chiare e pure. Si affacciò attraverso gli alberi e la vide: era veramente molto bella, con i suoi capelli lunghi bagnati che brillavano al sole. Martina si accorse di lui e corse a prendere l'asciugamano per coprirsi e voleva andarsene. Il ragazzo corse vicino al ruscello e la chiamò:
Vi prego, rimanete! Non volevo spaventarvi, perdonatemi! - disse diventando tutto rosso.
Chi siete? - chiese Martina, strizzandosi i capelli per far scendere l'acqua.
Il mio nome è Orlando, vengo dal regno di re Rupert! Mi sono perso mentre viaggiavo per conto del mio re e adesso non so dove sono... -
Dove eravate diretto? -
Dovevo incontrare il vecchio Lyuwin... -
Beh allora non vi siete perso, perché Lyuwin è mio nonno e siete molto vicino al suo castello! -
Non sapevo che Lyuwin avesse una nipote, ma sono lieto di averlo scoperto! - la ragazza sorrise poi disse:
Comunque, il mio nome è Martina. Dovete essere molto stanco per il lungo viaggio, volete riposarvi un po' prima di andare al castello? Ho anche del cibo se volete! -
No, vi ringrazio. Ho premura di parlare con vostro nonno. -
Come volete. Mi vesto e vi porto da lui. -
Bene, vado a prendere il mio cavallo! -
Orlando parlò a lungo con Lyuwin, Martina non chiese mai di cosa anche se voleva tanto saperlo, poi il nonno disse che il cavaliere sarebbe stato ospite nel castello per qualche giorno. Martina fu felice di questo: Orlando era molto bello e lei si era innamorata di lui, come lui di lei. Passavano intere giornate insieme, passeggiando, cavalcando e chiacchierando. Orlando le raccontava delle molte cose che aveva visto viaggiando per il suo re: egli infatti era il messaggero di re Rupert e suo fidato consigliere. Il padre di Orlando, John, era stato il migliore amico del re e quando John morì in battaglia, ancora giovane, Orlando era già orfano di madre e quindi il re l'aveva cresciuto come un figlio. Un giorno Orlando per puro caso disse di adorare i girasoli: Martina non se lo fece ripetere due volte, gli disse di montare a cavallo e lo portò in un vastissimo campo di bellissimi girasoli, che tra l'altro erano anche il fiore preferito della ragazza. Orlando rimase a bocca aperta mentre Martina sorrideva felice, poi iniziò a correre velocissima. Lui la rincorreva e tutti e due ridevano e urlavano, poi la ragazza inciampò e cadde tra i fiori. Ridendo a crepapelle si sdraiò, guardando in faccia il sole, lasciando lacrimare gli occhi per la luce e per le grandi risate. Si teneva il fianco, stanca per la corsa e per le risa, poi trasse un grande respiro e si rilassò. Nel frattempo Orlando l'aveva raggiunta e la guardava seduto sui talloni. Lei lo guardò nei suoi bellissimi occhi blu sorridendo dolcemente, poi si tirò su a sedere. Lui la guardava, non si stancava di ammirarla, di osservare quelle orecchie perfette e quel nasino così piccolo, quegli occhi marroni incredibilmente dolci e quelle labbra che sembravano due morbide fragole. Si sentì invadere dall'amore per lei e raccolse tutte le sue forze per poterle parlare:
Martina, io ti amo – aveva detto solo poche parole, ma gli sembrava di aver placato il mare in tempesta del suo cuore.
Anch'io ti amo! Ti amo da quel giorno in cui ti ho visto al ruscello, e credo che ti amerò per sempre! - disse la ragazza.
Martina, so che ci conosciamo da poco ma non mi importa, io ti amo voglio averti sempre con me: vuoi sposarmi? - la ragazza rimase a bocca aperta, mentre gli occhi le brillavano.
Certo che sì! Ti sposerei cento, mille volte! Niente potrebbe impedirmi di sposarti! -
Amore mio, non potresti rendermi più felice! - detto questo la baciò e si accorse di non aver mai baciato così un'altra donna, non aveva mai amato nessuna prima di lei. Martina poi lo guardò dritto negli occhi, col cuore che scoppiava di gioia e urlò:
Io mi sposooo!!!! Uuh! - poi risero tutti e due e si baciarono di nuovo, e di nuovo, e poi ancora fino al tramonto.
Mentre il sole calava all'orizzonte, presero i cavalli e cavalcarono verso il castello. Martina era felicissima, ma sul viso di Orlando si leggeva una qualche preoccupazione. Mentre la ragazza si preparava per la cena, il giovane entrò nello studio di Lyuwin e lo trovò mentre consultava uno dei suoi grandi libri polverosi.
Oh Orlando, a cosa devo questa visita? - chiese il vecchio con un largo sorriso e il ragazzo rispose, senza troppi preamboli.
Amo vostra nipote e lei ama me, per questo vogliamo sposarci. Sono qui per dirvi che vorrei che domani lei partisse insieme a me. -
Così vi siete innamorati eh? Lo capisco, siete giovani, avete il cuore leggero...ma non posso permetterti di portare via mia nipote! -
Ma signore... -
Niente ma! - urlò il vecchio scattando in piedi – non posso lasciare che il primo venuto si porti via la mia Martina! -
Sapete benissimo che non sono il primo venuto. Mi conoscete, e conoscete anche il re Rupert, come conoscevate mio padre. Io vi ho fatto un favore, adesso vi chiedo vostra nipote in cambio, se proprio non volete darmela in altro modo.-
Ciò che avete fatto non vale mia nipote, sebbene sia stato di grande utilità per me... -
E se vi dicessi che non vi ho raccontato tutto? -
Cosa intendi dire? Parla! -
Intendo dire, mio caro Lyuwin, che il mio re ha fatto finta di non sapere il vero motivo per cui avete strappato vostra figlia dall'amore di un giovane uomo e dalla sua famiglia per darla a quel Tyar! Voi sapevate che lui non l'avrebbe amata, ma del resto non l'avete mai amata nemmeno voi...ma il re Rupert ha deciso di concedervi clemenza, perché avete fatto buon uso di ciò che Tyar vi ha dato in cambio di vostra figlia. Ciò nonostante, non so quale potrebbe essere la reazione del re se sapesse che negate vostra nipote a me, suo consigliere e probabile erede al trono...-
Sei solo un giovane sfrontato, Orlando! E anche imprudente: credi che ti abbia aiutato raccontarmi tutto questo? -
Ma veramente pensavate che Rupert non si fosse accorto che il mantello l'avevate voi?! - Orlando scoppiò in una risata beffarda, che fece adirare Lyuwin.
Le mani del vecchio mago divennero rosse come il fuoco e corde incandescenti legarono il cavaliere. Lyuwin guidò il suo prigioniero fino nei sotteranei, dove lo rinchiuse, poi andò a cena dove trovò Martina già pronta. La ragazza salutò il nonno con il solito abbraccio, poi cercò con lo sguardo Orlando e non vedendolo ne chiese notizie al vecchio.
Il cavaliere Orlando è partito. È venuto a prendere congedo da me dicendomi che il suo re l'aveva richiamato per una missione importante e che si scusava di non poter rimanere per altro tempo con noi. - disse tutto questo con molta calma, sedendosi a tavola e iniziando a tagliare l'arrosto. - tu non mangi? - chiese alla ragazza, che era rimasta in piedi, attonita, sconvolta per il dolore e per lo sforzo di non lasciar trasparire niente.
No, grazie nonno. Non mi sento molto bene, credo che andrò in camera mia... -
Come desideri, buon riposo! -
Martina salì le scale di corsa, piangendo, non riuscendo a credere alle parole del nonno. Si gettò sul letto e bagnò i cuscini di lacrime amare, poi, sfinita, si addormentò. Si risvegliò nel cuore della notte e non riuscendo più a dormire uscì dalla sua stanza per fare due passi. Nel profondo silenzio sentì un gemito lontano, come se qualcuno piangesse, e le sembrò di sentire il suo nome. Seguì i lamenti e arrivò a delle scale che conducevano ai sotterranei: le scese di corsa, con la paura e la speranza nel cuore. Arrivò in quello che doveva essere il laboratorio del vecchio Lyuwin: su un grande tavolo stavano alla rinfusa alambicchi fumanti e carte con formule strane. Martina vide in un bicchiere un liquido rosso, si ricordò del succo di fragole e bevve. Di colpo si ricordò di suo padre, dei suoi fratelli, del malvagio Tyar e capì che suo nonno l'aveva imbrogliata. Gettò a terra il bicchiere con rabbia e calpestò i vetri. Qualcuno dalla stanza vicina aveva sentito il rumore e Martina sentì il suono di una voce familiare.
Che c'è Lyuwin, con la vecchiaia non riesci più nemmeno a tenere gli oggetti in mano? -
Orlando! - gridò la ragazza, correndo alla porta di duro ferro e affacciandosi alla piccola grata in alto.
Martina! Sei tu! -
Eh già...come faccio a liberarti? -
C'è una chiave da qualche parte, lui ha preso un mazzo di chiavi appeso al muro per aprire la cella – Martina cercò le chiavi, le trovò e dopo qualche tentativo fallito poté riabbracciare il suo Orlando.
Egli promise di raccontarle ogni cosa ma disse che dovevano fuggire di lì alla svelta. Il cavaliere la prese per mano e la condusse verso le scale, ma lo sguardo della ragazza fu attirato da un bellissimo mantello blu con piccole stelline bianche: lo prese, lo indossò e seguì Orlando su per le scale. Uscirono di corsa di corsa dal castello, arrivarono alle stalle, salirono a cavallo e galopparono via.
La mattina seguente Lyuwin scese a visitare il prigioniero e si accorse che era fuggito, che aveva rubato il mantello e che qualcuno aveva bevuto la pozione della memoria. Quando un servo venne a dirgli che Martina era sparita capì che quel qualcuno era lei e che i due giovani erano scappati insieme.
Martina e Orlando cavalcarono a lungo per terre sconosciute e durante il viaggio il ragazzo raccontò tutto quello che era successo e le disse anche la storia della figlia di Lyuwin. A un certo punto Martina vide da lontano una fattoria e le sembrò familiare: era la sua fattoria. Chiese a Orlando di avvicinarvisi e vide seduto sulla soglia Giacomo, più vecchio di tredici anni, con in braccio una bambina, mentre altri tre bambini, due maschi e una femmina, giocavano allegramente nel cortile. L'uomo riconobbe sua sorella e le corse incontro, la abbracciò e poi la condusse dal padre, che dopo averla persa non era più uscito di casa. Il vecchio, appena la vide, si sentì rinascere. Fu raccontato a Martina che Giacomo e Luca si erano sposati e avevano avuto dei bambini, le furono presentate le mogli e i piccoli e fu subito ben accolta da tutti. Verso sera tornò anche Luca dal lavoro nei campi e vedendo la sorella la abbracciò piangendo di gioia. Martina, non vedendolo tornare, chiese notizie di Andrea e le fu risposto che se n'era andato per cercare fortuna e che non era più tornato. A cena Martina raccontò la sua storia: quando il vecchio padre sentì la storia della giovane donna strappata alla sua famiglia diventò scarlatto e rovesciò il suo piatto di piselli.
Martina – disse dopo essersi ripreso – tu hai conosciuto tuo nonno, l'uomo malvagio che mi ha strappato mia moglie, il mio unico amore, vostra madre. -
I ragazzi restarono sconvolti e increduli a questa notizia, quando la porta si aprì ed entrò Lyuwin. Il vecchio guardò dritto negli occhi il padre dei ragazzi, poi li guardò tutti e scoppiò a piangere. Martina non poté fare a meno di provare pietà per lui e lo fece sedere sulla sua sedia. Lyuwin raccontò di essere stato malvagio, di aver ceduto la figlia in cambio di un prezioso mantello che rende chi lo indossa capace di fare qualsiasi cosa, quel mantello che Martina aveva portato via dal suo laboratorio. Il vecchio disse di essersi profondamente pentito di quello che aveva fatto e raccontò che quando aveva visto Martina gli era sembrato che la sua dolce Jakyra gli fosse restituita, per questo le aveva impedito di andarsene e le aveva donato tutto l'amore che non era mai riuscito a dare a sua figlia. Alla fine del racconto Lyuwin si alzò per andarsene ma Martina lo trattenne per un braccio, chiedendogli di restare.
Non posso – disse il vecchio – non posso stare dove mia figlia avrebbe avuto la gioia, io l'ho portata alla morte ed è giusto che voi mi odiate -
Ma hai già sofferto abbastanza! - disse Martina in lacrime.
Nessuna sofferenza potrà mai punirmi per quello che ho fatto...la maggior parte delle persone qui può capirmi, tu stessa un giorno mi capirai: non si può più stare bene se si è la causa della morte del proprio figlio! Vi chiedo solo di perdonarmi, se potete, e addio...-
Ti perdoniamo! - urlarono in coro Giacomo e Luca, commossi.
Ti perdono... - disse con voce roca e piena di lacrime Roberto.
Che Dio vi benedica a tutti voi! Avete un grande cuore e questo vi fa onore... - disse Lyuwin, poi uscì.
Martina, ancora con le lacrime agli occhi, vide su una sedia il mantello magico: lo afferrò e corse fuori.
Aspetta! - urlò al vecchio – hai dimenticato questo... - disse porgendogli il mantello.
Tienilo tu – rispose Lyuwin – è il mio dono di nozze! -
Grazie! - disse la ragazza, arrossendo.

Le nozze tra Martina e Orlando si tennero in una bella e fresca mattina di primavera. Dal loro matrimonio nacquero due dolcissimi bambini: Jakyra e Lyuwin.
favola testo di piccola vale
0