Contenuti per adulti
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«Non aspettarmi sveglia.»
Mattia glielo aveva detto già vestito, mentre infilava le scarpe.
Sonia era rimasta seduta sul letto con le gambe incrociate e i capelli ancora bagnati.
«Torno alle sette.»
«Va bene.»
«Se dormi posso svegliarti?»
«Va bene.»
Lui aveva sorriso.
Poi le aveva dato un bacio sulla fronte.
«Domani facciamo colazione insieme.»
Sonia aveva annuito.
Adesso era quasi mezzanotte.
Aveva fatto una doccia.
Aveva lavato anche i capelli, benché li avesse lavati il giorno prima. Li aveva asciugati con cura, lentamente, lasciandoli cadere lungo la schiena. Aveva messo una crema sulle gambe e un profumo leggero dietro le orecchie.
Mattia la spiava spesso in silenzio, contemplando il suo corpo ambrato e quelle movenze delicate.
Una delicatezza che, diceva lui, sembrava provenire direttamente dalla terra misteriosa di Sonia: il Punjab.
Poi aveva cambiato le lenzuola.
Non tutte.
Solo quella sopra.
Quella sotto erano pulite.
Aveva spruzzato il profumo anche sul cuscino.
La porta di casa era rimasta socchiusa.
Non abbastanza da sembrare dimenticata.
Sonia era andata in cucina, aveva bevuto mezzo bicchiere d'acqua e poi era tornata in camera.
La tv in soggiorno trasmetteva uno sceneggiato indiano in lingua originale.
Lei lo ascoltava solo per tenersi compagnia.
Si era seduta sul bordo del letto.
Dal cortile arrivava il rumore di una macchina.
Si era alzata per poi tornare a sedere.
Aveva guardato l'orologio.
23:47.
A mezzanotte, pensò.
Poi si corresse.
Non pensò niente.
Alle 23:58 qualcuno bussò due volte.
Sonia rimase ferma.
Altre due.
La porta si aprì.
Diego entrò senza salutarla.
Aveva una giacca nera troppo leggera per la stagione.
«Fa un freddo cane.»
«Ti avevo detto di coprirti.»
«Tu mi dici sempre tante cose.»
Si tolse la giacca e la buttò su una sedia.
Guardò verso la cucina.
«Hai qualcosa da mangiare?»
«No.»
«Neanche un biscotto?»
«No.»
«Allora sei una donna inutile...»
Sonia sorrise.
Diego le prese il viso tra le mani.
«...e bellissima.»
«Scemo.»
«Anche.»
La baciò.
Poi si fermò.
Guardò i capelli.
«Li hai lavati.»
«Sì.»
«Per me?»
«No.»
«Ah.»
Fece per allontanarsi.
Sonia lo trattenne per la maglietta.
«Non fare il bambino.»
«Io? Sei tu che hai detto no.»
«Ho detto che non li ho lavati per te.»
«Esatto. Per chi allora?»
Lei rise.
Diego la baciò di nuovo.
Sul comodino c'era il telefono di Sonia.
Lo prese.
«Che fai?»
«Niente.»
«Diego!»
«Voglio vedere se mi hai salvato con un nome bello.»
«Ridammelo!»
«Come mi hai salvato?»
«Diego!»
«Solo Diego?»
«Ridammelo!»
Lui guardò lo schermo e sbuffò.
«Solo Diego.»
Le restituì il telefono.
«Sono offeso.»
«Tu sei sempre offeso.»
«Perché mi tratti male.»
«Ti tratto benissimo.»
«Non abbastanza.»
Sonia abbassò gli occhi.
Per qualche secondo non dissero niente.
Poi Diego le accarezzò una ciocca di capelli.
«Lo sai che prima o poi mi stanco, vero?»
«Non oggi.»
«Non ho detto oggi.»
«Neanche domani.»
«Sonia.»
Lei si alzò.
«Vieni.»
Lui la seguì in camera.
Passando davanti all'armadio spalancato si fermò.
«Questa è nuova!»
«No!»
«Roba di Mattia?»
Sonia lo guardò rassegnata: «Sì.»
Diego tirò fuori una camicia.
Se la mise davanti al corpo.
«Mi sta bene?»
«Sei ridicolo.»
«Secondo me dovrei provarla.»
«Rimettila a posto!»
«Perché?»
«Perché è sua!»
Diego la guardò con un sorriso diabolico: «Appunto.»
Più tardi, quando erano ancora sdraiati, lui aveva addosso solo quella camicia.
Sonia gli passava le dita tra i capelli.
«Hai visto che mi sta bene?»
«Sei un cretino.»
«Un cretino bello.»
«Un cretino.»
«Però bello.»
Sonia scosse la testa.
Diego le baciò la spalla.
«Domani esco con Cristina.»
La mano di Sonia si fermò.
«Ancora?»
«Sì.»
«Perché?»
«Perché mi va.»
«Ti piace?»
«Sì.»
Sonia si voltò verso di lui.
«Allora vai!»
«Ci vado.»
«Vai!»
«Lei sa di te.»
Sonia rimase un attimo senza parole.
«Lo sa da quanto?»
«Da sempre.»
«Le hai detto tutto?!»
«Non tutto.»
«Cosa le hai detto?»
Diego si strinse nelle spalle.
«Che c'è una ragazza.»
«Quale ragazza?»
«Tu.»
«E lei cosa ha detto?»
«Che sei bella.»
Sonia fece una smorfia.
«Non è vero.»
«Sì.»
«Come fa a saperlo?»
«Le ho fatto vedere una foto.»
«Quale?»
«Quella al mare.»
Sonia lo guardò.
«Quella con il costume?»
«Sì.»
«Diego.»
«Cosa?»
«Sei un idiota.»
Lei gli diede una piccola spinta e si alzò dal letto.
«Lo so.»
«E allora perché ci vai?»
Il ragazzo rimase a contemplare il soffitto.
«Perché almeno lei sa che esisti.»
Sonia non disse niente.
«Con lei non devo nascondermi.»
«Io non ti nascondo!»
Diego si voltò.
«Sono qui, Sonia.»
Lei abbassò gli occhi.
«Lo so.»
«Sono nel suo letto.»
Sonia restò zitta.
«Ma non sono nel tuo.»
«Sei nel mio adesso.»
«Questo letto non è tuo. È vostro.»
Sonia sospirò.
Diego sorrise, ma senza allegria.
«Tuo e di Mattia.»
La conversazione si spense del tutto.
Dal termosifone arrivò un piccolo colpo secco.
Diego si alzò.
«Devo andare.»
«È presto.»
«Sono quasi le tre.»
«Puoi restare.»
«E domani?»
«Domani cosa?»
«Domani mi dirai ancora che non sai. Ci vedremo al lavoro e faremo finta di non conoscerci. Al massimo mi farai un timido saluto, come se questa notte non fosse esistita. E poi niente.»
Sonia si mise seduta.
«Io non so.»
«Lo so.»
«Non è così facile.»
«Lo so.»
«Allora perché insisti?»
Diego s’infilò la giacca.
«Perché sono scemo.»
Lei fece un sorriso amaro.
«Sì.»
«E perché ti amo.»
Lo disse con la stessa voce con cui aveva detto sono scemo.
Poi aprì la porta.
Prima di uscire tornò indietro.
Le sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio.
«Lavali meno spesso.»
«Perché?»
«Perché mi piacciono sporchi.»
Sonia rise.
Diego la baciò sulla bocca.
«Ciao.»
«Ciao.»
La porta si richiuse.
Sonia rimase ferma.
Poi andò in bagno.
Si lavò le mani.
Una volta.
Poi un'altra.
Sul lavandino c'era ancora lo spazzolino di Mattia.
Sonia lo guardò.
Prese il proprio.
Lo spostò di qualche centimetro.
Poi s’accorse che sul bordo, accanto al bicchiere, c'era una chiazza d'acqua che Diego aveva lasciato.
La asciugò col palmo della mano.
Tornò in camera.
La camicia di Mattia era di nuovo nell'armadio.
Sonia sedette sul letto.
Sul cuscino c'era ancora il suo profumo.
Quello che aveva messo prima.
Chiuse gli occhi.
Per qualche secondo sentì soltanto il rumore delle fabbriche lontane, oltre le case.
Poi il telefono vibrò.
Era Mattia.
Finito prima. Tra poco parto.
Sonia guardò il messaggio.
Scrisse: Va bene.
Lo cancellò.
Scrisse: Ti aspetto.
Lo cancellò.
Alla fine non scrisse niente.
Rimase col telefono in mano.
Poi lo posò sul comodino.
Dentro il cassetto c’era una vecchia lettera che aveva tentato mille volte di spedire alla madre.
Sonia la prese senza pensarci.
Alla fine del testo c'era scritta una sola parola: Rajin.
La guardò a lungo.
Era il suo nome.
Lo aveva avuto per tutta la vita.
Nessuno, in Italia, la chiamava così.
Nemmeno quei due.
Per un attimo pensò che avrebbe potuto lasciare tutto.
Mattia.
Diego.
La casa.
Il negozio.
Persino il suo nuovo nome.
Poi rimise la lettera nel comodino.
E aspettò che tornasse Mattia.