L'esposizione di Chiara - prima parte

scritto da Vittoria Solari
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Autore del testo Vittoria Solari

Testo: L'esposizione di Chiara - prima parte
di Vittoria Solari

L’esposizione di Chiara

Prima parte

La signora Porta mi ricevette nel salotto piccolo, quello che dava sul giardino, il primo martedì di aprile del 1906. Mi aveva scritto lei, su carta da lettere con le iniziali intrecciate, dopo aver avuto il mio nome da una conoscenza comune, e nella lettera aveva usato una parola che non mi aspettavo: aveva scritto che cercava una persona competente. Non buona, non paziente, non di fiducia. Competente. La lessi tre volte, in treno, venendo da Torino.

Era una donna alta, di quarant’anni o poco meno, con i capelli raccolti in un modo che voleva sembrare semplice e non lo era. Mi fece sedere di fronte a lei, non di lato, e questo lo notai. Nelle case in cui ero stata, fino ad allora, la sedia per l’istitutrice era sempre un po’ più bassa, o un po’ più in là.

«Lei ha studiato a Berlino» disse.

«Sei anni. Al Pestalozzi-Fröbel-Haus. Prima come allieva, poi come insegnante.»

«E poi è tornata.»

«Poi sono tornata.»

Non mi chiese perché. Credo che lo sapesse, o che lo immaginasse: una donna italiana con quei titoli, in Italia, poteva fare la maestra in una scuola di paese o l’istitutrice in una casa ricca, e le scuole di città, quelle vere, non avevano posti per chi tornava dalla Germania con delle idee. Me lo avevano fatto capire con molta cortesia, in tre uffici diversi, e io avevo capito.

La signora Porta mi parlò di suo figlio. Lo fece con franchezza, e si vedeva che le costava. Si chiamava Giovanni, aveva undici anni, ne avrebbe compiuti dodici in agosto. Era intelligente, disse, molto; leggeva tutto quello che trovava, disegnava macchine, conosceva a memoria le stazioni della linea del Gottardo. Ma non parlava. Cioè parlava, si corresse subito, ma male. Si inceppava. Le parole gli restavano ferme sulla prima sillaba, e più lui spingeva, più restavano ferme. Avevano provato con un maestro di dizione. Avevano provato con un medico, che aveva consigliato di fargli leggere ad alta voce con dei sassolini in bocca, come Demostene. Suo marito aveva provato in altri modi.

«Quali modi?» chiesi.

Lei guardò il giardino.

«Mio marito è ingegnere» disse. «Crede che le cose si aggiustino con l’esercizio.»

Poi mi spiegò dell’esposizione. Si sarebbe inaugurata alla fine del mese, e lei faceva parte del comitato per la mostra dei lavori femminili, nella galleria dell’Arte Decorativa, al parco dietro il Castello. Ci aveva lavorato un anno. Suo marito, a sua volta, era impiegato presso una ditta di macchine che esponeva alla Galleria del Lavoro, in Piazza d’Armi, e per sette mesi sarebbe stato lì dalla mattina alla sera. Nessuno dei due avrebbe avuto tempo per Giovanni. Io avrei dovuto occuparmi della sua istruzione, questo sì, ma soprattutto portarlo all’esposizione: fargli vedere tutto, i padiglioni, le macchine, le nazioni, e portarlo ogni tanto da lei e da suo padre, perché non si dimenticassero, disse con un sorriso breve, di avere un figlio.

«Crede che gli farà bene?» mi chiese alla fine.

Avrei potuto rispondere di sì. A Torino avrei risposto di sì, e avrei aggiunto un programma, con gli esercizi e gli orari e i risultati attesi, e la madre di quel bambino lo aveva letto con gratitudine, e poi era andata come era andata.

«Non lo so» dissi. «Prima devo conoscerlo.»

La signora Porta mi guardò per un momento. Poi suonò il campanello e disse alla cameriera di chiamare Giovanni.

*

Entrò piano, come entrano i bambini che sanno di essere oggetto di una conversazione. Era alto per la sua età, magro, con i capelli scuri tagliati corti e le orecchie un po’ in fuori, e aveva le mani dietro la schiena. Si fermò accanto alla poltrona della madre, senza toccarla.

«Giovanni, questa è la signorina Chiara. Starà con noi.»

Lui fece un piccolo inchino, corretto, da ragazzo educato. Aprì la bocca. Vidi la parola arrivare e fermarsi: la gola che si tendeva, il mento che si abbassava appena, come per spingerla fuori. Durò un secondo, forse due. Poi la bocca si richiuse, e lui guardò il tappeto.

«Buongiorno, Giovanni» dissi io.

Non aggiunsi altro. Non gli chiesi quanti anni avesse, né cosa gli piacesse, né se fosse contento. Le domande, a un bambino che non riesce a rispondere, sono un’altra porta chiusa. La signora Porta fece per dire qualcosa, forse per incoraggiarlo, e poi non lo disse. Rimanemmo in silenzio tutti e tre, un silenzio che non era imbarazzato quanto avrebbe potuto essere, e dopo un poco Giovanni alzò gli occhi dal tappeto e li posò su di me, di sbieco, come si guarda un oggetto nuovo in una stanza conosciuta.

Fu tutto, quel giorno. Ma fu abbastanza perché la signora Porta, accompagnandomi alla porta, mi dicesse che potevo cominciare il lunedì.

*

L’ingegnere Luigi Porta lo conobbi a cena, la prima sera.

La signora aveva voluto che mangiassi con loro, «almeno all’inizio», e io avevo accettato, sapendo che non sarebbe durato. Era un uomo di cinquant’anni, robusto, con la barba corta e grigia e un modo di sedersi a tavola che faceva sembrare la tavola più piccola. Mi salutò con un cenno esatto, mi chiese del viaggio, mi chiese di Berlino, e ascoltò le risposte come si ascolta un preventivo.

Poi si rivolse al figlio.

«Giovanni. Cosa hai fatto oggi?»

Giovanni aveva il cucchiaio a metà strada. Lo posò.

«Ho l-l-l—»

Si fermò. Riprese.

«Ho l—»

«Ripeti» disse il padre. «Piano.»

Non lo disse con cattiveria. Lo disse come si dice a un operaio di rifare un pezzo. Giovanni respirò, e io vidi che lo aveva già fatto cento volte, quel respiro, a quella tavola, e che cento volte non era servito.

«Ho l-letto.»

«Che cosa?»

Questa volta Giovanni non provò nemmeno. Guardò il piatto. L’ingegnere aspettò due secondi, tre; poi sospirò, riprese la forchetta, e guardò me. Fu uno sguardo breve e chiarissimo. Diceva: ecco. Questo è il suo lavoro. Vediamo cosa sa fare.

La signora Porta disse qualcosa sul tempo, che finalmente era bello. L’ingegnere rispose. Giovanni mangiò la minestra fino in fondo, senza alzare la testa, e quando fu il momento chiese il permesso di alzarsi con un gesto, non con la voce, e il padre glielo diede con un gesto.

Quella notte, nella camera che mi avevano dato all’ultimo piano, sotto il tetto, pensai a Torino più di quanto avrei voluto. Poi pensai all’ingegnere, e a quel «ripeti» detto piano, e capii una cosa che nella lettera della signora Porta non c’era: che in quella casa c’era già qualcuno che si occupava di Giovanni, con metodo, con costanza, tutti i giorni. E che era da lì che bisognava cominciare.

*

Il ventotto aprile c’era tutta Milano, e chi non era di Milano era venuto apposta.

La signora Porta era partita all’alba per la galleria, con un cappello che aveva provato davanti allo specchio dell’ingresso per dieci minuti. L’ingegnere era uscito ancora prima. Io e Giovanni arrivammo al parco verso le dieci, a piedi da via Borgonuovo, e già dal Foro Buonaparte non si camminava più: carrozze ferme, famiglie intere con i bambini in spalla, venditori di coccarde tricolori, soldati in alta uniforme che non sapevano dove mettersi. I sovrani dovevano arrivare a mezzogiorno. Li vedemmo, alla fine, da molto lontano: una carrozza, dei pennacchi, un’onda di cappelli che si alzavano, e un rumore che sembrava il mare.

Giovanni non guardava i sovrani. Guardava i padiglioni. Erano bianchi, enormi, pieni di cupole e di torri e di statue, e sembravano di marmo, anche se io sapevo, perché lo avevo letto sul giornale, che erano di legno e di gesso e che a novembre li avrebbero buttati giù. Lui li guardava con la bocca un po’ aperta, e ogni tanto mi tirava la manica e indicava qualcosa, senza parlare: una cupola, una fontana, la torre dell’ascensore Stigler che saliva dritta sopra gli alberi.

Fu lì, sotto la torre, che li incontrammo.

Erano cinque o sei ragazzi, della sua età o poco più, vestiti bene, con i colletti inamidati e le scarpe lucide, e stavano in cerchio attorno a una panchina come si sta in un posto che si è preso. Uno di loro riconobbe Giovanni. Lo capii perché lo indicò agli altri, e gli altri si voltarono.

«Porta!» chiamò. «Sei venuto anche tu?»

Era il più alto. Aveva i capelli biondi pettinati con l’acqua, la faccia larga, gli occhi chiari, e il sorriso di un bambino che nelle fotografie di famiglia viene sempre bene. Seppi dopo che si chiamava Nicola Lanzillotti, e che suo padre esponeva sete alla Galleria del Lavoro, due stand più in là di quello dell’ingegnere.

Giovanni si fermò. Mi lasciò la manica. Fece due passi verso di loro, e io lo lasciai fare, perché era la prima volta, da quando lo conoscevo, che lo vedevo andare verso qualcuno.

«B-b-buongior—»

La parola si fermò. Giovanni riprese fiato, e io lo vidi raccogliersi, le spalle che si alzavano appena.

«B-b—»

«B-b-b-b-buongiorno!» fece Nicola, con una voce da pupazzo, e la testa che andava avanti a scatti, come un pollo. «B-b-b-bella giornata, P-p-p-porta!»

Gli altri risero. Non tutti allo stesso modo: due risero forte, a piena gola, uno rise guardando Nicola per vedere se andava bene ridere, e uno, il più piccolo, rise poco e poi guardò per terra. Ma risero tutti. Nicola non rise. Nicola guardava Giovanni, con quel sorriso da fotografia, e aspettava.

Giovanni restò fermo. Aveva la bocca ancora aperta sulla parola che non era uscita. Poi la chiuse, si voltò, e tornò verso di me camminando piano, senza correre, come se avesse deciso lui di tornare.

Io non dissi niente. Non andai da quei ragazzi a dirgli che erano dei maleducati, non chiamai un sorvegliante, non presi Giovanni per mano. Lo avrei fatto, a Torino. Avrei fatto una scena giusta e ragionevole, e il bambino si sarebbe vergognato due volte, prima per loro e poi per me. Aspettai che mi raggiungesse, e poi gli dissi soltanto:

«Andiamo a vedere l’Acquario. Dicono che ci sono dei pesci che vengono dal Garda.»

Lui annuì. Camminammo. Dietro di noi il cerchio si era già richiuso, e qualcuno rideva ancora, ma di altro.

All’Acquario c’era molta gente e poca luce. Giovanni si mise davanti a una vasca dove girava un luccio lungo quanto il mio braccio, e ci restò mezz’ora. Io mi misi un passo dietro di lui. Non parlammo. A un certo punto il luccio si fermò, proprio davanti al vetro, e lo guardò con quel suo occhio fisso e antico, e Giovanni sollevò una mano e la appoggiò al vetro, piano, come si appoggia su una spalla.

La sera, a cena, l’ingegnere chiese com’era andata. La signora Porta raccontò dei sovrani, della regina che si era fermata davanti ai merletti di Burano e aveva detto una cosa gentile. Giovanni mangiò. Io dissi che era andata bene e che avevamo visto l’Acquario. Non parlai dei ragazzi. Non era un segreto: era che quella storia era di Giovanni, e se voleva raccontarla doveva essere lui a farlo.

Non la raccontò.

*

La prima volta che prendemmo la sopraelevata fu il tre di maggio, per andare dall’ingegnere.

La ferrovia partiva dal parco e correva sopra la città, su un viadotto di ferro, fino alla Piazza d’Armi. Era elettrica, la prima che si fosse mai vista a Milano, e la gente faceva la coda per salirci anche solo per il gusto di farlo. Le carrozze erano aperte ai lati, con le tendine di tela, e quando il treno partiva faceva un rumore che non si poteva paragonare a niente: un rombo di ferro e di ruote, continuo, che copriva le voci e i pensieri e riempiva tutto, come l’acqua riempie una vasca.

Giovanni si sedette dal lato del finestrino. Io accanto a lui. Il treno partì, e lui si aggrappò al bordo con tutte e due le mani, e guardò giù.

Sotto di noi passava Milano. I tetti, i cortili, i panni stesi, un uomo che spingeva un carretto, dei bambini che correvano dietro al treno lungo la strada e poi si fermavano e salutavano. Più in là, le ciminiere delle fabbriche fuori porta, una, due, cinque, che fumavano dritte nel cielo di maggio.

Giovanni si voltò verso di me. Aveva gli occhi accesi. E disse, nel frastuono:

«Quella ciminiera là è la più alta di tutte. Papà dice che è alta cinquanta metri, ma secondo me è di più, perché si vede anche da casa nostra.»

Lo disse tutto. Tutto intero, senza un inciampo, senza una sillaba ferma, con la voce di un ragazzo di undici anni che sa una cosa e la dice. Credo che nemmeno se ne accorse. Aveva parlato forte, per superare il rumore, e il rumore si era preso le sue parole e le aveva portate via prima che qualcuno potesse sentirle; e forse, proprio per questo, erano uscite.

Io non dissi: «Hai visto? Hai parlato bene.» Non gli feci i complimenti, non gli sorrisi in quel modo che i bambini riconoscono subito, il sorriso degli adulti quando vedono un progresso. Guardai la ciminiera, e dissi:

«Può darsi. Da quassù è difficile capire le distanze.»

«Sì» disse lui. E si rimise a guardare fuori.

Mi misi anch’io a guardare fuori, perché non si accorgesse che avevo le mani strette in grembo. A Berlino ci avevano insegnato molte cose sui bambini che balbettano, e una di quelle cose era questa: che a volte il rumore aiuta. Che quando la propria voce non si sente, la paura di sentirla sbagliare si allenta, e le parole passano. Lo sapevo. Lo avevo letto e l’avevo spiegato ad altre allieve. Ma saperlo su un libro e vederlo accadere, a sei metri da terra, su un treno che scuoteva le ossa, erano due cose diverse.

Da quel giorno la sopraelevata diventò il nostro posto. Non lo decidemmo. Semplicemente, sul treno Giovanni parlava. Poco, all’inizio, una frase ogni tanto, gettata nel rumore come si getta un sasso in un fiume. Poi di più. Mi diceva i nomi delle vie che passavano sotto, e delle chiese, e dei tram che vedevamo passare nelle strade. Mi diceva cosa aveva letto la sera prima. Quando il treno si fermava, alle due estremità, smetteva, come si smette di cantare quando finisce la musica; e scendevamo, e lui tornava zitto.

*

Il cammello lo scoprimmo una settimana dopo.

Nel parco avevano ricostruito una via del Cairo, con le case bianche e le finestre di legno intagliato, le botteghe dei ramai, un caffè dove si beveva il tè alla menta seduti su dei cuscini, e davanti al ristorante, legato a un anello di ferro, un cammello vero. Era vecchio, di un color sabbia sporco, con il labbro di sotto che pendeva e un’aria di sopportazione infinita. Lo accudiva un uomo con la barba bianca e un fez rosso, che stava seduto su uno sgabello accanto a lui e fumava una pipa lunga.

Giovanni si fermò davanti al cammello e non si mosse più.

Io mi sedetti su una panca poco lontano. Giovanni si avvicinò all’animale, piano. Il cammello girò la testa e lo guardò dall’alto, masticando qualcosa che non c’era. E Giovanni, a voce bassissima, gli parlò.

Non sentii tutto. Sentii la voce, e sentii che era una voce liscia, continua, senza strappi. Gli diceva che era molto grande. Gli chiedeva se avesse caldo, se gli mancasse il deserto, se a Milano gli piacesse. Gli raccontò, credo, del luccio dell’Acquario. Parlava come si parla a qualcuno che non ti interromperà mai e non ti correggerà mai e non ti guarderà mai con impazienza, e le parole gli uscivano intere, una dopo l’altra, come uscivano sul treno.

Il vecchio con il fez lo ascoltava fumando. A un certo punto si tolse la pipa di bocca, e disse qualcosa a Giovanni, in un italiano strano, pieno di sabbia.

«Lui si chiama Sultan. Ha ventidue anni. Il deserto non gli manca. Gli manca mia moglie, che gli dava i datteri.»

Giovanni lo guardò. Il vecchio lo guardava come si guarda un uomo, non come si guarda un bambino, con gli occhi seri e un po’ stanchi. E Giovanni disse:

«A-anche a lei manca?»

Inciampò sulla prima parola, una volta sola. Poi il resto uscì.

Il vecchio rise, un riso breve, e disse di sì. E si rimise la pipa in bocca, e tutti e tre, il vecchio, il cammello e Giovanni, rimasero lì un altro po’ in silenzio, e io dalla mia panca li guardavo e non mi muovevo, per paura di rompere qualcosa.

Quella sera, in camera mia, presi il quaderno nero che avevo portato da Berlino e che non aprivo da Torino, e scrissi due righe. Parla sul treno. Parla al cammello. E sotto, dopo averci pensato un po’: Non parla a chi aspetta che parli.

*

L’ultimo giovedì di maggio feci una cosa che a Torino non avrei mai fatto.

Eravamo al parco, davanti alla stazione della sopraelevata, e io dovevo passare dalla galleria a portare un pacco alla signora Porta. Invece di portarmi dietro Giovanni, gli diedi i soldi del biglietto.

«Vai tu in Piazza d’Armi a salutare tuo padre» dissi. «Poi riprendi il treno e torni qui. Ci vediamo all’Acquario, davanti al luccio, alle quattro.»

Lui guardò i soldi nella sua mano come si guarda una cosa che scotta. Non disse niente. Ma non me li restituì.

Lo guardai salire le scale della stazione, e sentii il cuore che batteva forte. Sapevo cosa stavo facendo. Lo avevo pesato la sera prima, sul quaderno nero, con due righe in colonna, come ci avevano insegnato a Berlino a pesare le cose che non si sanno: da una parte un ragazzo di undici anni, solo, in mezzo a due milioni di visitatori; dall’altra un ragazzo di undici anni che non aveva mai fatto niente da solo in vita sua, e che ogni volta che apriva bocca aveva qualcuno accanto pronto a finire la frase per lui. Il rischio era vero. Ma era un rischio piccolo: la sopraelevata aveva due capolinea soltanto, le guardie erano dappertutto, e Giovanni sapeva il suo indirizzo e sapeva scriverlo. Il vantaggio, se andava bene, era grande. Avevo deciso di rischiare. Questo non vuol dire che non avessi paura.

Alle quattro ero davanti al luccio. Alle quattro e un quarto anche. Alle quattro e mezza cominciai a contare le persone che entravano dalla porta. Alle cinque meno un quarto mi dissi che se alle cinque non fosse arrivato sarei andata dalle guardie, e poi dalla signora Porta, e che quella sera avrei fatto la valigia.

Arrivò alle cinque meno cinque. Aveva la faccia rossa, i capelli incollati alla fronte, e il respiro di chi ha corso. Si fermò davanti a me e non riusciva a parlare, e non era la balbuzie: era il fiato.

Me lo raccontò dopo, un pezzo per volta. Dal padre c’era arrivato. Al ritorno aveva preso il treno dalla parte sbagliata della banchina, e il treno lo aveva riportato in Piazza d’Armi invece che al parco; lui se n’era accorto solo quando era sceso, e aveva visto le stesse macchine di prima. Allora si era spaventato. Aveva pensato che io me ne sarei andata, che sua madre sarebbe stata avvisata, che suo padre lo avrebbe saputo. Aveva ripreso il treno, finalmente quello giusto, e dalla stazione del parco fino all’Acquario aveva corso.

Non lo consolai e non lo rimproverai. Gli chiesi:

«Cos’è successo di grave?»

Mi guardò, senza capire.

«Contiamo» dissi. «Hai perso un’ora. Hai speso un biglietto in più. Hai corso. Cos’altro?»

Ci pensò. Si guardò le mani, le scarpe impolverate, il luccio che girava dietro il vetro come sempre.

«Niente» disse. Lo disse piano, e senza inciampare, come chi scopre una cosa che non si aspettava. «Non è successo n-niente.»

«Quanto hai avuto paura, da uno a dieci?»

«Dieci.»

«E quanto era grave, da uno a dieci?»

Questa volta ci pensò più a lungo. Poi sorrise, per la prima volta da quando lo conoscevo, un sorriso storto, un po’ vergognoso.

«Uno» disse.

Non aggiunsi niente. Uscimmo dall’Acquario, e tornando a casa gli lasciai tenere i biglietti.

*

La signora Porta ci voleva il martedì e il venerdì, l’ingegnere il mercoledì. Così era stato stabilito, e così facevamo.

La mostra dei lavori femminili stava dentro la grande galleria dell’Arte Decorativa, in una fila di sale luminose dove c’erano i merletti di Burano e di Cantù, i ricami delle scuole professionali, le sete dipinte, le bambole vestite da orfanelle di un istituto di Genova, e al centro una vetrina lunga sei metri con i lavori delle dame del comitato, ognuno con il suo cartellino scritto a mano. La signora Porta era un’altra persona, lì. Andava da una sala all’altra con un taccuino, spostava un cartellino di un dito, parlava con le ragazze dei laboratori chiamandole per nome, rideva. A casa non l’avevo mai sentita ridere così.

Quando ci vedeva arrivare ci veniva incontro, baciava Giovanni sulla fronte, e gli faceva vedere le cose nuove. Giovanni la seguiva, e guardava, e annuiva. Con lei non era difficile. Lei non gli faceva domande, o se gliele faceva erano domande a cui si poteva rispondere con la testa.

Difficili erano le altre.

Il comitato era fatto di otto signore, e io imparai presto a riconoscerle dal passo. La contessa Belgiojoso, che era la presidente e non si vedeva quasi mai. La signora Villa, piccola e rapida, che contava tutto. E soprattutto la signora Ernesta Crivelli, la vicepresidente, una donna di sessant’anni con il busto dritto come un palo e una spilla di granati sul colletto, che aveva opinioni su ogni cosa e le esprimeva con la bocca piccola.

La signora Crivelli si chinava su Giovanni come ci si china su una vetrina.

«E tu, giovanotto, cosa ne dici dei nostri merletti?»

Giovanni apriva la bocca. La parola arrivava, si fermava. La signora Crivelli aspettava, con un sorriso che si faceva sempre più stretto; poi si raddrizzava, guardava la signora Porta con una specie di compassione, e diceva: «Timido, il ragazzo», con un tono che voleva dire un’altra cosa. Le altre signore annuivano. Una volta una di loro, credo la signora Villa, disse a mezza voce che suo nipote alla stessa età recitava il Carducci a memoria, e la signora Porta arrossì e guardò il suo taccuino.

Giovanni, in quelle occasioni, si ritirava dietro di me. Non fisicamente: non era un bambino che si nascondeva dietro le gonne. Si ritirava con gli occhi, con le spalle, e lo sentivo diventare più piccolo, e sapevo che per il resto della visita non avrebbe detto più niente.

*

Il mercoledì era peggio.

La Galleria del Lavoro, in Piazza d’Armi, era un capannone immenso dove le macchine andavano. Non stavano ferme ad aspettare di essere guardate come i merletti: andavano, sbuffavano, battevano, filavano, stampavano, e il pubblico camminava in mezzo a quel frastuono con la faccia di chi è entrato nel ventre di una balena. C’erano telai che tessevano da soli, torni, presse, una macchina che faceva le scatole dei fiammiferi e una che faceva i chiodi, e l’aria sapeva di olio e di ferro caldo.

La ditta dell’ingegnere esponeva motori. Aveva uno stand grande, con una ringhiera di ottone e tre motori a gas che giravano davanti al pubblico, e una targa con il nome della ditta a lettere d’oro. L’ingegnere stava lì dentro dalla mattina alla sera, in redingote, a spiegare ai visitatori importanti quello che i motori facevano.

Con Giovanni faceva lo stesso.

«Vieni. Guarda. Questo è il cilindro. Cosa succede qui dentro?»

Giovanni guardava il cilindro. Lo sapeva, cosa succedeva lì dentro. Lo sapeva meglio di me: lo avevo sentito sul treno, il giorno prima, spiegarmi il ciclo a quattro tempi con una precisione che mi aveva fatto vergognare di non averlo mai capito. Ma lì, davanti al padre che aspettava con le mani dietro la schiena, le parole non venivano.

«Il g-g-g—»

«Il gas» disse l’ingegnere. «Il gas, Giovanni. E poi?»

«Si c-c—»

«Si comprime.» L’ingegnere sospirò. Poi alzò gli occhi, perché dietro di noi era arrivato un signore con il cappello a cilindro e un distintivo all’occhiello, e il suo viso cambiò in un attimo, si aprì, diventò cordiale. «Commendatore! Mi scusi. Mio figlio. Sta imparando.» E lasciò Giovanni al cilindro, e andò a spiegare il motore al commendatore, con una voce fluida, calda, senza un inciampo.

Sul treno, al ritorno, Giovanni non disse niente per tutto il viaggio. Guardava fuori. Il rumore c’era, come sempre, e lui avrebbe potuto parlare. Non parlò. Io lasciai il silenzio dov’era: ci sono silenzi che vanno riempiti e silenzi che vanno lasciati stare, e a Torino, questo, non lo sapevo ancora.

*

La delegazione da Roma era annunciata per un sabato di giugno, e per una settimana alla mostra dei lavori femminili non si parlò d’altro.

Dovevano venire delle dame della corte, e una principessa, e la moglie di un ministro. Avrebbero visitato tutte le sale, e il comitato le avrebbe accompagnate, e la contessa Belgiojoso questa volta ci sarebbe stata. Le ragazze dei laboratori lucidavano i vetri. La signora Villa contava i cartellini. La signora Porta aveva le occhiaie.

Il venerdì pomeriggio io e Giovanni eravamo lì. La signora Porta ci aveva chiesto di restare fino a tardi, perché la sera c’era la prova generale e voleva che Giovanni vedesse, e noi ci eravamo messi in un angolo della sala grande, su una panca dietro una colonna, con un quaderno da disegno. Giovanni disegnava la cupola della galleria. Io leggevo. Da lì si vedeva la vetrina lunga, quella del comitato, ma dalla vetrina non si vedeva noi.

Verso le sei entrò la signora Crivelli. Era sola. Si guardò intorno, aprì la vetrina con una chiave che portava appesa alla cintura, e cominciò a spostare le cose.

Non so cosa avesse in mente. Forse voleva che i suoi lavori stessero più al centro. Forse voleva solo che la vetrina fosse più bella, secondo la sua idea di bello. Spostò un centrino, poi un altro, poi uno scialle, poi un intero pannello di merletti. I cartellini li tolse e li posò in fila sul bordo, e poi, quando ebbe finito, li rimise. Li rimise in fretta, perché dalla sala accanto si sentivano delle voci. E li rimise sbagliati: il cartellino del merletto di Cantù davanti al merletto di Burano, e quello di Burano davanti a un pizzo belga che non c’entrava niente.

Giovanni aveva smesso di disegnare. Guardava. Anch’io guardavo, e non dissi niente, e non mi mossi: non era affar mio, e non era una cosa che si potesse dire, a una vicepresidente, da dietro una colonna.

La signora Crivelli chiuse la vetrina, si aggiustò la spilla di granati, e uscì.

*

Il sabato la delegazione arrivò alle undici. Noi eravamo di nuovo lì, questa volta in piedi in fondo alla sala, insieme alle ragazze dei laboratori. La contessa Belgiojoso accompagnava la principessa. La signora Crivelli le stava a un passo, un po’ avanti a tutte le altre.

Davanti alla vetrina lunga la principessa si fermò. Guardò. Poi si chinò, lesse un cartellino, e alzò un sopracciglio.

«Burano?» disse. Aveva una voce gentile, divertita. «Mia madre ne aveva uno identico. È un Cantù.»

Ci fu un silenzio. La contessa Belgiojoso guardò la vetrina, poi guardò la signora Crivelli. E la signora Crivelli, senza esitare un istante, si voltò verso il fondo della sala, dove eravamo noi, e cercò con gli occhi, e trovò.

«Teresina» disse.

Teresina era una delle ragazze del laboratorio di Cantù, sedici anni, le mani rosse, una treccia sola. Diventò bianca.

«Ieri le avevo detto di spolverare la vetrina» disse la signora Crivelli alla principessa, con un sorriso di scusa. «Queste ragazze. Toccano tutto. Mi perdoni, Altezza. Provvederemo.»

La principessa disse che non era niente, che era una cosa graziosa, anzi, e passò oltre. La contessa passò oltre. Il comitato passò oltre. Teresina rimase dov’era, con la treccia e le mani rosse, e non disse una parola. Non poteva dirla. Io lo sapevo, e lo sapeva lei, e lo sapeva la signora Crivelli: una ragazza di laboratorio non dice alla vicepresidente, davanti a una principessa, che è una bugiarda.

Guardai Giovanni. Guardava la signora Crivelli, che si allontanava con il busto dritto, e aveva sulla faccia un’espressione che non gli avevo mai visto. Non era paura. Era come quando si guarda un meccanismo e si capisce, all’improvviso, come funziona.

*

Quel pomeriggio, senza un motivo, lo portai sulla sopraelevata, fino in fondo e ritorno. Aspettò che il rumore fosse forte. Poi disse:

«Perché ha d-detto che era stata lei?»

Inciampò, ma andò avanti. Io non risposi subito.

«Tu perché credi?» chiesi.

Lui ci pensò. Il treno passava sopra i cortili, e sotto una donna batteva un tappeto, e il rumore dei colpi arrivava fino a noi, attutito.

«Perché s-se diceva che era stata lei, le altre signore pensavano che non era capace.»

«E allora?»

«E allora aveva paura.» Si fermò. Guardò fuori. «Ma lei è grande.»

«Sì.»

«E ha paura lo stesso.»

Non gli risposi, perché non era una domanda. Lui rimase a guardare fuori fino alla Piazza d’Armi, e quando il treno si fermò e il rumore finì, lo sentii dire ancora una cosa, piano, quasi a se stesso, e senza un inciampo:

«Allora non guardava me. Guardava se stessa.»

Non so se capisse fino in fondo cosa aveva detto. Io sì. E quella sera, sul quaderno nero, sotto le due righe di maggio, ne scrissi una terza: Ha visto la signora Crivelli.

*

A luglio c’erano i palloni.

In Piazza d’Armi avevano preparato un recinto grande come un campo, e lì, la domenica, gonfiavano i palloni aerostatici davanti al pubblico. Ci voleva una mattina intera. Si vedeva la tela stesa per terra, flaccida, colorata, come un animale morto; poi gli uomini aprivano le valvole, e la tela cominciava a muoversi, a sollevarsi, a gonfiarsi, finché un pallone alto come una casa non restava lì, sospeso a un metro da terra, trattenuto dalle funi, a ondeggiare nell’aria calda. Il pubblico applaudiva ogni volta. Giovanni non applaudiva: guardava le valvole.

Quella domenica ce n’erano tre, e il recinto era pieno di gente. Ci eravamo messi vicino alla transenna, e Giovanni stava contando le funi del pallone giallo, quando sentii la voce.

«P-p-porta!»

Nicola Lanzillotti e il suo gruppo. Erano cinque, questa volta, e c’erano anche due ragazzine, cugine di qualcuno, con i fiocchi nei capelli.

Mi aspettavo che Giovanni si voltasse e se ne andasse, come aveva fatto sotto la torre. Invece fece una cosa che non avevo previsto. Si mise una mano in tasca, e tirò fuori un sacchetto di carta. Erano caramelle alla menta, quelle che vendevano in un chiosco vicino all’ingresso, e che lui aveva comprato con i suoi soldi la mattina, e che non aveva ancora aperto. Le aveva comprate per loro. Lo capii in quel momento, guardandolo andare verso di loro con il sacchetto teso: le aveva comprate pensando che forse li avrebbe incontrati, e che forse, con le caramelle, sarebbe andata diversamente.

Nicola prese il sacchetto. Lo aprì, guardò dentro, ne prese una e se la mise in bocca. Poi passò il sacchetto agli altri.

«Grazie, P-p-porta» disse, con la bocca piena. «Sei proprio un amico.»

Giovanni provò a dire qualcosa. Credo che volesse spiegare. Credo che volesse dire che non gli importava se lo prendevano in giro, che voleva solo stare con loro a guardare i palloni. Lo vidi raccogliere il fiato per una frase lunga, la più lunga che avesse mai provato a dire davanti a loro.

«Io v-v-volevo solo—»

Nicola allungò una mano e gli tolse il berretto. Lo fece con gentilezza, quasi con affetto, come si toglie una foglia dai capelli di un amico. Lo guardò, lo rigirò. Poi lo lanciò, con un gesto largo, oltre la transenna, dentro il recinto, dove andò a posarsi sulla tela del pallone rosso che si stava gonfiando.

Le ragazzine risero. Uno dei ragazzi disse: «Ecco, adesso vola anche lui.» Nicola non rise. Guardò Giovanni con quel suo sorriso da fotografia, e aspettò di vedere cosa faceva.

Giovanni non fece niente. Rimase lì, davanti a loro, con la bocca aperta sulla frase che non era uscita e le mani vuote. Poi si voltò e venne da me.

Il berretto lo recuperò un inserviente, un’ora dopo, quando il pallone rosso si alzò e scivolò via. Giovanni lo prese senza dire grazie, e se lo rimise in testa, e non lo portò mai più.

Non gli dissi niente. Avrei potuto dirgli: non devi cercarli. Non devi comprare niente, non devi spiegare niente, a quelli lì. Era vero, e lui ci sarebbe arrivato, e io lo sapevo. Ma se glielo avessi detto io, quel giorno, sarebbe stata una regola, e le regole Giovanni le aveva già: suo padre gliene dava una al giorno. Doveva arrivarci da solo, anche se voleva dire passare da lì, dalle caramelle e dal berretto. Tornammo a casa senza prendere il treno, a piedi, per tutta la città, e lui non disse una parola, e io nemmeno.

*

La notizia arrivò in via Borgonuovo alle cinque del mattino del tre agosto, con un fattorino in bicicletta che suonò il campanello finché non gli aprirono.

La sentii dal mio letto, sotto il tetto: il campanello, le voci, una porta che sbatteva, la voce della signora Porta che diceva «No» tre volte, e poi più niente. Mi vestii al buio. Quando scesi, lei era già nell’ingresso, con il cappotto sopra la camicia da notte, e cercava i guanti che aveva in mano.

«La galleria» disse. «È bruciata la galleria.»

L’ingegnere era in piedi sulla porta dello studio, in vestaglia, e non diceva niente. Io dissi che l’avrei accompagnata. Poi mi voltai, e sulla scala c’era Giovanni, in pigiama, con la mano sulla ringhiera.

Non so perché lo portai. Forse perché non volevo lasciarlo in quella casa con il padre muto. Forse perché mi guardava in un modo che non ammetteva un no. Gli dissi di vestirsi in fretta, e lui si vestì in fretta, e prendemmo una carrozza.

Il parco, all’alba, era pieno di fumo. Lo si sentiva già dal Castello, un odore acre di legno e di vernice e di stoffa bruciata, e più ci avvicinavamo più l’aria diventava grigia. C’erano pompieri, guardie, gente in maniche di camicia, carri con le botti dell’acqua. Dove c’era stata la galleria dell’Arte Decorativa, le cupole bianche, le statue, le sale luminose, adesso c’era un campo di travi nere che fumavano ancora, e qua e là una lingua di fuoco piccola, stanca, che un pompiere spegneva con un secchio.

La signora Porta scese dalla carrozza e camminò verso il fumo. Una guardia provò a fermarla, e lei non la vide. Si fermò dove cominciava la cenere. Io e Giovanni ci fermammo qualche passo dietro di lei.

Rimase lì a lungo. Non piangeva. Aveva i guanti in mano, e non se li era messi, e guardava le travi, e ogni tanto muoveva le labbra, come se stesse contando qualcosa: le sale, forse, o le vetrine, o i mesi. Un signore del comitato generale, con la barba bianca e gli occhi rossi, le si avvicinò e le disse qualcosa, e lei annuì senza guardarlo. Poi lui se ne andò, e lei rimase.

Giovanni la guardava. Aveva gli occhi fissi sulla schiena di sua madre, e io guardavo lui, e vidi il momento esatto in cui capì. Non so cosa capì, precisamente. Ma credo che fosse la prima volta, in undici anni e undici mesi di vita, che vedeva un adulto che non sapeva cosa dire. Che non aveva una frase pronta, né una regola, né un sorriso stretto. Che stava lì, in piedi nella cenere, esattamente come lui stava in piedi davanti a suo padre quando la parola non usciva.

Giovanni fece un passo avanti. Poi un altro. Arrivò accanto a sua madre, e le prese la mano, quella con i guanti. E lei, senza voltarsi, gliela strinse.

L'esposizione di Chiara - prima parte testo di Vittoria Solari
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