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Brufolo Bill
La trombetta suonava sempre verso mezzanotte, quando passava il carrobotte per lo svuotamento dei sicchi. Perepepè! Perepepè! Perepepè!
Evelina si avvolse in fretta e furia uno scialle attorno al collo e si accodò alle vicine col suo sicchio sulla testa. Era un vaso in terracotta, come quelli che si usavano per mettere sotto sale le olive. Quando arrivò il suo turno tolse il coperchio e buttò il liquame nell'apertura del grande serbatoio: il carrobotte era uguale a quello che portava l'acqua quando le fontane erano secche, ma quello era senza odore.
Rientrò in casa e chiuse a chiave la porta senza accorgersi che il suo bimbo era uscito dopo di lei e aveva seguito il camion della cacca.
Alla fermata successiva la trombetta suonò di nuovo. Perepepè! Perepepè! Perepepè!
L'autista notò il piccolo Michele in pigiama, tutto tremante nella neve, e lo riportò dalla sua mamma.
Il giorno dopo al bambino spuntò un brufolone su un occhio, come un fuoco d'artificio a capodanno. E la mamma da allora chiuse sempre a chiave l'uscio ogni volta che la trombetta chiamava.
Michele divenne un ragazzo. Quando provava un impulso malevolo verso qualcuno, gli spuntava un brufolo su una palpebra. La mamma gli puliva gli occhi tutti i giorni con l'acqua borica, ci spalmava una pomata puzzolente e poi ci piazzava sopra un bacino, tanto che i primi tempi Michele credette che fosse colpa della saliva della mamma, magari acida, tossica, magari a fin di bene come quando lo sculacciava.
Poi cominciarono a germogliare anche quando mamma non c'era.
Spesso succedeva a scuola, se la maestra favoriva uno studentello ricco. Aveva imparato a dire che gli era andato un bruscolo nell'occhio e la maestra ogni volta gli raccomandava di starci attento: possibile che tutte le pagliuzze sparse nella classe colpissero sempre e soltanto lui?
Alle scuole medie la situazione peggiorò. Nuova scuola, nuovi compagni. I brufoli spuntavano e scoppiavano di continuo come pop corn: mentre uno si svuotava, un altro, sotto, già erompeva. Gli occhi erano gonfi, da procione, ma c'era un che di eroico nel nomignolo che la classe gli trovò, Brufolo Bill. Lui si sentiva più ‘Bill’ che ‘Brufolo’. Ma non era male per uno che da bambino si era perso dietro al camion della cacca.
Il babbo di Brufolo Bill lavorava all'estero. Tornava a casa una volta ogni sei mesi. La
mamma lo teneva aggiornato sulle condizioni degli occhi e si raccomandava di non porre domande al piccolo per non imbarazzarlo, e lui continuava a guardarlo e a scuotere la testa. «Mah, che strano...».
Brufolo avrebbe preferito una sgridata a quel “mah che strano” e, mentre pensava che suo padre non gli volesse bene, ecco che - boing! - spuntava un altro bubbone sulla palpebra.
Chiesero alla nonna qualche rimedio antico. La nonna pronunciò frasi sibilline. Mamma e figlio si guardarono senza capirci niente.
«Non farti iabbo, sennò ti esce lo ghiarone...».
Gli tolse addirittura la fascinazione, con le gocce di olio, le forbici e i pezzetti di carbone in un piattino pieno d'acqua. Gli tracciò delle croci sulla fronte.
«Croci crociuzzi, croci crociuzzi» recitava, e si faceva il segno della croce. Ma i brufoli restavano là dov'erano. Chissà, forse ci sarebbe voluto un po' d'aglio in quell'acqua.
La nonna rifletté. «Qua ci vuole proprio Michele l'Indovinatore» concluse.
Era costui un guaritore cieco. Con queste premesse - quasi un ossimoro - Brufolo Bill si rifiutò di andarci, anche se si chiamava Michele come lui e non poteva quindi essere cattivo. L'anziana donna, allora, da sola, si mescolò ai forestieri che venivano con i loro macchinoni a consultare il santone.
Per fortuna quel giorno l'indovino indovinava. Non disse, come a volte faceva, che il cielo era nuvoloso e che quindi non vedeva niente, ma anzi le fornì non uno bensì due rimedi miracolosi. Uno consisteva nell'applicare sabbia calda sull'occhio, l'altro suggeriva di tenerci sopra per tre giorni un bicchiere di acqua gassata.
A Brufolo Bill il primo non parve una buona idea - il nonno ci cuoceva i ceci nella sabbia calda. Vabbe' che ce ne aveva due di occhi, ma si orientò più verso l'altro, quello dell'acqua frizzante. Gli dava un senso di freschezza. Il problema era che l'acqua sbrodolava giù per le guance. Sembrava che piangesse, pareva una fontanella, un rubinetto che perde.
«Mi sa che quell'Indovinatore lì ci ha truffati» borbottava, affranto, il povero ragazzo.
A questo punto - boing! - dall'occhio piangente zampillava un altro brufolo.
Un giorno sospettò che un compagno di scuola fosse un bullo. “Adesso gli mollo due calci, così la smette”, e subito – boing! - ecco dalle pieghe delle palpebre non uno ma due brufoli.
“Questo è un fetentone” pensò un'altra volta. “Se continua a rubarmi la merenda, gliela spiaccico sulla faccia”. Gliene uscirono tre.
Sembrava uno sgorbietto. La sorellina non voleva più fare il pezzo di strada assieme.
La odiò. E le palpebre si riempirono di brufoli.
Divenne sempre più pesante portare in giro i suoi occhi pustolosi.
Comprò una benda. Fu peggio: sembrava il pirata Morgan malato!
Allora capì. Capì che non poteva farci niente. Erano i suoi pensieri che spurgavano dalle palpebre. Doveva chiedere alla mamma una crema per i pensieri.
La mamma lo accompagnò in Biblioteca. La Biblioteca era il suo tempio. Il luogo magico in cui lei credeva. Provarono a cercare le parole che assomigliavano a ‘brufolo’. Bruco. Brullo. Bruto. Parole desuete, come Bruzzolo - il crepuscolo del mattino o della sera... Niente.
«Forse bisogna riprogrammare il bambino» ipotizzò il bibliotecario.
Inserirono tutti i suoi dati, cioè cosa gli piaceva mangiare, le favole che voleva sempre farsi raccontare, i programmi tivù che lo divertivano, in quale parte del corpo sentiva di più il solletico, quante volte al giorno beveva la Coca Cola, se faceva la cacca tutti i giorni oppure no, se gli piacevano ancora le trombette e i camion dei sicchi, e cose così.
Si collegò a Internet, a un sito che dava consigli, e da allora imparò a controllare il suo batticuore, il suo slancio, il suo tremolìo, persino il tic delle palpebre.
Invece che rosso il brufolo diventava bianco. Così gli sembrò molto meglio.
Ma diventava sempre più bianco.
Si collegò a un altro sito che insegnava non a dissimulare ma a non provare più emozioni.
E da allora andò tutto bene. Gli amici lo volevano sempre, la sua presenza non era imbarazzante mai per nessuno.
La sorellina gli volle di nuovo bene.
Anche quando vincevano a pallavolo, Brufolo Bill, che ormai tutti chiamavano Bill e basta, non si lasciava andare a urla di gioia o salti e balli.
Era affidabile, preciso.
Nenche più sudava.
Aveva sempre un buon odore, un sorriso.
Non sapeva più di niente.