Il pensatore è il movimento caotico del pensiero che si manifesta come percettore e testimone della realtà: le sue forme sono l’eco del passato e la sua coscienza è la frammentazione delle sperimentazioni delle sue espressività che determina, nella sua attività, il fenomeno del tempo.
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La confusione non ha limiti definiti, né spazi certi e neppure collocazioni note. Essa è nei confini di colui che la riconosce; non esiste oggettivamente al di fuori di chi la indica, ma è nella misura della visione dell’osservatore: è manifestata dalla reiterazione incestuosa dei conflitti del pensatore, dai suoi contrasti e dalle costanti lotte per essere qualcosa.
Il sentiero si insinuava tra la vegetazione fitta a ridosso del santuario, risalendo poi meticolosamente ma con irta difficoltà, tra le nude rocce del molare, articolandosi e dispiegandosi poi tra quelle frastagliate insenature dove non c'era posto più per il tempo, nemmeno per quello dei mondi antichi o delle stravaganti invenzioni del pensiero.
Un vento a folate davvero vigorose ed insistenti scoraggiava l'uomo arrogante che voleva dominare quelle vette; ma una volta raggiunta la sommità di quella parete, solamente lo sgomento del silenzio zittiva ogni attributo del pensatore che si insinuava in quella sublime percezione per limitare ad un ricordo piacevole quell'immensità del visto, che aldilà di quello strapiombo ripidissimo e senza fondo certo, dispiegava la distesa straordinaria del mare, la conformazione eccelsa e sconfinata delle vallate e la maestosità austera e dignitosa del vulcano.
L'uomo aveva messo in quella bellezza le sue case, i suoi palazzi, le sue strade, le sue chiese, le sue navi, i suoi ponti, ma nulla era in grado di contrastare e violare la somma solennità della natura.
Che cos'è l'egoismo che così tanto ci pervade?
Questo vorticoso movimento accentratore dalle innumerevoli striature e dai peculiari contrasti, nella maggior parte dei casi totalmente ignorato dai più?
Il potente accentra a sé ulteriore potere: la sua sete non ha fine e pur di giustificarla mascherandola con l'apparenza dei buoni fini o dei sani propositi, dovrà sempre dissetarsi di ulteriore possesso per quietare la sua foia.
Il sottomesso a sua volta utilizza la luce del padrone per nascondersi subito dietro la sua ombra: anche lui indicherà la sua dipendenza come qualcosa da tollerare, usata per sacrificarsi, da gestire e da combattere, ma nelle profondità interiori userà ogni stratagemma per salvaguardare sé stesso e scalare posizioni.
Il credente, l'asceta, il pacifista, il militare, il missionario, il riformatore o il rivoluzionario sbandierano la causa, il motivo, la fede, il fine e la meta, ma dietro tutto questo c'è il nettare del piacere del sentirsi sicuri, giusti, conformi, salvi, importanti, notati, unici, celebrati, acclamati, osannati e ricercati.
L’imprenditore che anela al successo, alla foto sul giornale, all’intervista che lo celebri, allo spot televisivo, all’applauso delle masse, al riconoscimento del prestigio, può parlare di famiglia, di azienda modello, di moralità, di rispettabilità e di sani princìpi, ma la sua crudeltà non avrà limiti quando per espandere e sublimare i suoi possedimenti, i suoi conti in banca, i suoi desideri, la sua fama e la sua popolarità, utilizzerà e manipolerà i rapporti umani senza scrupolo alcuno.
Le madri che crescono i figli con tanto amore da piccoli, solamente perché il forte istinto animale adduce loro questa grande responsabilità, sono le stesse che li educano poi per essere narcisisti, migliori degli altri, lottatori di prestigio, combattenti di successo, spietati uomini di affari, crudeli macchine per ammassare soldi e proprietà; oppure li abbandonano presto al destino che la società sceglierà per loro, facendoli marcire come relitti alla deriva, giacché loro hanno mariti, amanti, carriere o professioni cui dar conto e quel figlio diventa dunque importante solo quando viene mostrato come un gioiello agli altri per vantarsi; ma viene puntualmente invece ignorato quando vive i suoi contrasti interiori, quando incontra nel vivere la sua vacuità, quando non riesce ad ottenere dal mondo quello che i nonni e gli stessi genitori gli davano ad ogni richiesta, quando diventa una sterile fotocopia di chi lo ha generato; oppure quando giunto al successo sempre agognato, si rende conto di essere dipendente dall'avidità e dall'invidia che nel tempo l'hanno divelto, corroso, deteriorato ed isolato.
Il prete che celebra le messe, che ripete le orazioni, che rievoca le stesse omelie, che promette il paradiso nel domani, che ammonisce la massa ad adorare un dio inventato dall'uomo per essere ricompensati dopo la morte nell'aldilà, è quello che brucia interiormente di piaceri e di passioni lussuriose, che ambisce costantemente a diventare vescovo, cardinale ed un giorno perché no, forse anche papa.
Il sarto con l'ago, il ditale ed il cotone; il pittore con la tela, i pennelli ed i colori; lo scrittore con il calamaio, il leggio ed i fogli di carta; il medico con il bisturi, lo stetoscopio ed il camice; lo scienziato con le teorie, gli esperimenti e le scoperte; sono tutti interessati a loro stessi, intrappolati dal prestigio, dalla carriera, dal giudizio altrui, dalla posizione, dalla fama, dalla gloria e da quello che chiamano arte, che non è altro però che il ripetere ciò che sanno già, per quella massa che pretenderà da loro risultati, scelte, gestualità e rispettabilità: non c'è nulla di nuovo e di creativo in questo, solo l'ansia del plauso e dell’essere riconosciuti, la meccanicità del conformismo, la vanità dell'arrivo, del sentirsi utili e l'orgoglio di quel traguardo temporaneo di essere diventati famosi.
Il rendersi importanti servendosi degli altri perché si conosce l'ultima notizia, l'ennesimo gossip, la costruita menzogna addotta come verità, il presunto metodo adeguato alla situazione; colmare il bisogno del piacere sensuale, l'esigenza di accrescere la propria reputazione o misurarsi per confermare ciò che si crede di essere divenuti, è l'arroganza brutale dell'ego in cerca di potere, di conquiste, di risalto e di notorietà.
L'anticipare psicologicamente sempre ciò che accadrà, l'incontro che si farà, la situazione che verrà e che si vivrà; le parole che si diranno, le reazioni che si dovranno intraprendere nei rapporti, oppure rielaborare continuamente l'immagine registrata conturbante, piacevole, orribile, spiacevole o irritante degli eventi trascorsi o in arrivo; misurare costantemente l'operato, la relazione con l'altro e le molte scelte compiute; vivere di ideali ignorando i fatti accumulando conoscenza per reclamare quell'intelligenza astuta della sapienza e della saggezza apparente, costruita con l'esperienza della crudeltà; schedulare meccanicamente la propria vita conformandosi al metodo imposto dal leader, dallo stato, da un dio, dalla società o da sé stessi, per ritrovarsi infine ai bordi dell'aridità e dell'inconsistenza dell'essere sempre annoiati ed insoddisfatti; aggirarsi isolati e gretti nei propri deserti interiori della frustrazione e della scontentezza, nascondendosi poi per reazione nella famiglia per sentirsi al sicuro nella rispettabilità del gruppo assemblato, per identificarsi così nel possedimento o nella sottomissione del marito o della moglie senza vedere la meccanicità della ripetizione della tradizione, della credenza o della superstizione che non ci fa accorgere del procreare perché ci è stato imposto, ritrovandosi alla fine nell’egoismo del rifugio in quel figlio che ci salverà dalla confusione, perché sarà migliore di noi, non commetterà i nostri errori e sarà la nostra continuità; senza renderci conto però che la confusione adduce solo ulteriore confusione.
Al limite dell'ignoranza di noi stessi, tenderemo così ad identificarci e ad attaccarci a qualcosa d’altro che si ritiene sia immutabile, come la casa dei sogni, il conto in banca, la propria professione, l’amare per un motivo e la pretesa dell’essere amati, la fede in un dio o in un piacevole ideale; ci sacrificheremo o ci tortureremo per ricevere in cambio la ricompensa proiettata, pretesa o dovuta; ci addurremo il dolore per commiserarci, sbandierando le proprie sofferenze, i torti subìti, i fastidi e gli insulti tollerati per essere riconosciuti dagli altri come martiri; acquisteremo o mangeremo smaniosamente qualsiasi cosa che possa riempire i consistenti vuoti del nostro essere, sublimando così il desiderio in ogni sua forma per poi reiterarlo in misura sempre maggiore per sentirci stabili, vivi ed appagati. Tutto questo e molto altro, è l'espressione del sé, dell'io, dell'ego.
Questo cancro multiforme che è l’impresso dell’accaduto che si trattiene in tutti i modi nel presente, ha diviso l'umanità, ha isolato le persone, ha danneggiato l'essere umano, ha obliterato l'amore, ha dissipato la sensibilità, ha deteriorato l'intelligenza, ha stuprato la bellezza, ha distrutto la relazione ed ha divelto la bontà.
Ha partorito guerre, divisioni, lotte, conflitti, amarezze, odio, paure, angosce, sterilità, brutture, violenze e crudeltà.
Possiamo prendere molte stravaganti medicine per sedare i sintomi di questo male e non averci così apparentemente a che fare, come la droga, la messa, la musica, il teatro, il cinema, il sesso, la politica, la vacanza, la depressione, la rinuncia al mondo; ma la vera causa è dentro noi, siamo noi stessi e proprio colui che pensa di non essere ciò che è, colui che è quel conflitto che crede di osservare solo fuori da sé, è causa di tutto questo scempio che ha compiuto sinora.
Vedere la verità di tutto ciò, senza proiettarne il giusto, il da fare, la soluzione, l'assenso, il dissenso, il rifiuto, la negazione, la condanna, una direzione o la giustificazione; osservare attentamente com'è il mondo adesso in questo preciso momento, senza filtrarlo più con nessuna proiezione, assunto, difesa o apparenza, è vedere sé stessi, perché il mondo è l'espressione di noi stessi, di ciò che siamo, dei nostri rapporti, della nostra relazione interiore e con l’altro, di questo cancro che da innumerevoli generazioni sta crescendo a dismisura interiormente e senza controllo alcuno.
Non occorre fare altro, solo vedere: quel vedere intenso di questa verità, è già l'azione che opera, altrimenti c'è solo l'indifferenza dissoluta e gelida delle sue metastasi, che portano solamente alla morte del vivere con la meccanica reiterazione degli stessi trascorsi ed accaduti.
C’era un falco maestoso che volteggiava leggiadro tra le insenature delle rocce, in quel silenzio clamoroso di quelle alture incontaminate. Fasci di nubi dense risalivano intanto dal mare arrampicandosi ovunque, repentinamente e sapientemente tra le fenditure di quelle pareti erose dai molti venti: il loro moto era delicato ma deciso e sorreggevano con tatto l’alterità che stava avvolgendo misteriosamente quel luogo. Una flebile pioggerella annunciava con esitazione la presenza dell’incommensurabile ed anche se il pensatore era ancora sostenuto dalle sue turbe che lo reclamavano in lontananza con la prossima mercede, adesso era rimasto attonito dinnanzi all’immensità che lo aveva fermato e che lo avrebbe obliterato totalmente con quella vasta radiosità. Il futuro c’è nella misura in cui c’è il passato che oblitera il presente. Senza passato, non c’è domani. Il sé è il passato, è quella scia frammentaria dei ricordi e delle esperienze impresse nella memoria, è la continuità di ciò che è finito, è lo sforzo di ritornare sempre ad essere ciò che si è stati, è il conflitto costante del divenire per sfuggire al nulla, è la paura del nuovo utilizzata dal vecchio per rimanere esattamente ogni volta com’è sempre stato e non finire.