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Chi segue il Respiro della Terra
sentirà prima o poi
l’esigenza di tornare al Mare.
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IX
Sottocoperta! State sottocoperta!
Date una mano di terzarola alla vela principale
prima di virare a babordo!
La voce del Nostromo riecheggiava e si rifrangeva in mille direzioni
come le onde della burrasca che flagellavano la nave.
Timonieri!
Attendete, prima di mettere alla banda il dritto di poppa!
Nostromo!
Si udì dalla cabina di vedetta.
Dimmi, marinaio! Replicò il Nostromo.
Cosa vedi, da lassù?
È una carcassa, Nostromo.
Ma non sembra un animale marino.
È la chiglia di un’imbarcazione, rivoltata all’ingiù.
Quella che ci sembrava una pinna è in realtà la deriva.
Ma è una barca di piccolo cabotaggio! Rispose il Nostromo.
Qua, tra le correnti del Mare Magnum?
Quale follia mai può portare chiunque, dotato o no di senno,
ad avventurarsi nel Mare Magnum
con quel guscio di noce?
Cosa dobbiamo fare, Nostromo? Urlò da dietro uno dei Timonieri.
Accostiamo?
Chiamate il Capitano. Replicò il Nostromo.
A lui compete la decisione.
Uno dei marinai rientrò sottocoperta,
obbedendo agli ordini del Nostromo.
Quando ne uscì, una sagoma nera lo affiancava,
altera, torva, imponente nei suoi movimenti controllati
a dispetto dell’impetuosità di tutto quanto aveva attorno.
Avete individuato di cosa si tratta?
Disse il Capitano, con voce ferma e profonda.
È una barca, Capitano. La carcassa di una barca.
Naufraghi? Qualcuno che chiede aiuto? Uomini in mare?
Chiese il Capitano, serrando lo sguardo verso il mare in tempesta.
No, signor Capitano.
Non sembra esserci nessuno.
Accostiamo. Ordinò il Capitano.
Arpionate la carena, e controlliamo lo scafo.
Ai suoi ordini, Capitano! Ribattè il Nostromo,
e iniziò a dare disposizioni ai marinai.
La nave accostò alla carcassa,
e un marinaio calò una cima dal bompresso
fino ad abbordare la deriva che emergeva ondeggiando,
afferrandola e avvicinandola a una delle murate.
Rimettetela al pescaggio. Comandò il Capitano.
Dopodiché caliamo le scale a uncino,
in modo da potervi scendere
e ispezionarla.
Nostromo! Andremo noi due.
Sì, signor Capitano.
I marinai rimisero la barca in sesto,
e lo scafo e la stiva riemersero, tornando a rivedere il cielo.
Una nuvola di salsedine, alghe e muffa si levò in aria,
evaporando e sbuffando tra gli schizzi di crestati e lugubri marosi.
Sembrava di aver rivoltato uno scoglio
da un sonno secolare,
o di avere scoperchiato una bara galleggiante.
Il Capitano si tolse il galero nero che gli cingeva la testa,
e lo consegnò a uno dei timonieri.
Dopodiché rialzò il bavero del maglione fino a coprire gli zigomi
e una berretta a cappuccio che gli scendeva da dietro la nuca
fino a serrarla sulla linea delle sopracciglia.
Lasciò scoperti solo gli occhi,
che lampeggiarono come due saette
prima di aggrapparsi svelto ai tarozzi della scala uncinata
e scendere giù nell’abitacolo del relitto.
Il Nostromo gli stava dietro.
L’albero della barca era spezzato,
e pareva di essere entrati dentro un antro sottomarino.
Non c’è anima viva. Disse, guardingo, il Nostromo.
Il Capitano si voltò,
quindi osservò tutto quanto aveva intorno.
È l’Anima del Mare, che vive qua dentro.
Il Mare ha trovato qua la sua preda
e qua la ha ghermita,
sgusciandola come fa un granchio con un mollusco
che pensava di aver trovato rifugio tra le sue chele.
Il fasciame a tratti era come maciullato,
ricoperto da una poltiglia verde e, dove pareva più liscio,
era tutto abbarbicato di patelle e altre escrescenze
che parevano piccole gemme luccicanti
di un sinistro diadema.
Sparpagliati e arrugginiti
stavano, un po’ ovunque, pezzi di lanterne e bussole
e altri strumenti per la navigazione.
Per terra erano grumi di materia scura e rappresa.
Hai mai visto una mattanza, Nostromo?
Ne ho viste tante, signor Capitano.
E ho udito i pescatori cantare
le loro nenie
mentre accompagnavano i Tonni nella Camera della Morte
e continuare a cantarle
mentre vibravano le loro roncole
in un tripudio festoso di sangue.
Il Capitano si chinò,
e cercò di scrostare un grumo da un’asse lacera e morsicata.
Questo non è il teatro di un naufragio,
ma quello di una mattanza.
E stavolta chi cantava non erano i pescatori
ma le Sirene e gli altri spiriti delle onde.
Non ci si avventura da soli nel Mare Magnum
a meno che non si voglia finire così.
Il Capitano abbassò il bavero che gli copriva il volto
e si passò una mano sotto la barba.
Cibo per pesci.
Un suicidio programmato,
o la disperata pazzia di un incosciente.
Un’asta stava conficcata obliquamente a un angolo,
legata con un doppio giro di scotta.
Poco distante uno squarcio nella chiglia,
come fosse un oblò, o un’improvvisata via di fuga.
Il Capitano cercò di disincagliare l’asta,
e uno spruzzo d’acqua nera ne venne
dalla falla che si era creata.
C’era qualcosa, aggrappato al centro dell’asta.
Ecco. Disse il Capitano.
Eccolo.
Il Nostromo si avvicinò,
e si passò una mano tra le rughe della fronte,
allargandole.
Pesci…? Esclamò.
Per tutti i fulmini che si abbattono sull’Oceano,
qua hanno commensato fauci ben più consistenti
e creature ben più fameliche
dei semplici pesci!
Due moncherini erano serrati sull’asta,
aggrovigliati a essa come il fusto rinsecchito di un rampicante.
Le dita erano scarnificate, la pelle saponificata.
Uno dei due era tranciato di netto sul polso;
all’altro era ancora attaccato, sebbene pendulo e slabbrato,
ciò che restava di un avambraccio.
Il Capitano batté un pugno alla parete,
con stizzito disappunto.
Sciocco incosciente! Esclamò.
Ragazzini che giocano a fare gli eroi
nel delirio, o nell’ubriachezza,
della loro volontà di potenza!
Era il martirio, che cercavi?
Lontano dalla Terra e dalle campane delle chiese
che avrebbero celebrato il tuo ricordo?
Che facciamo, Capitano? Chiese il Nostromo.
Raccogliamo questi resti
per dar loro diversa sepoltura?
No.
Egli voleva appartenere al Mare,
e al Mare ora appartiene.
Quale miglior sepoltura, se non la sua barca?
…E il canto delle Sirene, al posto dei lamenti degli umani
e dei loro memorare…
Da un piccolo sportello emergeva una chiave,
ancora ben inserita nell’alloggio della serratura.
Il Capitano le diede due mandate
e, nel cigolare del legno ammuffito,
riuscì ad aprire lo sportello.
L’alloggio interno era ancora asciutto.
C’è qualcosa, qua dentro.
Un quaderno. Un diario di bordo!
Forse qualcosa rimarrà
del viaggio di questo sconosciuto…
Il Capitano iniziò a sfogliare il diario,
cercando di evitare che la carta umida e infradicita
gli si spappolasse tra le mani.
Vi erano numerosi appunti,
e disegni
e coordinate nautiche che segnavano una rotta.
Ogni scritto era datato e annotato con rigorosa precisione.
Questo lo conserviamo noi,
disse il Capitano.
C’è un tesoro, qua dentro,
e la mappa dell’Isola del Tesoro.
Possiamo tornare alla nave, Nostromo,
e lasciare questo relitto al suo destino.
La mappa… ci condurrà all’Isola? Chiese il Nostromo.
Dove è sepolto il Tesoro?
Lo sguardo del Capitano lampeggiò nuovamente
facendo risaltare vieppiù il nero dei suoi occhi.
Il Tesoro non è sull’Isola:
sta viaggiando verso essa.
E noi dobbiamo trovarlo,
prima che un’altra vita debba andare a concludersi
nel medesimo modo.
L’Isola del Tesoro non esiste!
Ci sono le Isole del Mare Magnum
oltre il Gorgo di Carcharoth,
ma non è Terra che possa dare felicità agli Umani!
La Felicità,…
La Felicità è un’Isola irraggiungibile…
Lo sappiamo tutti,
ma ci ostiniamo a credere che non debba essere così.
Il Capitano si soffermò su una delle pagine del diario
dove era illustrata un’Isola,
con estrema dovizia di particolari
nel perimetro delle insenature delle sue coste.
E vi era segnata una cala, ampia e rocciosa,
e, in un’immagine ad essa collegata,
vi era il ritratto di una splendida fanciulla
distesa a prendere il sole su uno scoglio.
Ecco. Sospirò il Capitano.
C’è quando ce la abbiamo, un’Isola,
ma ne desideriamo per forza un’altra…
Quello che abbiamo non ci basta mai!
Il Capitano portò rapidamente avanti le pagine
e, arrivato all’ultima, ne verificò la data
e quindi tornò indietro di un paio di fogli.
La tempesta si andava placando
e il blu denso e gonfio del fortunale
andava cedendo spazio al nero profondo della notte.
Ci sono abbastanza stelle
per rilevare la nostra attuale posizione
e dirigerci verso la costa:
dobbiamo andare verso le bianche scogliere
di Petralixa
e lì ormeggiare la nave.
Issiamo la bandiera sul pennone
e procediamo a invertire la rotta.
Sarà fatto, signor Capitano!
Petralixa?
Chiese Yzle.
Sì.
Rispose Cheirhault, il Cerbotauro.
Le bianche scogliere di Petralixa.
È lì che termina il Mar Terroneo
e inizia il Mare Magnum.
Potremo fare lì la prima sosta
e ripararci sotto una delle candide marne
lontano dalla strada principale.
Era già il secondo giorno di viaggio
e gli zoccoli del Cerbotauro non si erano mai fermati.
E manca ancora molto?
Eh, un pochino.
E poi la strada verso Finisterra
inizierà a farsi lunga e tortuosa
e non ci saranno più strade battute,
ma solo sentieri incolti.
Ma il tuo amico aveva detto che saremmo arrivati
in meno di tre giorni!
He! He! Cojnnadùriel è un po’ spaccone
e ama le provocazioni!
Ma arriveremo, fidati!
L’altro Cerbotauro, da dietro, emise un fischio sordo.
Ehi! Esclamò Cheirhault, rallentando la corsa.
Cojnnadùriel! Che succede?
Dobbiamo fermarci, Maestro Cheirhault.
Disse il Cerbotauro più giovane, affiancandosi.
Ho da sostituire le guarnizioni degli zoccoli, temo.
E probabilmente devo dare anche una regolata alla catena.
Cojnnadùriel è già spompo! Disse, ridendo, Nestoganzos
che lo cavalcava.
Focoso prima, e spompo subito dopo…
Bofonchiò Cheirhault, con un mezzo sorriso.
Te l’avevo detto di non tirare fino al massimale
quando eravamo sul Reptilineus,
l’altro giorno!
Mica è terreno da provate, il Reptilineus!
E poi il massimale è consigliabile solo in allenamento,
quando si fanno le ripetute…
Lo so, Maestro. Ma era troppo invitante…
Poco male, dài! Disse Nestoganzos
scendendo di sella dalla sua cavalcatura.
Sono esperto nell’arte della manutenzione
dei Cerbotauri,
lo sapete!
Un paio di minuti
e rimetto a nuovo gli zoccoli di Cojnnadùriel!
Perché non ci accampiamo? Propose Cojnnadùriel.
Tra poco incroceremo il corso del Salamandro
e c’è la pinetina, vicino alla spiaggia
nei pressi della Foce.
Non è meglio delle bianche scogliere di Petralixa
per accamparsi per la notte?
Tanto varrebbe salire su a Menya, allora!
Rispose Nestoganzos.
Lì faremmo pure il cambio dell’olio e il tagliando completo…
Perderemmo troppo tempo! Chiosò Cheirhault.
Abbiamo detto Petralixa, e Petralixa sarà.
Spardascio, lei è d’accordo con me,
nevvero?
Disse, scrollando la groppa
dove stava appollaiato il silente figuro.
Lo Spardascio non rispose.
Zitti! Fece improvvisamente Cojnnadùriel.
Cosa…?
Non avete sentito nulla?
Cheirhault drizzò il collo robusto e nerboruto
e aguzzò orecchie e corna.
Passi lontani. Fece, aggrottando le folte sopracciglia.
Di qualcosa che si muove in maniera rapida
e svelta…
Ci seguono! Fece l’altro Cerbotauro.
C’erano occhi che sorvegliavano le mura di Thabixa,
ier l’altro!
Qualcuno ci avrà visto uscire!
Dobbiamo fare alla svelta. Disse Nestoganzos, preoccupato.
Oppure nasconderci, e farli passare oltre.
La prima che hai detto. Lo interruppe Cheirhault.
Sembrano Leovulphi, dal rumore delle zampate sul terreno.
Almeno è quello che mi trasmette il vento.
Leovulphi? Nelle Terre tra Fondovalle
e la Terra-di-Nessuno?
Già. Significa che abbiamo alle calcagna
l’Esercito di Hellma
e i Leovulphi scherzano mica, quanto a fiuto…
Ci conviene puntare sulla velocità
e sul distacco che abbiamo da loro.
Ma quanto saranno distanti? Chiese Nestoganzos.
Abbastanza, mi pare.
Spardascio, lei vede qualcosa?
Yuò?
Esclamò lo Spardascio, leggermente sorpreso.
Yuò nenti vitti
e nenti sacciu!
Disse, allargando le braccia.
Vabbè, non è necessaria la vista.
Disse Nestoganzos,
avvitando alla svelta la catena del suo Cerbotauro.
Una sola cosa c’è da fare:
correre!
In sella,
e correre più del vento!
Evvai! Fece Cojnnadùriel, di rimando.
E che ci stiamo a fare, se no?
L’Imperatrice Augkunste era su tutte le furie.
Sgualdrina! Disgraziata! Vagabonda attentatrice
all’altrui Sovranità!
Ma guarda che cose, ma guarda tu…
Quei buzzurri dei Tabìxheri!
Li avrà ubriacati con la malìa delle sue grazie femminee
per prendere il Potere
e farsi eleggere al loro Ashakataka!
E sicuramente ora starà meditando
di rovesciare l’Impero dei Due Mari!
Vuole diventare Imperatrice
al posto mio!
Ci avevano convocato con le armi dell’impostura
e noi siamo finiti nella loro imboscata!
Arifamo! Eufrosio! Siamo in stato di massima allerta
e c’è da difendere la nostra Terra
con tutte le armi possibili!
Imperatrice…
Dissero i due.
Non c’è tempo da perdere!
Replicò Magna Augkunste,
senza neanche interloquire.
Girava come una trottola
nella tenda che era stata piantata
nei pressi della Katapràsima.
Imperatrice… ripeté Arifamo.
Cosa c’è, nobiluomo d’Asparte?
Ecco,… non ti sembra sia il caso
di evitare di essere così precipitosi?
Evitare?
Precipitosi?
Ma sai di cosa stiamo parlando?
Ti rendi conto del pericolo
che grava su tutta la Val di Mezzo?
Bisogna prevenirlo, il Male,
affinché non abbia a dilagare in tutta la sua dirompenza
e non ci sia più possibilità di cura!
Quella femminaccia è un pericolo pubblico
che rischia di diventare a breve incontrollabile!
Dobbiamo eliminarla,
eradicarla,
distruggerla,
asfaltarla con tutta la potenza di cui è capace
l’Esercito Imperiale!
E se la Repubblica di Thabixa è incappata nell’errore
di credere alle sue menzogne
che venga asfaltata anche la Repubblica di Thabixa
insieme a lei!
Quella città è un orrore,
è quanto di più distante si possa immaginare
dalla Bellezza e dall’Ordine!
Dalle sue ceneri non potrà che essere riedificata
una città migliore,
a misura di suddito
e nell’obbedienza alle Leggi dell’Impero!
Allargheremo i confini dell’Impero
fino a Fondovalle
e sottometteremo anche la Terra Estrema
ai confini occidentali!
Se l’Impero del Bene vuole avere garantita la sua sopravvivenza
dovrà giocoforza convertirsi
nell’Impero Totale!
Nessuno dovrà ardire disobbedienza alcuna
nei confronti delle Leggi del Bene!
Solo noi possiamo tutelare la Felicità
su questa Terra!
Adgaddu! Dobbiamo risalire ad Adgaddu!
Scatenerò il Parapollyon
su Thabixa!
Anzi no: teniamocelo per dopo,
il Parapollyon…
I Tabìxheri non sanno combattere,
non opporranno difesa alcuna…
L’Esercito regolare dovrebbe bastare…
Appunto. Si intromise Arifamo.
Appunto che?
Imperatrice… come faccio a indirizzare l’Esercito
verso un avversario che l’esercito non ce l’ha?
È fuori dalle regole della corretta belligeranza…
…In hoc modo non est prius…
Così sta scritto, da qualche parte…
L’Imperatrice si indispettì.
Che fai? Mi inizi a citare i motti
in Tabicense aulico?
Ehm… reminiscenze antiche:
mio padre studiò Lingue e Letterature Orientali
all’Accademia di Papelonia…
Papelonia! Ah, Papelonia!
L’Imperatrice si fece paonazza in volto.
Ecco come vanno a finire le Grandi Città!
L’Accademia fondata da Parapendulo
di Monte Zuma, eh?
E la Torre del Papèlleum?
Doveva essere la Capitale della Cultura? Ah! Ah!
Oggi è solo un cumulo di immondizie
e nessuno ne osa citare neanche il ricordo!
E fu lì che ebbe inizio la Gloria di Hellma,
grazie alla meritoria opera di Siegfurt il Longodardo!
La Val di Mezzo ringrazia ancora
per aver liberato il Mondo da cotanto obbrobrio!
E Ainunpardepal scriveva, scriveva,
arroccato nel suo eremo a S’Antomenzo
interrogandosi sul Buon Governo e altre filosofate
mentre quella oscura minaccia
andava radicandosi dove meno se lo aspettava
e nel cuore di chi meno potesse sospettare…
nel cuore di suo figlio!
O si fa i filosofi o si fa i genitori!
Non ci pensava a questo, Ainunpardepal?
Che avrebbe potuto essere un miglior genitore
anziché il Saggio Legislatore
della Sucania?
Ma… Imperatrice!
La interruppe nuovamente Arifamo.
Ma poi ci fu Papalla…
Il grande e buon Papalla…
L’Imperatrice divenne ancora più paonazza.
Papalla?
Pa-pa-l-la…?!?
Papalla
è
morto!
Morto! Come ve lo devo spiegare? Mor-to!!!
Morto e sepolto…
Il Sogno di Papalla era pura utopia!
Gli imperi si fondano sul terrore,
e si nutrono della paura che si riesce a incutere
ai propri sottoposti!
È così facile da capire! È un teorema semplicissimo!
E quelli a scriverci trattati di Filosofia!
Ma i sudditi ci ameranno
per il terrore che sapremo loro infondere
perché sarà da codesta paura
che noi regoleremo la loro Felicità!
È la Felicità, infine, il vero e unico obiettivo!
Ed è l’obiettivo prioritario e irrinunciabile
dell’Impero Totale
che ha da venire!
Arifamo sussultò.
Ma,… non c’è un obiettivo di riserva?
Tipo conquistare diciotto territori a scelta
o scambiarsi la Jacuzia con la Kamchatka?
Già fatto. Troncò Magna Augkunste.
Ne abbiamo già ben più di diciotto, di territori,
e dalle campagne di Dhassutta e Dhankapo
siamo pieni di bonus-armate da scambiare
e rendere operativi…
Thabixa deve cadere.
È una necessità, Arifamo.
Ma…
Niente ma!
Quando la Necessità chiama, la Storia deve rispondere.
E la Storia siamo noi!
«…Siamo noooi…. Siamo nooooiiii!!!! »
Intonò Eufrosio.
Tienitela per dopo, Citraedo.
Lo bloccò l’Imperatrice.
Tienitela per la Vittoria Finale!
…Ma dici væeeeroooo?
Esclamò la giovane Nunça Mytokha
da Camiscuonzo,
masticando vistosamente una foglia di cingungomma.
Devo mettere questa parrucca?
E devo fare la Shaykha?
Sì. Le disse Malaqart,
osservandola con stringente preoccupazione.
È solo per finta, ovviamente.
Dobbiamo fare le prove generali
per una Sacra Rappresentazione
da esportare in giro per il Mondo conosciuto…
un testo teatrale su Ayzala, Shaykha di Thabixa!
Pensa, la prima spettatrice sarà l’Imperatrice di Hellma
che è venuta qui apposta
per vedere l’anteprima!
Uau!
Fece la ragazza.
E diventerò famosa?
Se sarai brava, sì.
Dopo quest’opera
potrà esserci solo la Fine del Mondo…
O, patti chiari, però. Disse la giovane,
agitando orizzontalmente la mano destra.
Mi spoglio solo se il copione lo giustifica,
intesi?
Ma non sarà necessario! Esclamò il Tabbiro di Pharàt.
Anzi, più stai coperta e meglio sarà,
per tutti!
Ma guarda che se il copione lo giustifica mi spoglio, e?
Anche tutta, che credi?
E ti ripeto che non sarà necessario!
Dài, fai la brava…
Occhæi… va ‘bbænæe…
“Bana”? Ha detto “bana”?
Esclamò Thepòxino, interdetto.
No, Thepòxino. Rispose Cassio d’Ebuda.
Ha detto “bene”.
Ha semplicemente la “a” un po’ aperta,
è tipico della parlata Tabazca…
Sænti, a’bbællo…
aperta c’è tua sorella!
Sono una Tampinara seria, io!
Nunça si tolse di bocca la cingungomma
e la consegnò nelle mani di Bruto Cotrione
de Stamenga.
Non è che ve ne volete approfittare
solo per via della mia giovane età, e?
Ma no! Ma no! Incalzò Malaqart.
Sei stata scelta proprio per questo!
Le migliori sartorie della Rua Thabarba
stanno già studiando i costumi di scena per te…
Lo hai visto, il costume da Shaykha?
E indicò un manichino di cartapesta
che indossava un ricchissimo e addobbatissimo palandrano.
Troooopppo fèescion…. Esclamò Nunça,
osservando l’abito.
E nniente…
va bbuò!
Che devo dire?
Guarda, pochissime battute.
Anzi, meglio nessuna. Sì, meglio che non dirai nulla…
Farai molta presenza, invece.
A, quella la so fare, la so!
Ho fatto immagine alla Locanda delle Tampinelle,
da un amico di mia madre!
Solo immagine, e? Non è che pensate male?
Stai tranqui… le disse Bruto Cotrione,
rimettendole in bocca la cingungomma.
Siamo uomini di mondo, noi…
A sì? E bravo il Tabbiro…
Plètore. Sono Plètore,
non Tabbiro.
Comunqe, qualche battuta datemela, va’…
posso migliorare la mia dizziòòne, no?
Va bene, la rassicurò Malaqart.
Penseremo a qualcosa da farti dire.
Ma attieniti scrupolosamente al testo,
mi raccomando…
E, soprattutto,
non iniziare mai una frase con “E niente”…
Non fa molto diplomatico, non credi?
Va ‘bbænæe!
…E ‘nniè…
Malaqart lanciò un’occhiata a Thepòxino
che alzò lo sguardo verso il cielo.
Che gli dèi ci assistano…
I Cerbotauri avevano lasciato la litoranea
e sfrecciavano all’impazzata
all’interno di un boschetto
di pini, acacie ed eucalipti.
Lasciavano scie di polvere
come i bolidi che si staccano dal cielo
ruggendo
prima di schiantarsi al suolo.
Uno scrosciante boato di correnti d’acqua impetuosa
arrestò la loro corsa.
Il Salamandro!
Le rapide del Salamandro!
L’aria era annebbiata da vapori freddi di schiuma
e bolle acquose che risalivano dalle rocce
frustando le fronde degli alberi.
Da un dirupo roccioso
si poteva osservare la furia del fiume
che qui scatenava il massimo della sua potenza.
Siamo al Salto del Kataraptor.
Disse Cheirhault.
Che facciamo? Chiese Yzle.
Dobbiamo tornare indietro?
Indietro? Indietro mai!
Un Cerbotauro non indietreggia mai
davanti a nulla!
Indietro significa fiondarsi tra le fauci dei Leovulphi!
Avanti, casomai…
Avanti… ka’kàjmma!!!
Sbottò Myshka lo Spardascio.
Ooh… Spardascio! Abbiamo l’onore
di interloquire con lei,
ogni tanto…
Il signor Myshka non ha tutti i torti…
disse Yzle.
Come si fa ad andare avanti?
He! He! Apposta vi ho portati qua!
Un po’ di adrenalina
per spezzare la monotonia di un lungo viaggio…
e voglio vedere se i Leovulphi avranno l’ardire di buttarsi,
appena arrivano qua!
Ma perché, noi… riprese Yzle,
questo ardire… ce l’abbiamo?
Un comune mortale no,
si introdusse Cojnnadùriel.
Ma un Cerbotauro…
Basta tuffarsi a Stukas. Disse Cheirhault.
Vengo qui ad addestrare i giovanissimi
delle scuderie di Menya:
all’inizio la strizza ce l’hanno pure loro,
poi dopo che ne hanno fatta una
non vogliono più smettere…
E… com’è questo tuffo a Stukas?
Niente di particolarmente difficile:
è una piroetta con doppia circonduzione dell’anca
da fare con entrata di forza ad avvitamento semplice
su quel ramo sporgente dalle rocce…
Stù…kà!!!
Chiosò lo Spardascio.
Me ne tornassi a Myshkaton…
Ah! È di Myshkaton, allora! Nella Val d’Alà, vero?
Sì. Al confine con la Val d’Abbanna.
Ascolta, Cheirhault. Disse dunque Nestoganzos.
Io e Cojnnadùriel torniamo sulla litoranea
e deviamo verso Menya.
Confondiamo un po’ le tracce ai nostri inseguitori,
e andiamo ad allertare i Menayoti.
Voi proseguite.
Va bene.
Mi raccomando, con gli zoccoli di Cojnnadùriel:
al nostro rientro ci serve al top
e in gran spolvero…
Fidati! Disse il Menayota,
e insieme al suo Cerbotauro si arrampicò
per un impervio sentierino del lungofiume.
Yzle e lo Spardascio rimasero in sella a Cheirhault
sul ciglio del Salto del Kataraptor.
Allora,… pronti?
Ci fidiamo di te, Cheirhault…
Noi che dobbiamo fare?
Vi chiedo solo di evitare movimenti incontrollati
e stare quanto più possibile stretti a me…
Non mollate la presa!
Yzle, tu puoi aggrapparti alle mie corna
e stringi forte, mi raccomando!
Spardascio, lei si aggrappi a catena!
Signor Myshka, ce la fa?
Yzle si voltò verso lo Spardascio.
Si aggrappi pure alle mie… ecco, si aggrappi a me!
‘Ecchjè?!? Si sorprese lo Spardascio.
Chè‘ccià’ppajppà, ’e’puppe?
Ma sì, non è il caso di formalizzarsi, mi pare…
Stringa pure… saprò resistere.
Ahahahah!!! Fece Cheirhault il Cerbotauro.
Così mi piace!
Iniziamo a socializzare un po’ di più…
Ahahahahah!!!!!!
Lo Spardascio obbedì a Yzle
e le si aggrappò, stringendosi a lei.
…Per Myshkaton,
amata terra mia,
detta anche
Mizzica Tuna!
E per i vicini Mappazzi
di Aci Tuna!
Tranquillo, Spardascio! Urlò Cheirhault.
Uno,… due,… tre,…. e…..
Via!!!
Myyshkatooooooooon!!!!
La voce strozzata dello Spardascio si confuse
tra le schiumanti rapide
del Salamandro.
Come? Ci consegnano la Shaykha?
L’Imperatrice Augkunste continuava a vorticare incontrollata
davanti al messaggero.
E che le devo dire, Imperatrice?
Se così è scritto nel mio Pizquano
cosi sarà…
Io un semplice messaggero sono,
Ekketthepàr il Kabbabbeo.
Ma i miei Pizquani portano solo notizie certificate,
ce lo garantisco!
Ho tutto in regola,
contributi compresi!
“Datasi l’incresciosa situazione venutasi ad addivenire addì… ecc ecc…”
Ma come scrivono, questi Tabìxheri?
Non li possono fare più facili,
i telegrammi?
Ah, ecco qua:
“…Nella profonda convinzione della legittimità
della Sovranità dell’Impero di Hellma
all’interno dei territori ad esso soggetti
e nella fiduciosa e reciproca stima
che da sempre la Repubblica di Thabixa ha espresso
nei confronti dei paesi confinanti…”
No, mi pareva di essere arrivata al punto,
c’è ancora mezzo rotolo abbondante
di papiro…
Glielo trovo io il punto se vuole, Imperatrice.
Disse il Kabbabbeo.
Sì, me lo trovi lei…
Guardi, legga qua:
“Ayzala Shaykha, Reggitrice del settimo Ashakataka
si rende disponibile a un incontro di verifica e confronto
con la persona dell’Ill.ma Rev.ma S.E. ecc ecc Magna Augkunste
dei Due Mari
al fine di dipanare l’equivoco in cui si è inopinatamente occorsi
in maniera del tutto fortuita
durante l’incontro inaugurale propedeutico a…”
Sì, vabbè, poi continua, ma il succo è qua.
Sì, appunto, il succo è là.
Rimarcò l’Imperatrice.
Non c’è scritto “vi consegniamo la ragazza”
ma tanti, troppi, e inutili fronzoli!
Che possono significare tutto
e il contrario di tutto!
Che significa “disponibile a un incontro
di verifica e confronto”?
Una sola cosa dovevano scrivere:
“Vi consegniamo la colpevole acclarata
del regicidio di Siegsthelm il Magnanimo,
affinchè si possa procedere
all’Esercizio della Giustizia!”
Imperatrice, le ripeto,
io sono un semplice portanotizie…
Si scusò il Kabbabbeo,
preoccupato dal crescente nervosismo della donna.
Non ce l’ho con lei
né con i suoi Pizquani…
Lei fa il suo lavoro, e glielo riconosco.
Ma a me questa cosa
puzza tanto di bluff…
Vogliono giocare, i Tabìxheri?
E va bene, giochiamo:
ma alla maniera mia!
Kabbabbeo, lei porta notizie,
nevvero?
È il mio lavoro, Imperatrice…
Va bene, mi deve portare una notizia riservata,
molto riservata, però.
All’indirizzo che le darò appresso.
E le triplico anche l’onorario sindacale,
va bene?
…’nnghya!!!
Rispose, con voce strozzata, il Kabbabbeo.
E mi raccomando:
moolto
riservata,
intesi?
“Tròpp sìcret!!!”
Rispose, genuflettendosi,
il Tabixhardino.
Nel sottobosco l’aria era umida
e puzzava di fradicio.
Cheirhault avanzava falciando liane e altri rampicanti
che impedivano il cammino.
Ogni tanto incespicava,
sprofondando i garretti in pozzanghere nascoste
dalla fitta vegetazione.
Nuvole di Zapalioni e Puncicape
infestavano i pochi squarci liberi
riempendoli con il loro formicolante ronzio.
Maledetti insettacci! Esclamò Cheirhault,
e iniziò ad agitare l’aria con la coda,
frustandola nervosamente.
Spardascio, collabori anche lei!
Cacci via queste bestiacce!
I Puncicape manciano li Zapalioni,
rispose lo Spardascio.
Io caccio, illi tònnano…
Che caccio a fare?
Lassamo fare a illi…
Ah. Rispose il Cerbotauro.
Cos’è? Filosofia zen? Minimalismo?
Atarassìa si dice.
Rispose lo Spardascio, facendosi tutt’a un tratto serio.
…Mmiii, non la facevo così acculturato!
Complimenti…
Un… un… fece a un tratto lo Spardascio,
voltandosi indietro.
Un… che? Chiese il Cerbotauro.
Un… Tipigio-Pagkulo!
…Dove? Si allertò Cheirhault,
cercando di volgere anch’egli lo sguardo.
Sta volando a mezz’aria
pòpio dietro di noi…
No!!! Fece il Cerbotauro
e, abbassando immediatamente la coda,
si rannicchiò nel primo cespuglio capitatogli per strada.
(…è passato…?) Bisbigliò quindi,
rivolgendosi ai suoi cavalieri.
…Ghk!...Ghk!...Ghk!
Rispose Myshka.
…Mbè? Che vuol dire…
Era uno sghèzzo…
Non c’era nessun Tipigio-Pagkulo…
Myshka!!! E questa cos’è,
pure atarassìa,
o una sua sottovariante…?
Ghk! Ghk! Continuò a sghignazzare Myshka.
Questa si chiama
“un altro modo di rompere il ghiaccio…”
Ah,… Cheirhault si ricompose.
Ahahaha!!!! Lo assecondò quindi.
E bravo Spardascio!
Ma che siamo fatti sghezzòsi…
“La Repubblica di Thabixa riconosce la sovranità
dell’Impero dei Due Mari,
che dovrà essere esercitata
nei territori di sua competenza,
nelle forme e nel rispetto del Codice di Ainunpardepal,
Il Saggio Legislatore.”
Ecco, ripeti.
Disse Malaqart, all’interno della carrozza
che usciva da Porta Via
verso la Katapràsima.
Mii! Ma è difficilee!
Si lamentò Nunça.
Un piccolo sforzo, dài! Insisté Malaqart.
Ma una frase meglio me la potevate scrivere, noo?
Questa è quella adatta per questa circostanza…
See, vabbè!!!
Ti pare che non ne so dire, frasi a effetto?
O, sænti qua:
“Mentre il mondo crolla, abbiamo scelto proprio questo momento
per innamorarci…”
E che c’entra? Replicò stizzito il Tabbiro di Pharàt.
Ricorda che sei la Shaykha di Thabixa
davanti all’Imperatrice di Hellma!
A, ho capito. La vuoi più intellettuale, væro?
Ce la so, e? Ce la so!
“Cosa faresti al posto mio se ogni pensiero fossi io?”
Oppure questa:
“So che per qualche motivo, ogni passo che ho fatto,
da quando ho imparato a camminare,
era un passo verso di te…”
Questa la declamo con tutte e due le mani sul petto!
La so a memoria…
No, Nunça, non va bene!
Siamo a un bivio storico
che può segnare le sorti della Repubblica…
Ma se la vuoi fatta mitica ce la so pure, guarda?
Sænti un po’ qua:
“Ne ho viste cose
che voi Hellmiti non potreste neanche immaginare:
navi in fiamme al largo dei Bastioni di Orione…”
Questa spacca un botto, væro?
…Magari spaccherà, ma non è quella giusta!
Quella giusta è quella che ti abbiamo scritto!
Avanti, uno sforzino…
Vabbæne, vabbænæ!
Siamo arrivati, Tabbi’Malaqart! Disse Bruto Cotrione
che era alla guida della carrozza.
Scese dal predellino, insieme a Cassio d’Ebuda
e accompagnò il Tabbiro insieme alla giovane Shaykha
al cospetto dell’Imperatrice Augkunste
che attendeva la delegazione all’interno della sua tenda.
Ave a te, Magna Augkunste dei Due Mari!
Salutò Malaqart di Pharàt.
In qualità di Katabardiere e Reggitore del Seggio Vacante
del Settimo Ashakataka…
Sì, sì, va bene! Va bene! Lo interruppe l’Imperatrice.
Ho letto il vostro messaggio.
È lei la vostra Shaykha?
Sì, Magna Augkunste.
Malaqart prese la mano della giovane Tampinara
e la condusse presso l’Imperatrice.
È venuta qui a porgerti i saluti della Repubblica
e scusarsi per l’assenza dell’altro giorno.
Pochi convenevoli, Tabbiro, troncò l’Imperatrice,
e andiamo al sodo!
Ordunque, Shaykha:
Sei tu Ayzala di Xhiacablanca
giunta clandestinamente da Sele a Thabixa
a ridosso dei Dies Tabicenses?
Ehm… fece Nunça,
schiarendosi la voce:
“La Repubblica di Thabixa riconosce la Sovrana dei Due Mari
nel rispetto di ‘Mpardepall!”
E… cioè? Grugnì l’Imperatrice.
“Al cospetto delle sue forme
dovrà esercitare l’incompetenza…”
Ma che vuol dire?
Ti ho fatto una domanda semplice semplice:
sei o non sei tu quella Ayzala
che giunse qui fuggitiva dalla Guerra di Sele?
Nunça guardò Malaqart.
(Eddai…) Le bisbigliò il Tabbiro di Pharàt
(devi dire sì… solo sì…)
A… balbettò la ragazza.
Sì!!!
Declamò dunque decisa,
rivolgendosi a Magna Augkunste.
Ah, sì? Sì, hai detto?
Eccerto, o! Sì, ho detto!
Lo devo ripetere? Sì!!!
E… vediamo un po’ allora…
rimuginò ancora l’Imperatrice
e, togliendosi la corona dal capo,
gliela mostrò.
Questa la riconosci? Come t’appare?
La Corona di Sele tintinnò in tutti i suoi ninnoli
che luccicarono risplendendo improvvisamente.
Nunça la osservò,
lasciando a mezz’aria il labbro inferiore.
Maa…
è trooooooppooo duuuuuciiiii….!!!
Malaqart strinse gli occhi e le mascelle,
reprimendo le sue improvvise emozioni.
Troppo… che?!?
Che hai detto???
Cassio d’Ebuda si parò prontamente tra l’Imperatrice
e la ragazza.
Ha detto “Viva il Duce”!
Viva il Duce? Si sorprese Augkunste.
E chi è, questo Duce?
Anche Bruto avanzò,
e sollevò il braccio destro, con la mano ben tesa.
È… quella luce…
…che ci conduce!
Ma siete scimuniti?
Ma che mi avete presa, per una del Tukùl?
Tabìxheri, questa non è la vostra Shaykha!
E, scansando lesta i due Tabbarana,
afferrò la parrucca della ragazza,
scippandogliela via
e scagliandola subito dopo sul pavimento.
Ma… vero è!!! Si udì da dietro.
Quella è Nunça Mytokha,
la Tampinara della vanella di Camiscuonzo!
Era la voce di Trippaminonda
il Lapardeo.
Ah, sì? E tu come la conosci? Disse un’altra voce.
Era la voce di Monna Agamìnnone.
Ma… ecco… tutti la conoscono,
ai Fori Tabernarii!
Malaqart si mise le mani nei capelli.
Ah, bene! Interruppe il discorso l’Imperatrice.
Si complotta qua, eh? Si trama alle mie spalle,
Tabbi’ Malaqart?
Mi mandi una Tampinara
pensando che me la sarei bevuta?
O ma che ci ha da dire ora? Solo perché è l’Imperatrice?
Sbottò Nunça.
Guardi che le Tampinare sono tutte brave ragazze! Ma non l’ho capito, ma!
Zitta tu!
Guardie! Armigeri!
Arrestateli tutti!
Si stava consumando un attentato alla mia persona,
qua dentro!
Tutti? Noi pure?
Esclamò interdetto il Lapardeo.
No, ma certo che voi no!
Loro, i traditori, vanno arrestati!
Voi mi servite ancora, amici miei cari!
Ah, mi pareva…
Si tranquillizzò il Lapardeo.
Trippaminonda…!!! Urlò Malaqart.
Chi è il traditore? Chi?!?
È un vostro Tabbiro regolarmente eletto,
caro il mio Malaqart…
sogghignò Augkunste.
E ai miei occhi la sua parola vale quanto la tua…
Anzi… da ora mi sa che è la tua a valere poco o nulla,
imbroglione di un Tabìxhero!
Quanto a voi, amici della Katapràsima,
potete riferire al nostro comune amico
del mio compiacimento…
Questa città forse merita ancora qualcosa,
tuttosommato…
Acqua… un poco d’acqua…
Disse Myshka lo Spardascio.
Su’kauru… e siamo in pieno invènno…
Ti piaceva di più la foresta pluviale?
Gli rispose Cheirhault.
Lì ce n’era, umidità, a tremila
insieme a Puncicape e Zapalioni…
Tra un po’ entreremo nel Deserto di Nun-ceh-Nuddhu:
peparatevi a soffrire, amici miei!
Dobbiamo razionare le scorte
per affrontare il viaggio:
a Petralixa c’è una piccola oasi
dove una sorgente d’acqua purissima
sgorga sotto uno dei bianchissimi costoni rocciosi.
Ci rifocilleremo lì.
Subito dopo riprenderemo il viaggio.
Il bianco abbagliante delle rocce di Petralixa
apparve in breve agli occhi dei tre pellegrini.
Eccoci arrivati! Esclamò Cheirhault.
Guardate! Guardate che mare!
Il Mare Magnum!
E che meraviglia a vederlo da quassù…
Yzle scese dalla groppa del Cerbotauro
e corse fino al ciglio del promontorio
da dove si squarciava una candida vertigine
di scogliere levigate e lucenti come panna montata,
morbide e dolci
su uno strapiombo al termine del quale
era una sottile spiaggia di sabbia finissima
e l’immensità del mare
che si sforzava a fare da cornice
a un quadro che appariva senza confini.
Il Mare Magnum…
ripetè tra sé e sé,
e il suo sguardo si disperse, lontano, all’orizzonte.
Acqua…
disse ancora Myshka lo Spardascio.
Scendiamo giù a bere! Disse Cheirhault il Cerbotauro.
Seguite me, e… attenti a non scivolare!
Il gruppo in breve si ritrovò giù in spiaggia,
alla Spiaggia delle Peterlische.
L’acqua che sgorgava da una piccola marna
era fresca, limpida e trasparente.
Bagnetto? Disse Cheirhault.
Vi va un bagno fuori stagione?
Oggi il sole è abbastanza caldo,
e potrà contrastare bene il freddo del mare…
Il mare è freddo, qua!
Eddai, proviamo! Disse Yzle.
Si ritrovarono tutti e tre in acqua
a saltare tra le onde
e schizzarsi a vicenda.
L’acqua del Mare Magnum era ghiacciata.
Spardascio…. ahahaha…. ti è diventato piccolo piccolo!
…Parrò ‘u Mandingo…
Ehehehe… a Menya mi chiamano ????????’?’???????
e non a torto… non temo né grandine né gelo…
Yzle tossicchiò.
Oops… pardon, Mademoiselle…
la stavamo buttando troppo in cameratesco!
Tranquillo, Maestro Cheirhault…
Rispose, ridendo, la Fanciulla di Heze.
Voi maschi sempre là finite…
anche i maschi di Cerbotauro…
Ahahaha… soprattutto, i maschi di Cerbotauro! Ahahaha!!!
I tre tornarono sulla spiaggia
e, dopo essersi asciugati,
si rivestirono.
Cheirhault si cosparse di grasso
e di olio lubrificante.
Questo, a motore fermo, pulisce tutto il carburatore
e il flussometro!
Sulla spiaggia, sotto una marna,
vi erano macerie che sembravano recenti,
lo scheletro di un gigante
che pareva essersi schiantato
lanciandosi dall’alto del promontorio.
Uhmmm… fece Cheirhault,
osservando quei resti.
Devono avere abbattuto qualche mostro,
da poco…
Chi? Chiese Yzle.
Qualcuno, evidentemente.
Accanto allo scheletro era una lapide in pietra
che era stata scolpita sulla roccia del niveo scoglio.
Vi era incisa un’iscrizione
e sotto, centrato, uno stemma.
…
«…ET IN SUCANIA EGO»
…
Così recitava l’iscrizione.
Cosa significa? Chiese Yzle.
Significa che siamo a una soglia.
Disse il Cerbotauro,
guardando prima la lapide
e poi osservando intorno.
Petralixa è la soglia di vari mondi:
la soglia tra Terra e Mare,
tra civiltà e barbarie,
tra il mondo conosciuto e il selvaggio ignoto!
Il Mondo termina molto prima di Finisterra, cara mia Yzle:
te lo dissi, e qui te lo confermo!
Questa lapide è antica,
più antica dello scheletro che le sta a fianco.
Lo stemma che vedi inciso giù in basso
è il Sigillo di Ainunpardepal.
Un… teschio? Balbettò Yzle.
Sì. Il Saggio Legislatore lo usava come memento
quando scrisse il suo famoso Codice
nell’Eremo di Sa’Kroza
a S’Antomenzo…
«Victi Sa’Kroza supram S’Antomenzum
ca ‘Npardepàl a id locum ci accomenzum…»
canticchiò Myshka.
Ehi, Spardascio! Si sorprese il Cerbotauro.
Non pensavo conoscessi le antiche canzoni
della Val di Mezzo!
Conosco tante cose… ridacchiò lo Spardascio.
Ho studiato alle scuole serali:
me le pagava mea mace,
bonarmuzza…
Ainunpardepal è stato qua. Riprese Cheirhault.
E qua ha fissato i limiti del mondo civilizzato.
Non è che ora ci spuntano altri mostri
da sopra il promontorio?
Si insospettì Myshka.
Non credo…
disse Cheirhault, continuando a guardare intorno.
Penso proprio che questo
fosse uno degli ultimi mostri rimasti…
Non ci facèssimo troppe fàvole però, eh?
Accà sèmo ‘ntà Sucàgna:
«Vini, vidi, et cuj fici fici…»
Anche questo diceva Ainunpardepal!
Uh, il “De Bello Papeloniae”!
Hai studiato anche quello?
Ho fatto le scuole serali, ti dissi…
Yzle tornò a guardare il Mare Magnum.
Era una tavola che squillava in tutte le sfumature degli azzurri.
L’orizzonte era di un blu intenso e profondo,
sembrava una nuvola lontana
che sanciva il limite con il cielo
confondendosi con esso.
C’è la mia Isola laggiù, lontano.
Disse.
Molto lontano. Disse Cheirhault, avvicinandosi a lei.
Forse troppo.
Yzle voltò lo sguardo
verso la sua sinistra.
Quanto dista Finisterra?
Non preoccuparti della distanza, le rispose il Cerbotauro.
Faremo provviste, per affrontare il Deserto
di Nun-ceh-Nuddhu.
E il Marabùc? Tu sai come trovarlo,
questo Marabùc?
Non dovrebbe essere molto difficile.
È l’unica presenza umana, là in fondo.
Il primo Umano che vedremo
-penso che sarà anche l’unico-
non potrà che essere il Marabùc
di Finisterra.
Certo, non so a cosa potrà esserci utile:
tu dici che così ha detto Sire Melvyl,
e noi stiamo seguendo le tue parole…
Noi Cerbotauri avremmo preso altre decisioni,
insieme ai Menayoti:
a noi piace essere più operativi.
Ma perché? Chi è questo Marabùc?
È un Santone.
Un venerabile vegliardo
che si è estraniato dal mondo
tanti, tantissimi anni fa
e vive solitario e meditabondo
a Capo Finisterra,
dove il Mondo è già terminato da un pezzo
e non c’è nulla che lo possa invogliare a ricominciare…
Un… Santone? È un vecchio Santone
colui che stiamo andando a cercare?
Sì.
Si fa chiamare Nu Baba.
O meglio, così ha lasciato detto al Mondo:
lì a Finisterra non c’è nessuno che lo chiama…
Nu Baba. Ripetè Yzle.
Se Sire Melvyl voleva che gli fosse portato Nu Baba
per risollevare le sorti della Val di Mezzo
doveva avere le sue buone ragioni…
E che ti devo dire? Rispose Cheirhault.
Se vuole Nu Baba
noi lo andremo a prendere
e glielo porteremo…
servito su un piatto d’argento! Ahahah!!!
Deve essere un Santone molto saggio e molto buono.
Riprese Yzle.
Certo, con tutto l’amaro che è stato versato a Sele
ci vorrà tanta Saggezza e tanta Bontà…
che potrà portare solo Nu Baba!
Se l’ha detto Sire Melvyl…
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NdA-
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A Thabixa fu più complicato del previsto
rimettere le cose in ordine.
Al Thabbùt era rimasto Aziz’àh-Mullallàh
e questo era stato occupato dai Tabixhardini.
Fu chiesto loro di far cessare l’occupazione,
ma invano.
I Tabixhardini chiesero garanzie in cambio del riordino della Repubblica,
ma forse non avevano ben chiare neanche loro
le motivazioni dell’occupazione.
E parlare con loro era molto complicato,
dacchè si esprimevano solo per slogan
e frasi fatte.
Ma dopo un po’ di argomentazioni
anche i Demotabixhardini cedettero,
e il gruppo dei Pentatellonta che gestiva il Dodecasterion
rassegnò le dimissioni.
Furono indette nuove elezioni
e si formò un nuovo Dodecasterion.
Malaqart rientrò al Thabbùt
e i Tabbiri gli conferirono l’onore
di tornare ad essere ancora Shaykh
eletto ad timpulas
come Reggitore del Nono Ashakataka.
Egli non fece certo salti di gioia,
ma si rimise al servizio della città e dei suoi concittadini,
che sempre aveva servito con spirito civico
e costante abnegazione.
E poi il Codice lo consentiva,
in quanto tra la precedente Reggenza e la Nona
erano intercorsi ben due Ashakataka.
Mi toccherano altri dodici anni,
disse al discorso inaugurale.
E cercherò di svolgerli al meglio delle funzioni.
Makhoùmm’n-Thabbùt…
Giunse da Adgaddu la statua di Atàkhete Alì Shaykh
Mo’Shallah
Reggitore dell’Ottavo Ashakataka
e fu sistemata alla Chiostra degli Ashakataka
insieme agli altri illustri Reggitori.
Pluvio Giansilla fu liberato
e venne emendata l’adbannatio che pesava sul suo capo
pronunziata dal Lapardeo.
Ma, in cambio, ne fu pronunziata un’altra
che venne accolta come legittima
dal resto del Dodecasterion.
Ma gli venne risparmiato il Tabbarana.
Fu invece interdetto sine die dai pubblici uffici
e condannato ai lavori socialmente utili
da svolgere presso i campi della Katapràsima
che vennero espropriati
per essere donati alla collettività.
Vi sarebbe sorto un parco pubblico
per la felicità e la ricreazione di tutti i cittadini.
Non erano passate neanche due dodecine
da quel giorno a Menya
sul Salamandro
e il Sole tornava a risplendere sulla Val di Mezzo.
L’Inverno era terminato.
Yzle era rimasta nascosta
in una grotta dell’entroterra
insieme al capitano Machalab.
La notizia della liberazione di Sele
e del riordino del Thabbùt di Thabixa
giunse in breve anche alle loro orecchie.
Fanciulla, si è fatto il tempo di uscire allo scoperto.
Le disse il Senzaterra.
Ora la Terra non ha più insidie per te
e per il tuo Tesoro.
Capitan Myshka sta dirigendo la mia nave
ancora verso le bianche scogliere
di Petralixa.
È là che ci incontreremo.
Sono già stata a Petralixa. La conosco.
È una soglia di vari mondi.
Già. Rispose l’uomo.
Sarà per te la soglia tra la Terra e il Mare,
tra l’inizio del tuo viaggio e la sua fine.
Yzle strinse ancora l’alabastro.
Finirà, dunque, il mio viaggio.
Tornerò al Mare,
infine…
Sarà una tua scelta. Continuò Machalab.
Puoi sempre decidere di rimanere a Terra.
Se lo farai, non te lo impedirò.
Ti chiederò soltanto di consegnare a me il Tesoro:
penserò io a disperderlo nel Mare Magnum.
Cosa? Sobbalzò Yzle.
È troppo pericoloso lasciarlo qua.
Il Mare saprà esserne custode,
per i secoli a venire.
Io… io ho fatto una promessa.
E la devo mantenere.
No, Capitano: tocca a me la sorte dell’alabastro,
è un mio compito.
E io so dove seppellirla.
Machalab non le rispose.
Giunsero in breve a Petralixa,
e scesero giù alla Spiaggia
delle Peterlische.
Alle loro spalle era il bianco abbagliante delle rocce,
e davanti ai loro occhi l’azzurro profondo del Mare.
Un puntolino nero screziava l’orizzonte
e andava ingrandendosi sempre più alla vista,
avvicinandosi.
Ecco la mia nave! Disse il Capitano.
? ????????…
la mia pentecontera!
Un fischio dall’alto distrasse la loro attenzione.
Erano Cheirhault e Herwin Clay
che erano giunti lì da Fondovalle.
Phyxhypàx!
Esclamò il Comandante dei Menayoti.
Shayn’a-Phyxhypàx! Gli fece eco Cheirhault.
Oggi è il Giorno di San Pescepàscua,
e domani sarà l’ultimo giorno d’Inverno!
Torna l’Estate,
infine!
Comandante! Esclamò Yzle, emozionata,
nel vedere la sagoma di Herwin Clay
stagliarsi sul profilo del promontorio.
Che gioia rivedervi!
I due scesero in spiaggia
e Yzle corse verso di loro.
…Comandante! Maestro Cheirhault…!
Machalab rimase sulla battigia,
osservandola.
La nave era ormai prossima alla riva.
Nostromo! Urlò Capitan Myshka.
Riduciamo l’abbrivio! Ormeggiamo di poppa,
si va alla poggia!
Cala, Foliè!
Folieppe il Baldascio lanciò una cima
che atterrò in spiaggia, schioccando sulla schiuma delle onde.
Machalab la raccolse
e le diede due giri di scotta su un masso affiorante.
Myshka saltò sulla cima, appollaiandovisi,
e scivolando rapido sulla rena.
Aveva alla cintura un mazzo di chiavi e chiavistelli
che intonavano danze metalliche e risonanti
nell’accompagnare la sua manovra.
Le sciolse e le lanciò al Senzaterra,
che le afferrò al volo.
A te le chiavi d’? ????????, Capità… ho stato bravo a ormeggiarla?
Bravissimo, Myshka! Un autentico Lupo di Mare!
Gran bella nave. Disse Herwin Clay,
osservando le vele quadre
il cui colore nero, lucido e specchiato,
giocava a creare riflessi con il nero metallizzato delle murate.
È una fuoriserie. Rispose Machalab.
Non ne trovi, transoceaniche così,
ai Cantieri Navali di Sele…
Abbiamo speso anni per realizzarla
e rifinirla.
Complimenti… Dovevate avere in mente un lungo viaggio…
L’hai detto, Herwin Clay.
Un viaggio senza ritorno verso un Mondo Nuovo
per il quale ci serviva la più potente e inaffondabile
tra tutte le imbarcazioni mai realizzate!
Herwin Clay si rivolse a Yzle.
Ti lascio in buone mani, mi pare.
Con questa il Mare Magnum sarà una passeggiata…
o quasi…
Myshka! Esclamò Cheirhault il Cerbotauro.
Tu che fai? Ti imbarchi?
Yuò? Rispose Myshka.
Nz’.
No, il mio l’ho già dato.
Io non sono Senzaterra come loro:
ce l’ho, la mia Terra, a Myshkaton,
dove è un po’ che non ci torno
e ora ci vorrei andare a riposare
e ci devo portare i fiori a mea màce,
ad Aci Tuna…
Ah, la Val d’Alà! Disse Cheirhault.
Ma lo sai che ti dico?
Magari vengo con te
e mi porto pure mia moglie e i miei figli:
non la conosco, la Val d’Alà,
e un viaggetto proprio ora ci starebbe benissimo!
Mio figlio sta crescendo,
e devo cominciare a fargli conoscere il Mondo!
Per mea va buono. Attento a non perderti il puledro, però,
taliatìllo buono…
Ahahaha!!! Tranquillo, tanto c’è anche lo zio Myshka…
giusto?
E giusto, và… giusto giusto!
Yzle si avvicinò a Herwin Clay
e gli prese le braccia.
Herwin Clay… Cly…
ecco, io…
Herwin Clay le strinse le mani.
Io… volevo dirti…
So cosa hai da dirmi, Yzle.
L’Amore vince ogni cosa,
perfino la Morte:
è dunque tempo di far trionfare l’Amore!
Io… sì, l’Amore…
Entrambi la amammo, riprese il discorso il Comandante,
e entrambi le volemmo un sacco di bene:
ma lei non era nata per appartenere a questa Terra.
Troppo grave era il fardello
che portava il suo Destino.
Yzle prese ancora l’alabastro tra le mani
e scoppiò a piangere.
Lei è con me, ora:
se non avessi intrapreso questo mio viaggio
tutto ciò non sarebbe accaduto…
e il Destino a me affidò questo compito!
A me tocca ora di tornare a Sele. Disse Herwin Clay.
Ci sono i miei genitori, là,
che da troppo tempo attendono il ritorno di un figlio.
Devo tornare a essere il figlio che fui
e che le vicende di questa storia avevano cancellato.
Io, invece… continuò Yzle,
devo portare a compimento il mio viaggio.
Sì, Yzle.
La nave è lì che ti attende.
Se non salpassi…
Yzle!
Se questa nave salperà e tu non vi salirai,
sai che te ne pentirai!
Forse non oggi, forse non domani,… ma presto…
e, forse, per il resto della tua vita!
Allora, riprese Yzle asciugandosi le lacrime,
allora questo… è… un addio?
Credo proprio di sì. Rispose il Comandante.
Il Nostromo aveva calato una passerella di legno dallo specchio di poppa
e il capitano Machalab la aveva fissata a terra.
Possiamo salire. Disse.
Sì, Capitano. Rispose Yzle.
Un attimo ancora.
Disse, e si diresse verso la base della bianca marna
dove era la lapide che aveva visto tempo prima
quando, con Cheirhault e lo Spardascio, erano diretti verso Finisterra.
Cercò una selce levigata
e, trovandone una abbastanza appuntita
iniziò a incidervi su alcune scritte.
Con un’altra pietra piatta lavorò di cesello
e terminò il lavoro spolverando l’incisione
e controllando la dicitura.
«Io, Yzle di Heze
sono stata qua.
E da qua ho scelto di staccarmi dalla Terra
e ritornare al Mare.
Per Sempre.»
Anche Yzle di Heze è stata qua. Disse.
E questa Terra lo ricorderà, stai certa.
Le rispose, da dietro, il Maestro Cheirhault.
Per sempre!
Issate la bandiera sul pennone! Comandò il capitano Machalab.
Un nero stendardo spiccò sull’albero maestro della pentecontera,
contorcendosi e distendendosi ai ripetuti schiaffi del vento.
Yzle guardò lo stemma che vi campeggiava al centro.
Ma quello… quello è il Sigillo di Ainunpardepal!
Sì, Fanciulla. L’hai detto.
Il Sigillo di Ainunpardepal
è anche il nostro stemma.
Quel sigillo è una bandiera
che vuol dire Libertà!
Urrà! Urrà!
Esclamarono, dalla poppa della nave,
Folieppe il Baldascio
e Fetenzio il Margiata.
Yzle salì sulla passerella
e, arrivata a metà della sua lunghezza,
si voltò indietro.
Addio, Cly…
Addio, Yzle.
È stato per me un onore poterti conoscere
e condividere la mia storia insieme a te.
Abbi cura del nostro Tesoro,
che sarà da ora in poi il tuo Tesoro…
Addio!
Nessuno qua, nella Val di Mezzo e oltre,
potrà mai dimenticarti!
Levate l’ancora! Disse il Nostromo.
Si parte!
Gli sguardi dei due rimasero intrecciati
finchè la vista della nave all’orizzonte e della costa dalla nave lo consentì.
Herwin Clay continuò a guardare il mare
cercando in ogni macchiolina nera che scorgeva, tra le onde,
la sagoma della nave.
Finchè non riuscì a scorgere più nulla.
È tornata a essere Isola, infine.
Disse al Maestro Cheirhault.
È tornata ad appartenere al Mare.
Cinquantacinque giorni trascorse in tutto Yzle
nelle terre tra Fondovalle e la Terra di Nessuno:
per trentatrè di questi giorni
viaggiò da Finisterra a Xhiacablanca
per arrivare infine a Menya
sul Salamandro;
gli ultimi ventidue giorni
li trascorse nascosta in una caverna
ai Ghirisinni di Quisisquigna
insieme a Machalab il Senzaterra.
Era terminato l’Inverno,
e l’Estate era ormai prossima.
Ed era quello il centoquarantatreesimo giorno
da quel giorno in cui Yzle scelse di abbandonare la sua Isola
nel Mare Ezecheo
per intraprendere il suo viaggio
verso le rotte del Mare Magnum.
Yzland (III parte) testo di Il Girfalco