Basta un filo di dolore perché le umili macerie di un tempo intimo e nostro vengano in superficie, basta un'occasione qualunque, quelle in cui torniamo a vivere, in profondità. Potrebbe essere una stanza chiusa, una soffitta umida e ingombra di memorie, o un cassetto in cui spuntano le ginkane di anni, mozziconi di lapis, vecchie foto di documenti scaduti, stilografiche ancora in astuccio,intonse, regali di laurea, di chi? E' tutto così vivo e insieme morto. Perché la memoria è ambivalente, vuole e non vuole, ricorda e dimentica, come il mare porta a riva cose e poi le insabbia alla risacca. E i volti così vividi, poi così sbiaditi, dove sono? E noi che inventiamo nomi, divinità soppresse, vite ingovernabili, per una forma di pietas verso noi stessi! Basta a volte un filo di dolore per farci rientrare nella nostra fortezza, sicura come una prigione.
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