L'uovo

scritto da brunotraven2016
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Autore del testo brunotraven2016

Testo: L'uovo
di brunotraven2016

“Ritengo che la cosa più misericordiosa al mondo sia l'incapacità della mente umana di mettere in correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una placida isola di ignoranza nel mezzo del nero mare dell'infinito, e non era destino che navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno finora nuociuto ben poco; ma, un giorno, la connessione di conoscenze disgiunte aprirà visioni talmente terrificanti della realtà, e della nostra spaventosa posizione in essa che, o diventeremo pazzi per la rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo".”

Howard Phillips Lovecraft

 

 

 All’inizio Luca pensò di essere ancora dentro al sogno. L’uovo era lì, perfetto, con quel guscio bianco e lucido, appoggiato sul lenzuolo accanto a lui. Non aveva mai visto un uovo di quelle dimensioni: era alto almeno trenta centimetri. Si chiese subito come quell’uovo fosse finito nel suo letto, naturalmente. Pensò subito ad uno scherzo, ma scartò subito quell’ipotesi perché viveva solo, in quella casa.  

Si sedette sul letto, fissandolo, e una domanda assurda gli attraversò la mente:
«L’ho fatto io?» pensò, e appena formulò l’idea gli venne da ridere. Che cosa era diventato?... una chioccia che di notte deponeva uova?

Provò a ricordare il sogno. Gli tornò alla mente una luce che descriveva una specie di movimento ellittico e poi un battito di ali, un frullio subitaneo.

E per tutta la durata del sogno come la sensazione che qualcosa dentro di lui si facesse spazio e crescesse. Ora, da sveglio, quella sensazione persisteva: si sentiva leggero, ma anche pieno di una strana e inspiegabile energia.

Decise di prenderlo in mano. Era tiepido. E quando lo avvicinò all’orecchio, giurò di aver sentito un suono: un piccolo tic-tic, come se qualcosa all’interno stesse provando a uscire. Un brivido gli corse lungo la schiena. Non sapeva se dovesse romperlo o proteggerlo… come una chioccia, appunto, e gli venne da ridere di nuovo.

Alla fine, lo mise in una ciotola sul pavimento e si sedette davanti a lui, aspettando, chiedendosi cosa e quando sarebbe successo, e se si fosse aperto. Decise di non dire niente a nessuno. Continuò la solita routine quotidiana, fatta di lavoro e casa, casa e lavoro, e nient’altro. Nei giorni successivi cominciò a provare verso quell’uovo una specie di attaccamento, un sentimento difficile da definire: come se fosse il suo tesoro. Giustificava questo suo atteggiamento pensando che, seppur ne ignorasse la provenienza, era comparso a casa sua, e in un certo senso era suo di diritto.

Quando era al lavoro, non vedeva l’ora di tornare a casa per guardarlo.
«Luca, cosa fai questo fine settimana?» gli chiese Marco, operaio come lui alla catena di montaggio della fabbrica.

«Oh, niente. Mi riposerò e guarderò un sacco di film… non mi va di uscire in questo periodo.»

«Sei sempre il solito orso, eh?»

Quando tornò a casa, guardò il suo uovo e gli venne un’idea: lo tolse dalla ciotola, non gli piaceva quella posizione orizzontale, gli pareva che non dovesse essere quella la posizione ideale. Così gli preparò un giaciglio, fatto con un po’ di paglia trovata in una stalla abbandonata in campagna. Costruì anche una specie di sostegno in legno: tre assi tagliate e inchiodate in modo da creare una base ma con delle specie di mezzelune della forma dell’uovo in modo che vi si appoggiasse e restasse verticale. In modo tale anche che non corresse il rischio di rompersi.

Il senso di accudimento che aveva provato cresceva di giorno in giorno, e Luca giunse a provare dei sentimenti materni: andava lì e lo accarezzava, come se fosse una creatura e non una cosa inanimata come in effetti era. Sentiva anche crescere dentro di sé una certa autostima, come se l’atto stesso di prendersi cura dell’uovo lo rendesse più forte, più sicuro di sé.

Qualche giorno dopo fece un altro sogno: gli apparve una vecchia che gli disse che avrebbe dovuto aver cura dell’uovo, e che gli avrebbe portato fortuna.
Quando si svegliò, la giornata era piena di sole, e in quel momento guardando fuori dalla finestra si dimenticò dell’uovo e per poco scendendo dal letto non gli prese contro. Chissà perché, provò un senso di repulsione: tutto gli sembrava assurdo.
«Sto impazzendo… che cavolo ci faccio con quest’uovo?» gridò nella stanza.

Devo assolutamente riprendere la mia vita, uscire da questa bolla che mi sono costruito con quest’uovo, pensò.

Così pensò di sbarazzarsene e lo portò in un bosco. Non voleva fargli male, voleva solo che uscisse di casa e non vederlo più. Nel bosco vide un vecchio che stava trasportando delle fascine di legno e che appena lo vide domandò:
«Ehi, cosa stai facendo?»

«Cosa gliene importa?» rispose Luca, cercando però di tenere nascosto l’uovo.
«A me nulla. Però sappi che la vecchia del sogno aveva ragione… quell’uovo di cui cerchi di disfarti sarà importante nella tua vita. Ma lo capirai dopo. Ti consiglio di tenerlo.»

«Si faccia i fatti suoi!» lo apostrofò Luca, continuando la sua strada nel bosco con l’uovo.

Poi arrivato vicino ad una specie di grotta appoggiò l’uovo su di un piccolo prato e se ne andò. Ma mentre tornava a casa, pensò alle parole del vecchio e a come fosse strano che sapesse della vecchia del sogno: era una coincidenza troppo strana per essere insignificante. Doveva meditarci sopra. Così tornò sui suoi passi e riprese l’uovo e lo riportò a casa, rimettendolo sul giaciglio.

Quando fu a casa era già sera, non aveva fame e così si mise sotto le coperte dopo aver acceso il termosifone. Si stava bene sotto la trapunta che gli aveva regalato sua madre a Natale, poi gli venne da andare in bagno e scese a piedi nudi dal letto accorgendosi che il pavimento era gelato. Una volta a letto guardò verso il giaciglio e così scese di nuovo dal letto e issò l’uovo deponendolo con cura nell’incavo dentro le coperte dove grazie al suo corpo si era creata una zona calda e disponendosi dietro, in posizione fetale, lo abbracciò.

Dopo un po' sprofondò nel sonno.

Quella notte sognò un grande cuore che batteva, batteva senza sosta come un maglio che ripetutamente si alzava ed abbassava freneticamente nella sua breve corsa.

 

Il giorno dopo, quando si risvegliò depose l’uovo nel giaciglio e andò a lavorare. Quando tornò trovò l’uovo distrutto e ridotto in tanti frammenti. Osservò che non vi ne erano tracce di liquido né sul giaciglio né sul pavimento. C’erano solo delle piume a terra, che Luca seguì fino alla finestra aperta. Fuori, nel giardino, vide che vi erano delle impronte, che partivano da sotto alla finestra e che proseguivano verso il bosco.

Allora l’uovo conteneva una creatura, non c’erano dubbi.

Si diresse al bosco, guidato da una curiosità febbrile e da un vago senso di colpa, come se avesse abbandonato un figlio. Le tracce sul terreno erano strane: impronte piccole, di un animale sconosciuto, almeno per Luca. Sembravano tre punte allungate, come dita sottili terminate da artigli, e ogni tanto, accanto a esse, comparivano piccoli segni circolari, come di ventose.

Le seguì fino a una radura. Lì, il silenzio era assoluto. Persino il fruscio delle foglie sembrava trattenere il respiro. Poi, tra due tronchi, la vide.
La creatura era rannicchiata su sé stessa, come se il mondo le pesasse addosso. Il suo corpo era coperto da una pelle iridescente, che cambiava colore a seconda della luce — dal verde smeraldo al blu profondo, fino a riflessi dorati che sembravano pulsare di vita propria. Aveva occhi enormi, completamente neri, lucidi come vetro bagnato, e quando li aprì su di lui, un brivido gli corse lungo la schiena: c’era paura, ma al tempo stesso una fede cieca che non le avrebbe fatto del male.

Lo guardò, inclinando la testa come un bambino curioso. Poi emise un suono: una specie di trillo dolce, breve, quasi musicale. Luca si accovacciò lentamente, cercando di non spaventarla.

«Ehi… tranquilla. Non ti farò del male.»

La creatura si mosse in avanti con passo incerto. Aveva zampe posteriori simili a quelle di un gatto, ma terminanti in piedi palmati, come se fosse fatta per muoversi anche nell’acqua. Quando fu abbastanza vicina, gli toccò la mano con una delle sue dita sottili. In quel momento, Luca capì: quella cosa sapeva chi era.
Forse, in qualche modo, era nata da lui ed era per questo che lo accoglieva come un amico, pensò.

La osservò meglio. Sotto la pelle iridescente, qualcosa si muoveva: piccoli bagliori, come stelle che si accendevano e spegnevano al ritmo del suo respiro. Sulla fronte, al centro, c’era un segno — una spirale luminosa, la stessa che aveva visto nel sogno, quando la vecchia gli aveva parlato.

Luca la portò a casa, avvolta in una coperta come fosse un neonato. Non opponeva resistenza, anzi, sembrava fidarsi di lui. Durante il tragitto non smise di guardarlo con quegli occhi neri, profondi come pozzi, nei quali sembrava di intravedere qualcosa di inspiegabile: un’intelligenza e, insieme, una tenerezza disarmante.

La sistemò nella stanza dove prima c’era l’uovo. Accese la lampada e le parlò piano, quasi temendo di romperla con il suono della voce.
«Ti serve qualcosa? Hai fame?»

La creatura inclinò la testa, poi fece un piccolo verso, come un suono di flauto. Si avvicinò al tavolo, toccò una mela e la annusò, poi ne prese un morso minuscolo.
Luca sorrise.

«Quindi mangi la frutta, eh?»

Nei giorni successivi si creò una sorta di routine. Luca andava al lavoro e lei rimaneva in casa. La trovava sempre intenta a osservare le cose: lo specchio, le fotografie, la pioggia alla finestra. Sembrava comprendere tutto, anche senza bisogno di parole.

Quando tornava, gli correva incontro, emettendo quel trillo gioioso che ormai era diventato la sua musica preferita.

La chiamò Lyra.

Una sera, mentre sedevano sul pavimento, Luca le disse:
«Sai, non ho mai avuto nessuno con cui parlare davvero. Gli altri… non capiscono. Dicono che sono strano.» Lei si avvicinò e posò la testa sul suo braccio. Passarono settimane. La casa non era più silenziosa. E per la prima volta dopo anni, Luca si sentiva… vivo. A volte pensava che l’uovo non fosse un dono, ma una prova: un modo perché imparasse ad amare, davvero.

Ma un pomeriggio, tornando dal lavoro, trovò la casa vuota.
Niente Lyra. Sul pavimento, solo una finestra socchiusa e alcune scaglie iridescenti.

Uscì di corsa, chiamandola a gran voce. Nessuna risposta. Poi, al bar del paese, sentì due ragazzini parlare:

«Hai visto quella cosa nel bosco? Sembrava un mostro!»
«Sì, l’abbiamo presa a sassate, ma è scappata! Che paura!»

Il sangue gli si gelò nelle vene. Prese una torcia e corse nel bosco, lo stesso dove tutto era cominciato. Il cielo stava diventando viola, e il vento fischiava tra gli alberi.
«Lyra!» urlò.

Un fruscio, poi un lamento sottile. Seguì il suono, inciampando tra radici e foglie bagnate.
La trovò ai piedi di una quercia. Le ali erano strappate, la pelle iridescente macchiata di sangue scuro. Si inginocchiò accanto a lei, tremando.
«Lyra… no, no, no…»

Lei sollevò appena la testa, gli occhi ormai opachi.

«Perché? Perché sei uscita di casa? Ti avevo detto di restare al sicuro!»
Le sue lacrime cadevano sul volto della creatura.

«Ti porto a casa, ok? Ti curerò, tutto andrà bene.»

Lyra scosse piano la testa. Allungò la zampa — o qualunque cosa fosse — e gli mise qualcosa nel palmo: una piccola pietra liscia.
Luca provò a dire qualcosa, ma la voce gli morì in gola. Lyra fece un ultimo respiro profondo, e poi morì.

Rimase a lungo immobile, con lei tra le braccia. Il bosco era di nuovo silenzioso, ma non più come prima. Da allora, quella pietra la porta sempre con sé. Ogni volta che il mondo gli sembra ostile, o che sente gli sguardi degli altri pesargli addosso, stringe quella pietra — e allora smette di aver paura.

 

L'uovo testo di brunotraven2016
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