Ho predato un’altrui mente e pure il ventricolo sinistro di un cuore
ma nessuno s’è avvicinato per reclamarli,
hanno preferito l’incondivisione e una valvola sintetica
per non giustificare simbiosi intellettive e battiti accelerati
da ogni parola veleggiante tra reciproci versi scomposti.
Ora so che quel cuore non sa che farsene dell’amore intracranico
è da tempo che il mondo intero non lo riconosce più,
ma lo stesso mi ritrovo con il muscolo bradicardico,
rallenta e s’inceppa, poi s’impenna senza scampo.
Ho pensato che potrei utilizzare il ventricolo rubato,
ma non combacia più con la metà esausta del mio.
Me ne sto così alla finestra e guardo il cielo involarsi via,
sapendo solo che la metà di un pensiero non basta per raggiungerlo
e con la parsimonia di un cecchino con pochi colpi in canna,
vorrei domare le scintille di rabbia e delusione ma invece le ravvivo, dentro,
nel più profondo e oscuro antro che dà voce, non più flebile, al mio centro.