Io sono un uomo razionale, tutti i giorni indosso il mio vestito, la mia cravatta buona, e mi reco in ufficio.
Io sono un uomo razionale, tra i numeri e le scartoffie trovo la mia pace.
Io sono un uomo razionale, le emozioni mi confondono, i sentimenti anche, alcuni dicono che non so amare, ma non è vero.
Io amo.
Amo il mio lavoro, il mio vestito e la mia cravatta buona.
La mia vita è monotona, ma non in senso negativo, tutto è come deve essere, tutto segue un ordine prestabilito.
Non ho mai tenuto una donna tra le mie braccia, non ho mai desiderato condividere il mio letto con un'altra persona, non ne sento il bisogno.
Lo scorso maggio peró, la mia adorata routine si sgretoló davanti a me con un solo piccolo evento.
Uscii dalla porta di casa, con le chiavi della mia auto nella mano destra, facendole roteare lentamente, una volta verso sinistra e due volte nel senso contrario.
Le chiavi mi caddero.
Nel momento in cui toccarono il suolo, il tintinnio mi stordì.
Le raccolsi, dicendo a me stesso che non era niente di grave, ma ora, ripensando a ció che successe in seguito, mi sembra un presagio così orrendo!
Voi starete pensando a come possa un mazzo di chiavi rovinare la vita di un uomo, ma quella distrazione, quel piccolo errore precede una serie di altri cento errori, che quando aprii gli occhi quella mattina non mi sarei mai aspettato di commettere.
Entrai comunque in macchina, inserii le chiavi maledette e partii. La strada che conoscevo a memoria, che percorrevo ogni giorno, mi sembrava il vicolo di un paese straniero. Il bar all'angolo sembrava un altro, la fioraia sembrava aver spostato il suo carretto di qualche metro, la prostituta che rientrava a casa sembrava essere un'altra donna.
Io sono un uomo razionale, ma osservo.
Io sono un uomo razionale e attento.
Eppure, quel giorno, per la prima volta, commisi un errore madornale.
Non pensate di me che sia un uomo triste, o malvagio.
Io non avevo alcun bisogno di affidarmi al dubbio conforto dell'amore umano.
Ero autosufficiente.
Dalla mia automobile il viale alberato sembrava stranamente infinito, tutte le case erano uguali, perfettamente distanziate, i giardini e gli alberi perfettamente curati.
Tutte queste presunte diversità mi stavano facendo impazzire.
Fermai istericamente l'auto, uscii e mi catapultai in strada, come un pazzo.
Volevo capire cos'era che mi disorientava, cosa c'era di diverso, ma nulla.
Gli alberi erano sempre della stessa altezza, le case dello stesso colore, le tende sempre chiuse.
"Forse non ho dormito bene questa notte." Pensai. "Stasera prima di stendermi a letto devo bere una tazza di camomilla."
Salii nuovamente nella mia gabbia di metallo, rimisi in moto e, deciso a non effettuare nuove soste, mi recai in ufficio.
Varcai la mia porta scura, e seduto sulla mia sedia di pelle trovai un bambino.
Il piccolo essere umano era paffuto, il muso sporco di cioccolata, e gli occhiali storti.
"Chi sei?" Gli chiesi con voce tremante
"Tu ti chiami Thomas vero?"
Senza riflettere molto accennai un sì con il capo, anche se credevo fosse tutto frutto della mia immaginazione.
Il fanciullo riprese a parlare e disse:"Sono tuo fratello."
Il suo viso era candido, un sorriso innocente, le guance rosee e gli occhi brillanti.
Poi mi fermai a pensare.
"Scusa credo che ti stia sbagliando, mia madre è morta anni fa, e non ho mai conosciuto mio padre."
"Tu no, ma io si. La mia mamma è morta dandomi alla luce, così mi ha cresciuto papà. Lui è andato dalla mamma un mese fa, e secondo il suo testamento ora il mio tuttore sei tu!"
"Tutore vorrai dire! E comunque scusami ma credo che sia impossibile!"
Cercai di indicare al bambino sporco di cioccolata la porta, ma lui si alzó e mi diede una busta.
Era pesante, la carta era ruvida, l'inchiostro l'aveva ormai penetrata per sempre.
"Questo è il testamento di papà, e dentro c'è una lettera per te, Thomas. Oggi dovrebbe chiamarti un avvocato per firmare delle carte. Hai un letto anche per me vero?"
Detto ció il marmocchio si fermó ad osservarmi, con un mezzo sorriso sul volto.
"Sai Thomas, anche papà aveva il naso storto come il tuo!"
A chiunque questa frase potrebbe risultare offensiva, anche a me in genere, ma quel piccolo uomo alto mezzo metro mi aveva appena informato dell'esistenza di mio padre.
Aprii tremolante la busta, estrassi il testamento di mio padre e iniziai a leggerlo.
"Si chiamava Dylan."
"Si, perchè?"
"Io mi chiamo Thomas. Dylan Thomas è il mio poeta preferito."
Il bambino sorrise, e mi strinse la mano.
"Vuoi che ti lasci un pó da solo?"
Volevo dirgli di sì, volevo cancellare quell'evento dalla mia mente, volevo tornare alla mia amata normalità, ma non riuscii a dire nulla, strinsi solo più forte la sua piccola manina profumata.
Dopo aver letto il testamento di Dylan estrassi il piccolo pezzo di carta che vi era nascosto timidamente all'interno.
"Ciao piccolo Thomas, non so se leggerai mai queste poche righe, probabilmente non avró mai il coraggio di venirtele a consegnare di persona. Io sono il tuo papà. Ti prego non pensare che io voglia entrare nella tua vita adesso, dopo tutti questi anni, mi rendo conto da solo che non ne ho il diritto, e mai potrei averlo. Voglio solo che tu sappia peró che penso a te tutti i giorni. Ti immagino con il grembiule della scuola materna, con un buffo vestito di Halloween, con la toga nel momento del tuo diploma. Vuoi sapere perchè non ho mai eseguito il mio compito di padre? Il 25 dicembre di tanti anni fa incontrai tua madre, la donna più bella del cosmo, e me ne innamorai. Trovai il coraggio di offrirle da bere, nascondendomi dietro il barista, lei prese in mano il drink, si voltó verso di me e mi sorrise. Mai un essere potrebbe eguagliare lo splendore di quel sorriso. Dopo quella sera lei scomparve. 9 mesi dopo mi scrisse una lettera, e nella busta trovai una foto. Quella foto ora è all'interno di questa busta, se vuoi vederla. Eri tu. Un piccolo pargoletto roseo che piangeva. Volevo raggiungerla, prendermi le mie responsabilità, ma lei mi disse che era ormai in Europa, e che non mi aveva scritto per condividere questa meraviglia, ma solo per informarmi. Da allora ogni volta che potè mi invió le tue foto, le impronte dei tuoi piedini, i tuoi disegni, finchè un giorno smisi di avere tue notizie. Chiamai e scoprii che tua madre, la donna che amai con tutto me stesso quella notte, era morta. Avrei voluto scriverti, venire a trovarti, darti conforto. Ma come potevo? Tu non sapevi nulla di me, non ho avuto il coraggio di piombare nella tua vita in un momento tanto orribile. Da allora ho sempre rinviato, cercando di trovare il coraggio di bussare alla tua porta, senza mai riuscirvi. Ti prego perdonami. Sappi peró che come ho amato te, non ho amato nessuno, anche se non ti ho mai tenuto tra le mie braccia, anche se non ho mai annusato la tua pelle.
Ti amo Thomas, e anche se non vorrai io saró per sempre affianco a te.
Spero di vederti un giorno, Papà."
Senza accorgermene stavo piangendo, bagnando con i miei lacrimoni la carta ingiallita.
Quella lettera era stata scritta anni e anni fa, probabilmente qualche mese dopo la morte di mia madre.
Avrei voluto abbracciare quel bambino, il piccolo essere paffuto che mi aveva donato nella sua piccola mano il mio papà, l'uomo che mi è sempre mancato, ma mi accorsi di odiare quel bambino. Lui aveva avuto tutto, gli aveva cambiato i pannolini, letto le favole, insegnato ad andare in bicicletta, aiutato con i compiti e i progetti scolastici, mentre io non avevo mai avuto niente, solo futili fantasie.
Avrei voluto picchiarlo, fargli provare il dolore che io ho sofferto per tutta la vita, ma sono un uomo razionale, quindi non lo feci.
Chiesi un giorno di permesso, presi il piccolo zaino del bambino e lo portai nel mio appartamento.
Lo feci sistemare nel mio letto, mentre io portavo cuscini e coperte sul divano. "Possiamo dormire insieme se vuoi, questo letto è troppo grande per me." Mi disse in tono gentile.
"Io non ho mai dormito nello stesso letto con un altro essere umano, mi dispiace ma non posso. Per ora dormirò qui, poi troverò un'altra soluzione."
Cercavo di immaginare a come si sarebbe comportata mia madre in quella situazione. La mia dolcissima madre.
Era una donna straordinaria. Piena di vita, forza, coraggio, voglia di dimostrare chi fosse, mentre io in quel momento mi sentivo completamente succube e passivo agli eventi. "Potrei essere un bravo fratello per questo bambino, potrei essere un papà di ricambio, ma come posso volergli bene?" Pensai mentre vedevo i suoi occhi chiudersi lentamente in un sonno sereno.
Quel bambino aveva perso suo padre, l'unica persona che aveva affianco, e si è ritrovato affidato ad un estraneo che geneticamente è suo fratello, ma che in realtà non è nessuno.
Presi con le mani stanche e tremanti il bollitore, con l’intenzione di prepararmi una camomilla. Come avrei potuto dormire altrimenti?
“Mamma, se puoi sentirmi, ti prego, ti supplico, dimmi cosa devo fare! Cosa potrei mai offrire ad un orfano? Perché mi hai tenuto nascosto mio padre per tutta la vita? Come riuscivi ad essere cosi forte? Io non lo sono. Sono debole, fragile, inconsistente. Cosa dovrei fare?”
E senza accorgermene stavo urlando e piangendo dal dolore.
Per la prima volta in vita mia ho capito cosa significasse essere soli al mondo.
Non avrei mai potuto prendermi cura di quel bambino. Non sapevo neanche il suo nome.
Doveva andare a scuola, comprarsi dei vestiti, avere una scrivania su cui disegnare e dei giochi con cui passare il tempo.
Perché dovevo sopportare quel fardello?
Iniziai a piangere. Senza riuscire a fermarmi. Senza capire se il mio dolore fosse rabbia, frustrazione, tristezza, senso di inadeguatezza o addirittura altro; come vi ho già detto non sono mai stato bravo a distinguere le mie emozioni, non ne ho mai sentito il bisogno.
“Vuoi della cioccolata?” sussurrò una voce alle mie spalle.
“Cioccolata?” risposi quasi urlando al bambino. “Cosa dovrei farci con la cioccolata?”
“Fa venire il buon umore. E tu sei triste.” rispose timidamente quel volto paffutello, porgendomi un pezzettino di cioccolata al latte.
Senza discutere la presi, e lentamente avvicinai quel piccolo cubo profumato alle mie labbra. Aveva ragione. In un momento mi sentii più sereno.
“Dovresti essere nel letto. Ti ho svegliato io?” gli chiesi con voce colpevole.
“Si, ma non preoccuparti. Per te non deve essere facile.”
Non ebbi il coraggio di rispondere, ma mi lasciai sfuggire un sospiro pesante e affaticato dalle urla, dal pianto e dal dolore.
“Se vuoi conosco un signore che era molto amico di papà. Potresti parlare con lui, cosi potresti conoscerlo meglio.”
Senza riuscire a controllarmi, sorrisi.
Non riuscivo a comprendere come quel piccolo essere, che aveva perso tutto ciò che aveva, che ora si trova con un estraneo che non avrebbe mai voluto incontrarlo, che viveva lontano da casa sua, potesse essere cosi gentile. Io probabilmente non avrei dato spazio a nulla e nessuno. Avrei continuato la mia vita come sempre. Come quando mia madre morì.
L’amavo moltissimo, ma non riuscii a piangere. Si era liberata di una terribile malattia. La sua morte fu un miracolo sceso dal cielo.
Il sole era caldo, quel caldo che scalda le ossa e l’anima.
Le rose erano appena fiorite e il loro profumo inebriava tutto il quartiere. I colori erano nitidi, tenui, rassicuranti. Tutto andava bene. Lei poteva andarsene con tranquillità. Era serena. Aveva avuto tutto ciò che desiderava. Mi aveva scritto una lista di tutte le cose che voleva fossero in casa quando il suo momento sarebbe arrivato.
Rose gialle, rosa e bianche. Tulipani, di tutti i colori possibili. Fragole, arcobaleni e ombrelli colorati.
Voleva anche la neve, ma in quel compito ho fallito.
Al suo funerale c’erano decine e decine di persone. Colleghi, amici, ex fidanzati. Mia madre era una persona amata da tutti, e che riusciva ad amare chiunque.
Dopo averla nascosta sotto terra, tornai a casa, mi cambiai e tornai in università. Avevo un esame da sostenere. Mi sono laureato con il massimo dei voti per fare in modo che potesse essere fiera di me, anche se probabilmente non l’avrebbe mai saputo.
Il Sole tramonta ad est testo di Dianne