Il miglior tributo che il destino potesse riservare a David Lynch, dopo la sua morte, è stato trasformare gli Stati Uniti in un suo film. Un sogno perturbante in cui la logica è un relitto del passato e le decisioni impulsive sono dettate dall’inconscio. Viviamo in tempi impazziti e, per una volta, sappiamo a chi dare la colpa: Donald Trump. L’incubo lynchiano dell’Occidente è in realtà il sogno del presidente degli Stati Uniti, un settantanovenne pregiudicato e spregiudicato, a cui gli americani hanno regalato un ultimo giro di giostra a spese di tutto il resto del mondo.
Dopo quattro anni di fantasia al potere e un tentativo di golpe in diretta televisiva, Trump è tornato nella stanza dei bottoni e li sta pigiando tutti nella speranza di rendere reversibile il declino dell’impero americano. Se nel primo mandato ha flirtato col caos, nel secondo lo sta adottando come metodo, e così ci siamo ritrovati in una sequenza di episodi che, presi singolarmente, sembrano sketch surreali. Uno su tutti: i giocatori della Juventus, in piedi nello Studio Ovale, dietro Trump, mentre il presidente allude a un intervento militare americano in Iran. Stupire è l’unica cosa che conta. Questi episodi di dadaismo politico raccontano la coerente follia di una linea temporale in cui la Storia ha sepolto il libro di Francis Fukuyama e cerca la sua rivincita sulla globalizzazione.
Il ritorno del trumpismo non è un banale déjà-vu, né la solita tragedia che poi diventa farsa. Piuttosto, assomiglia a un incidente stradale che non riusciamo a smettere di guardare perché ci blocca la strada. Come siamo arrivati a questo punto? Agevoliamo un riassunto di questi pazzi tempi, non tanto per noi sfortunati contemporanei, ma per chi leggerà questo nel 2050 e si chiederà se eravamo coscienti della follia di questo primo anno del Trump II. La risposta breve è sì, parecchio, ma ci stiamo abituando in fretta.
Il primo shock è arrivato a fine febbraio, quando una normale photo opportunity nello Studio Ovale con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è trasformata nella più meschina pubblica umiliazione di un alleato da parte del presidente degli Stati Uniti.
Nel Giardino delle Rose della Casa Bianca ha esibito un enorme cartellone diviso in due colonne: da un lato, le presunte tasse imposte ai prodotti statunitensi da Cina, Unione europea, Vietnam e altri Paesi; dall’altro, i controdazi introdotti dall’amministrazione americana come ritorsione.
Abbastanza grottesca, più che divertente, è stata la lite tra Elon Musk e Donald Trump. Il padrone di X (il fu Twitter) si era presentato alla Casa Bianca da conquistatore. Centodiciannove milioni di dollari versati al Partito Repubblicano in cambio di un ministero su misura: il Dipartimento per l’Efficienza del Governo.
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Nel frattempo, Los Angeles è tornata agli anni Sessanta. Quartieri bloccati, fumo, vetrine in frantumi, sirene continue. Tutto è cominciato con una serie di retate dell’Agenzia federale per l’immigrazione , sostenute e incitate dalla Casa Bianca, nei sobborghi e nei mercati: agenti in mimetica, arresti pubblici, furgoni neri. Lo spirito anti-tirannico dei californiani ha fatto il resto: prima cortei spontanei, poi scontri, infine guerriglia urbana, come nei cinque giorni di Watts del 1965. Trump ha scelto, come spesso accade, la via peggiore, inviando prima la Guardia Nazionale, sottraendola al governatore Gavin Newsom, e poi i Marines. La città è diventata un campo di battaglia: coprifuoco, razzi lacrimogeni e i soliti post in caps lock: «
"INSURREZIONE".
Ad approfittare del caos trumpiano è stato Benjamin Netanyahu. Per restare aggrappato al potere e sottrarsi ai processi per corruzione – e alle colpe politiche per non aver impedito in tempo il massacro del 7 ottobre – il premier israeliano ha costretto il presidente più isolazionista del mondo a fare l’impensabile: bombardare l’Iran. . Le bombe americane sono cadute, ma l’uranio era già stato spostato. Il programma atomico è stato rallentato di qualche mese, ma forse resta intatto. Più che un buco nella montagna, si è rivelato un buco nell’acqua.
Trump ha infranto l’unica promessa che davvero non doveva tradire con i militanti del suo movimento, il Make America Great Again (Maga). Quella che teneva insieme tutto: protezionismo e isolazionismo, niente guerre, niente missioni civilizzatrici, solo confini chiusi e interessi nazionali. Com’era prevedibile, la base non l’ha presa bene.
Altre perle imperdibili del trumpismo sono state fagocitate dalla cronaca, ma meritano una menzione speciale: la proposta di allargare il G7 anche a Russia e Cina, quella di annettere il Canada come il cinquantunesimo Stato americano, comprare la Groenlandia, rendere la Striscia di Gaza un resort e rinominare il golfo del Messico in Golfo d’America. Tutto sommato, quest’ultima sembra la meno bislacca.
Ora adesso ,mentre scrivo, l'impresa della LIBERAZIONE DEL VENEZUELA in modo a dir poco rocambolesco, stanno morendo dei civili proprio in questo momento, e della droga a Forrestrump, fruitore abituale peraltro,non frega un BEATO KAZZO, ma del petrolio , di strozzare CUBA , recuperare credibilità nei confronti di CINA E RUSSIA, RILANCIANDO COME A POKER SI ! Ma non credo che continuare a giocare bluffando porti lontano .
ADESSO HA ROTTO IL KAZZO VERAMENTE ,SPARATEGLI NON HO AVUTO REGALI A NATALE!
Non sappiamo come finirà questo incubo dell’Occidente. Se le elezioni di midterm toglieranno elettricità al luna park trumpiano o ci aspetteranno altri tre anni di questi tempi impazziti. Al momento ci sentiamo come nella scena iniziale (e finale) di “Strade perdute”, capolavoro di Lynch del 1997, in cui la strada poco illuminata davanti a noi si ripete all’infinito, mentre i fari dell’auto bucano appena l’oscurità e la colonna sonora martella come un presagio. È la vertigine dell’incertezza, dove ogni curva può nascondere un’altra allucinazione, un altro colpo di scena. Così Trump, smanioso di passare alla Storia in qualsiasi modo, guida l’America a tutta velocità senza sapere dove sta andando. Il suo sogno, il nostro incubo.
Oh se hanno sparato a Kennedy... testo di fabio b