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Non so se qualcuno ricordi i floppy disk. Probabilmente pochi, dato che persino le ditte di informatica se ne sono dimenticate. Su uno di quelli, comunque, ho ritrovato questo racconto del 1997. La sensazione è stata un po' come scoprire la tomba di un faraone egizio, trovare sotto una pietra la chiave che la apre e accorgersi che s'ingrippa, rischia di rompersi, ma, se la infili nella serratura, ancora gira (direte che le tombe nell'antico Egitto non si aprivano con la chiave... vero. E non c'erano neanche i floppy disk). Questo racconto viene da un'epoca che sta a quella odierna come i geroglifici stanno all'alfabeto latino. Niente social, niente siti di scrittura, niente videoracconti, niente "se dura più di uno scroll non va bene" (purtroppo, non sta dentro un solo testo; quella che eventualmente leggerete di seguito è la secondo parte: l'ho diviso dove reputavo più opportuno), niente like ecc. Il web c'era, più o meno... come i regni predinastici o la dinastia 00 nella terra del Nilo.
Che si fa, allora, si entra? Sì perchè è difficile resistere alla tentazione e a quel paese le maledizioni. Meglio non toccare niente, però, brutture comprese. Il file non si lascia modificare. E poi... non si sa mai.
Patti Iugulatori 2/2
Perché non lo pianti, Bevvie?
Vai al diavolo.
Non potrai mai saldare il tuo debito con Kurtz finché avrai Ralph attaccato alle costole. Non potrei mai saldarlo comunque.
E allora vuoi andare avanti così? Lo sai, dove sono i finiti i soldi che ti ha dato Claquesous. Whiskey.
Appunto. Niente lavoro. Niente vestiti. Niente per la casa, a parte qualche piatto e le tendine di plastica.
Se non ci fosse Ralph, potrebbe andar meglio. E invece lui si beve tutto e così, ogni volta, tu devi andare da Claquesous e chiedere, e lui dà, ma presto, sarà lui a chiedere. Che cosa ha detto l'ultima volta?
"Lei ha degli occhi come zaffiri, Miss Forrest. E' un vero peccato non poterli esporre". Già.
E allora, perché non lo lasci?
"Perché lo amo". Disse ad alta voce.
Come sempre, parlare ad alta voce troncava i suoi dialoghi interiori.
Perché nonostante tutto non riusciva a considerare Ralph come uno di quei barboni che incontrava lungo la strada verso casa e che la osservavano quasi sapessero che, nella borsetta che stringeva, si trovavano i cento dollari di Claquesous (a quel pensiero, Beverly stringeva ancor più la borsetta, accelerando il passo, con le orecchie tese e gli occhi fissi nel buio davanti a lei, attanagliata dall'idea che ogni raro passante fosse un ladro - un evento tutt'altro che improbabile in quel quartiere maledetto).
Nonostante tutto, considerava Ralph come era stato prima di quella notte.
Quella notte era tornato tardi, e questo non era un fatto strano, ma poi, senza dire una parola, si era seduto e si era versato un bicchiere di gin, colmo... e questo era un fatto straordinario.
Beverly si era seduta di fronte a lui, osservandolo come se avesse di fronte un alieno che aveva scelto lei come ambasciatrice della propria razza presso i terrestri.
Ralph si era versato un secondo bicchiere.
"Che succede, caro?" aveva chiesto lei, anche se la domanda le era sembrata inadeguata, come se, per prima cosa, avesse chiesto a quel famoso alieno che ora era.
Ralph aveva bevuto tutto d'un fiato anche il secondo bicchiere ed aveva cominciato a versarsene un terzo. Lei gli aveva fermato la mano e lui la aveva guardata.
Beverly si era subito accorta che era ubriaco fradicio - Ralph era praticamente astemio - e che era anche spaventosamente lucido, spaventosamente consapevole.
"Succede solo che è finita, Bevvie". Aveva il tono di un medico che formula una diagnosi (quale? Cancro, naturalmente); mentre le rispondeva, aveva liberato la mano e si era riempito il bicchiere. "Li ho scoperti e, dunque, è finita. Il mio lavoro, la mia vita, la tua vita. Tutto alla malora".
Beverly aveva immaginato che Ralph fosse andato a sbattere contro la mafia ed una parte del suo cervello si era augurata che fosse così. L'altra parte, però, sapeva che non era vero.
"Naturalmente, non posso provarlo e, anche se potessi, non potrei raccontarlo e, anche se lo raccontassi, nessuno mi crederebbe. Neanche tu mi credi, del resto".
Si era scolato il bicchiere.
"Lo so che cosa pensi: "Ralph ha scoperto che qualche organizzazione criminale controlla, che so, la politica del sindaco e, ingenuo com'è, nonostante il mestiere che fa, non riesce ad accettarlo, così ha alzato un po' il gomito ed ora si comporta come se l'intero paese fosse in mano alla Spectre.
"E se ti dicessi che è vero? E che è peggio della Spectre? A questo punto so già che cosa vuoi dirmi: "Sei un giornalista. Denunciali, cerca delle prove e, se loro posseggono il giornale, cambia giornale e, se proprio non ce la fai, stai zitto e lascia che loro ti dimentichino".
"Ma loro non dimenticano e, soprattutto, non rischiano. Così mi elimineranno e, forse, elimineranno anche te e niente potrà o vorrà fermarli e sai perché?".
Si era chinato verso di lei: l'alito puzzava come lo scarico di una distilleria, ma gli occhi erano ancora lucidi, coscienti. Beverly non l'aveva mai visto così ... presente. Forse, non aveva mai visto nessuno così conscio.-
"Perché loro sanno.
"E' questo il loro potere: denaro, politica, sono secondari.
" Il loro vero potere - il suo vero potere, Bevvie, sì, perché ho scoperto che è uno, quello che comanda, alla fine, uno solo - è il sapere ogni sporco segreto di ognuno, anche il più nascosto. Sanno tutto. Conoscono ogni scheletro in ogni armadio, sanno che il capo della polizia riceve mazzette dalle triadi e sanno che la parrucchiera non ti rilascia la fattura. Sanno che il signor Jones è un gay con tendenze sadiche e che il presidente della banca traffica coi narcos colombiani".
A questo punto si era lasciato cadere sul divano.
"E' meglio che ti rassegni, Bevvie. Hai sposato un perdente."
Da allora in poi non aveva fatto altro che lasciarsi cadere.
Ma Bevvie non pensava di aver sposato un perdente.
Non lo aveva pensato nemmeno quando Ralph aveva davvero perso il lavoro e non era più riuscito a trovarne un altro, né quando aveva cominciato a bersi i loro soldi, prima un po' alla volta, a sorsi, per così dire, e poi tutti d'un fiato.
E così ogni sera tornava da lui, attraversando quelle strade buie e ostili, anche se, ogni volta, era più difficile.
Ogni volta, le strade assomigliavano a gole infestate da briganti, gli androni a grotte covo di assassini.
Ogni volta, sentiva che il rischio aumentava e che lei era una gazzella isolata che attraversava un tratto d'erba alta, infestato da leoni.
Sentivano il suo odore, il profumo dei soldi nella borsetta.
Sentivano la sua paura.
Una figura si staccò da dietro un muro, nella cui ombra si era nascosta fino ad allora, e le andò incontro.
Il cuore di Beverly si fermò.
Le dita strinsero così forte la borsetta che un'unghia si spezzò.
Se ne accorse appena.
L'uomo era a pochi passi da lei.
Avvertì il puzzo del suo sudore.
Gli occhi dell'uomo si posarono obliquamente su di lei, baluginando nella luce incerta.
Qualche parte del suo cervello stava urlando alle sue gambe di correre, ma un black-out doveva aver interrotto i collegamenti.
L'uomo la oltrepassò.
Udì i suoi passi allontanarsi, la loro eco scemare, svanire.
Il cuore di Beverly riprese a battere, mentre torrenti montani le ruscellavano lungo la schiena. Le gambe ripresero a muoversi.
Beverly si allontanò, si diresse verso casa.
Grazie, Signore Gra...
Una mano la artigliò alla caviglia.
Era strisciato da sotto un cumulo di immondizie e di sacchi della spazzatura, ed era altrettanto nero e sporco.
"Hey, signora"
Poteva avere quarant'anni. La sua voce era come una raspa e gli occhietti ammiccavano arrossati da dietro barricate di cispa gialla.
"Signora" ripetè il mendicante.
Beverly arretrò, liberando la gamba dalla mano. Le dita le avevano lasciato delle strisce di sudiciume. L'uomo strisciò fuori un altro poco, trascinandosi sui gomiti.
"Signora, non hai qualcosa da darmi?"
Beverly arretrò ancora.
La mano dell'uomo si mosse ancora, sfiorandole la caviglia sinistra.
Prima che la sua mente cosciente potesse rendersene conto, Beverly alzò la gamba destra ed il tacco della scarpa si piantò nel dorso della mano dell'uomo. Subito, un liquido scuro colò sullo strato di luridume che la incrostava.
Il mendicante urlò. Un verso simile ad un guaito, o allo strillo di un maiale sgozzato.
Beverly arretrò ancora
"Ahi, signora, mi hai fatto male!" piagnucolò l'uomo, reggendosi la mano ferita e strisciando fuori un altro poco dal suo rifugio.
"Mi hai fatto male signora, mi hai rovinato!"
Beverly indietreggiò ancora, trovandosi con le spalle al muro.
Il "vecchio" era strisciato quasi del tutto fuori dalla sua tana, reggendosi sui gomiti come un soldato che fa il passo del leopardo. E non la smetteva di urlare.
“Mi hai rovinato la mano, signora, mi hai fatto male!".
Una luce si accese nella casa alle sue spalle.
"Mi hai fatto male, signora, mi hai fatto male!"
Una voce imprecò in spagnolo nella casa di fronte. Un bambino si mise a piangere.
"Mi hai rovinato, mi hai fatto male!"
Un'altra luce si accese.
"Ahi, signora, la mia mano, mi hai fatto male!"
Beverly alzò la gamba destra.
"MI HAI FATTO MALE, SIGNORA, MI HAI ROVINATO!".
La gamba di Bevvie si mosse con un movimento fluido e possente, come quello di un giocatore che calcia un pallone, ed il piede calzato colpì il barbone.
La punta della scarpa si conficcò nella tempia sinistra del vecchio e l'uomo, sbalzato di lato, si rovesciò sul dorso, come una tartaruga.
A Beverly parve di udire un lieve schianto, come un rumore di legno che si rompeva.
Il vecchio mosse spasmodicamente le mascelle, ma le urla cessarono, mentre il petto dell'uomo si alzava e si abbassava come una vela sbattuta da un vento rabbioso.
Bevvie non poté dire di averlo visto fermarsi.
Sempre stringendo convulsamente la borsetta, scappò via.
"E questo cos'è?" Claquesous indossava un completo d'un verde così scuro da sembrare nero ed una cravatta gialla a pois blu su una camicia color azzurro tenue, a righine. Sull'angolo destro del mento squadrato c'era una lievissima cicatrice, appena percettibile, che rendeva la sua rasatura impeccabile imperfetta quel tanto che bastava per essere accattivante. Naturalmente, sorrideva.
"E' una polizza d'assicurazione. Sulla vita del suo consorte, il signor Ralph Michael Redcomb. Come può verificare, madame, nella deprecata ipotesi che la coniuge del signor Redcomb rimanesse vedova, la Esquire Insurance provvederà a corrispondere, per la grave perdita, un indennizzo pari a cinquecentomila dollari".
"Ma..."
"Oh, lo so, nessun prezzo è sufficiente, niente vale quanto una vita umana. Tuttavia, questo è quanto la Esquire Insurance è disposta a versare, visto l'importo dei premi da Lei pagati, Signora Redcomb".
Loro sanno.
"Inoltre, c'è un conto, in una banca estera che conosce il valore della discrezione, già predisposto per ricevere tale somma.
"Aprendolo, il Signor Kurtz avrebbe voluto evitare che comparisse il Suo nome, Signora Redcomb, ma, disgraziatamente, non è stato possibile. In ogni caso, non deve preoccuparsene. Una fiduciaria si occuperà della gestione del conto. In cambio, sarà sufficiente che Lei disponga, di quando in quando, che certe somme vengano depositate e prelevate. Si tratta solo di qualche firma su qualche pezzo di carta.
"Mi creda, Signora Redcomb, è un affare. Ma... ecco i suoi cento dollari."
Beverly li prese. Sapeva che erano biglietti da dieci, usati, ordinati dall'alto in basso secondo numeri di serie crescenti. Lo sapeva bene, ormai.
"Se non venisse sempre così presto, sarei lieto di accompagnarla personalmente alla sua residenza. - Claquesous assunse un'aria contrita - Al giorno d'oggi, accadono fatti così incresciosi".
Loro sanno. Lui sa.
Beverly salutò con un cenno del capo.
"Arrivederci, Miss Forrest, - si congedò Claquesous - sono certo che anche suo marito troverà la polizza molto vantaggiosa. E firmerà".
L'autobus era quasi deserto ed i finestrini aperti, ma nonostante questo, era caldo come un forno su quattro ruote.
Nonostante ciò Beverly era gelata, a parte le gambe su cui era appoggiata la borsetta.
Dentro la borsetta, c'era la polizza, che, ora, le sembrava pesante e rovente come un piastra di metallo incandescente.
Beverly non dubitò neppure per un attimo che avrebbe firmato quella polizza e che l'avrebbe fatta firmare a Ralph.
L'avrebbe fatto perché
Perché hai consegnato l'anello. Un anello per domarli...
E questo era stato come....
Come perdere la verginità alla festa del liceo.
Si sovvenne improvvisamente di suo padre, a cui non pensava più da quando aveva quattordici anni, quando, per l'ultima volta, era andata a trovarlo al centro di recupero per alcoolizzati, fissando quasi sempre non lui, ma la medaglia sul petto incavato, sopra il ventre rigonfio che si adagiava sulla carrozzina, là dove avrebbero dovuto esserci le gambe.
Le gambe erano state sepolte sette anni prima, prima ancora che lui tornasse da un cimicioso ospedale vietnamita, a ridosso della prima linea.
Di lì a poco, il resto di Hugh Forrest le avrebbe seguite, ma Beverly aveva sempre pensato che, con le gambe, fosse stata sepolta la parte migliore di suo padre.
Al loro ultimo incontro, suo padre l'aveva guardata con gli occhi grigio - azzurri che le aveva trasmesso come se vedesse contemporaneamente, nella ragazza che aveva di fronte, la bambina che Beverly era stata e la donna che sarebbe diventata.
Non si erano detti molto; i loro incontri erano brevi, anche se a Beverly sembravano sempre troppo lunghi.
Alla fine, Hugh Forrest, mentre lei stava per andarsene, aveva guardato fuori dalla finestra, nell'aia spoglia che era diventata il suo mondo, ed aveva detto che, per l'America, il Vietnam era stato come perdere la verginità alla festa del liceo, subito dopo il ballo per il Gran Galà. dell'Estremo Oriente. Quattro anni dopo, mentre Mark Cunningham si accendeva una (rituale) sigaretta, Beverly, sdraiata sull'erba del giardino accanto al campo di pallavolo, aveva capito (o aveva pensato di aver capito). La consapevolezza era giunta improvvisa, come portata da quel vago senso di delusione, (di squallore, quasi) che si era insinuato nella pace che provava, come un sentore di limone in un dolce. Con il Vietnam, la maggioranza degli americani, la maggioranza silenziosa, come si usava dire, aveva compreso cos'era davvero la politica internazionale. John Wayne era una gran bella cosa, ma era finzione, desiderio, rappresentazione di ciò che si sperava di diventare e raffigurazione di ciò che si pensava di essere. La realtà era un'altra cosa: bisognava prenderne atto, venirci a patti, e continuare. L'innocenza, qualunque cosa fosse stata, se mai era esistita, era perduta per sempre.
Ora, su quell'autobus arroventato, Beverly si rese conto di come il Ralph di adesso ed il Hugh Forrest di vent'anni prima fossero simili.
Era come se, tutto sommato, non avesse ancora capito com'era il mondo e, per questo, fosse fuggita da Hugh Forrest per correre da una sua copia.
No.
"Non è questo ciò che vuoi, Bevvie - si disse
Non è questo
(Ciò che desideri)
Non è questo
(Ciò di cui hai bisogno)"
Il caldo estivo che entrava dalla finestra, mentre la pioggia non si decideva ad arrivare e l'aria era uno straccio sudicio e bagnato.
Gli spacciatori all'angolo.
La prostituta accanto al falò di immondizie.
Il pipistrello che svolazzava senza meta.
Una serata come tante.
A parte il fatto che Beverly era un po' più stanca. Non tanto, solo un po'.
Ralph russava sulla branda ed il suo era un sonno che non dava riposo.
Nelle confusioni e nei gemiti degli incubi che popolavano i suoi sogni aveva fatto cadere il cuscino per terra.
Beverly si staccò dalla finestra.
(Il male non è in ciò che desideri
chi lo diceva, sua madre?
Ma in ciò che sei disposto a fare per ottenerlo)
Ralph gemette debolmente.
Presto avrebbe ricominciato ad agitarsi. Sul materasso sudicio, le sue gambe e le braccia lunghe, un tempo snelle, ora emaciate, ricordavano un gruppo di fiammiferi sparsi per terra.
Beverly si avvicinò.
Vide distintamente un groviglio di capelli rossi, lunghi, appiccicato sulla tela sporca. Fili di rame. Sua madre diceva che Ralph aveva i capelli come fili di rame, ma Beverly ne era rimasta attratta. Le ricordavano certi colori dell'estate indiana. Ora, Ralph stava diventando calvo. Chissà che cosa avrebbe detto sua madre.
Beverly si avvicinò ancora.
Un refolo di vento mosse lievemente le tendine di plastica.
Ralph gemette ancora, digrignando i denti.
Con la coda dell'occhio, a Beverly parve di vedere un movimento, uno sfarfallio nell'aria scura e pesante della camera. Forse il pipistrello era entrato?
Appena si fosse svegliato, Ralph avrebbe chiesto da bere, perché i suoi sonni lo debilitavano e, quando si svegliava, era più stanco di prima. E lei gli avrebbe dato da bere e avrebbe speso per lui anche i soldi che le rimanevano perché lo amava e non voleva vederlo stanco. Perché voleva...
(Io so di che cosa hai bisogno)
Sì, non voleva vederlo stanco, così stanco.
Forse, quel frullio d'ali era davvero il pipistrello che era entrato nella stanza.
Beverly raccolse il cuscino.
"Riposa in pace, amore" disse.
Alla fine, il temporale scoppiò.
Le nuvole arrivarono da occidente, mandrie gravide di pioggia fatte imbizzarrire da un vento gelido. Si disse che era un'altra prova dell'effetto serra: il clima diventa sì complessivamente più caldo, ma soprattutto, si estremizza.
Ci furono cinque trombe d'aria, straordinarie, per quelle latitudini.
Ci furono incendi appiccati da eccezionali sciami di fulmini, inondazioni, frane ed allagamenti. I vigili del fuoco effettuarono decine di interventi, in una sola notte.
Soprattutto nei quartieri poveri, ci furono disastri e crolli.
Alcune catapecchie vennero semplicemente schiantate e distrutte.
Molti barboni che dormivano sotto i ponti o tra i cumuli di rifiuti, morirono, annegati o travolti. Verso le ventidue, ci fu l'ultimo episodio, il più violento.
Dopo una pausa, intensa e silenziosa, l'aria divenne acqua, semplicemente.
Il giorno dopo, i meteorologi avrebbero consultato gli archivi, risalendo nel tempo. Quella sera, tacquero.
Tra le villette che sembravano casette da fiaba assalite da giganti, Bevvie si fermò, mentre il vento e la pioggia fitta le impedivano quasi di respirare.
Un pensiero la colpì, come uno dei fulmini che si abbattevano attorno a lei e, come un fulmine, scomparve.
Dove avevi comprato il nostro anello di fidanzamento, Ralph?
Sotto la tettoia che proteggeva l'ingresso (anche se, ormai, la pioggia si era ridotta ad un placido sgocciolio dalle foglie degli alberi), Beverly si fermò: una donna giovane, alta quasi un metro e ottanta, dal viso piuttosto affilato e snella, con sinuosità poco pronunciate che l'avevano afflitta nei giorni dell'adolescenza. Sotto i suoi piedi andava allargandosi una pozzanghera, formata dalla pioggia che le colava dal vestito fradicio.
Tese la mano verso il battente e subito la ritrasse.
La testa che reggeva tra le fauci l'anello in ferro battuto non era quella di un cane: era quella di un pipistrello. I denti erano aguzzi e forti, le orecchie puntute e grandi come vele tenebrose. Per un curioso effetto della luce, gli occhi parevano scintillare come rubini gonfi di maledizioni.
Qualcosa, dentro Beverly, urlava che non doveva toccare quel battiporta; era però una voce lontana, via via sempre più sconnessa, voce di uno che annega in acque profonde.
Ma non sarebbe stato necessario toccare quel muso: la porta era socchiusa.
Del resto, quando si aspetta un amico, uno di cui ci si fida, uno da cui non si ha nulla da temere, si lascia sempre la porta socchiusa, in una sorta di tacito invito.
Beverly la spinse ed entrò.
Il vestibolo era al buio, non completo, però: davanti a lei, dalle scale che portavano al piano superiore, scendeva una luce tenue, azzurrina.
Beverly vi si diresse.
Salire le scale e, poi, percorrere il corridoio in fondo al quale si trovava la porta da dietro cui giungeva la luce era come percorrere un museo personale. Nel senso di dedicato alla persona di Lazarus Kurtz.
Un suo ritratto, a grandezza naturale, era appeso alla sinistra di chi saliva. Subito dopo, ne veniva un secondo. Kurtz vi era ritratto nell'inconfondibile abito a righe di un gangster degli anni '20. E poi ancora Kurtz, nei distinti abiti di un gentiluomo dell'epoca vittoriana. E ancora, in abiti settecenteschi, in primo piano rispetto a quella che sembrava una veduta notturna di Versailles.
E poi il corridoio.
E Kurtz in abiti spagnoli del '600.
In abiti rinascimentali, raffigurato in un affresco che riproduceva, in un tentativo di prospettiva, il Colosseo.
E ancora.
Kurtz in un bassorilievo di stile medievale, accanto a un castello turrito.
In un medaglione di gusto barbarico.
In un busto di stile romano, o greco.
In un rozzo ritratto, sopra una scritta cuneiforme.
Nella posa ieratica dei ritratti egiziani accanto a... (Anubi? E chi era quell'altro, Seth?) E poi...
Una porta accostata.
Dietro di essa, si intravedeva una luce, e si udiva un sommesso ticchettio.
(Il male non è in ciò che desideri...
...Io so di che cosa hai bisogno).
Beverly entrò.
Kurtz era al computer e batteva velocemente sulla tastiera.
La luce fredda dello schermo, la stessa che filtrava da dietro la porta socchiusa, gli illuminava la faccia pallida e rischiarava debolmente il grande pezzo di roccia appeso alle sue spalle.
Beverly non dubitò neppure per un attimo che fosse autentico.
Doveva venire da qualche grotta europea, forse africana.
Figure di uomini stilizzati, color mattone, fuggivano da una piccola massa compatta, nera come un buco che si aprisse su un universo di tenebra. Due macchie rosse parevano brillare là dove si trovava la testa della sagoma oscura.
Si accorse che Kurtz aveva smesso di lavorare e la stava osservando. Alzò gli occhi verso il graffito dietro di lui.
"Oh, quello - disse - mi perdoni, ma alle volte sono un po', come dire... egocentrico". Spense il computer, e la stanza piombò nell'oscurità più totale.
No, non totale.
Fuori, il temporale era cessato e un velo lattiginoso, tessuto dalla luna calante, entrava da una finestra aperta.
Kurtz si alzò dalla scrivania e si avvicinò a lei con inaspettata grazia, con inaspettata eleganza, nelle tenebre, in silenzio.
Un raggio perlaceo, in cui danzava un impalpabile pulviscolo, si soffermò per un attimo su di lui, mentre le si avvicinava.
La luminescenza tenue balenò per un istante sui suoi canini eburnei, aguzzi.
Beverly capì. E capì anche che aveva sempre saputo... e che non le importava niente.
Kurtz si tolse gli occhiali, infilandoli con cura nel taschino della giacca.
I suoi occhi erano scarlatti. Brillavano.
Quando il dolore venne era acuto come una lama di ghiaccio e d'argento, profondo come acque immobili sul fondo di un pozzo, dolce, come un frutto maturo appena colto dal ramo.
I palazzi si specchiavano nelle grandi pozzanghere lasciate dalla tempesta, tremolando in illusioni veneziane.
Beverly camminava con passo elastico nella notte fresca, vagamente euforica per la perdita di sangue.
Il collo non le faceva troppo male; semmai, era un po' indolenzito, come per un leggero colpo d'aria. I due fori, poi, non erano molto evidenti. Una sciarpa li avrebbe nascosti egregiamente. Una sciarpa... od un foulard di Armani.
Era accettabile.
Una volta al mese, non rappresentava una scadenza troppo ravvicinata e, con trecento dollari garantiti, si potevano comprare delle belle bistecche. E, magari, delle scarpe decenti, e dei vestiti. Mettendo qualche firma in più su alcuni pezzi di carta, poi, ci si poteva persino compare una casa... Inalò l'aria pulita, tersa, respirando con piacere e voluttà, gli occhi chiusi nella notte estiva.
La vita continuava.
(1997)