COME TI RISTRUTTURO L’AZIENDA (parte prima)
I NUOVI CAPI
I nuovi capi arrivarono sorridenti ed untuosi un mattino di giugno, facendosi precedere da un favoloso curriculum: la permanenza in posizioni dirigenziali per oltre 150 anni presso l’azienda “leader!” del settore, quella il cui fatturato era miracolosamente cresciuto negli ultimi lustri ed il cui titolo aveva raggiunto quotazioni vertiginose alla Borsa Valori.
Vollero conoscere personalmente tutti gli impiegati, dei quali ammirarono la prestanza fisica, lo sguardo penetrante, l’espressione intelligente e le strepitose capacità fino a quel momento dimostrate.
Intrattennero ciascuno sull’importanza dei rispettivi compiti, auspicarono miglioramenti economici e di carriera.
Poi passarono all’azione.
Dichiararono inutile l’elegante e preziosa corrispondenza col personale esterno (la cosiddetta forza viaggiante), sostituendola con conversazioni telefoniche e con brevi lettere stereotipate la cui stesura veniva affidata ai fattorini ed alle segretarie semianalfabete.
Convocarono poi le persone che disponevano di qualche laurea e di un brillante stato di servizio e tennero presso a poco questo discorso.
DIRETTORE: “Si segga, ragioniere. Mi hanno parlato bene di lei e di quello che ha fatto per l’azienda negli ultimi 65 anni”.
IMPIEGATO: “Per la verità non sono ragioniere ed ho al mio attivo sei lauree e due libere docenze”.
DIRETTORE: “Oh, non importa, caro ragioniere. Deve sapere che dal settore estero richiedono una persona come lei, con le sue doti, la sua prontezza di riflessi, la sua preparazione contabile. Nessuno può ricoprire questo incarico meglio di lei”.
Qualche volta il colloquio finiva lì, poiché il gioco era troppo scoperto, altre volte l’impiegato andava a verificare la nuova posizione e scopriva che avrebbe dovuto fare moltiplicazioni e divisioni dal mattino alla sera.
Superata questa fase di attacco alle posizioni di punta, ebbe inizio l’operazione “SOTTRAZIONE LAVORO” di cui parliamo qui appresso.
I corrispondenti videro rarefarsi le missive provenienti dall’esterno e contemporaneamente constatarono che le poche lettere che riuscivano a scrivere ritornavano non firmate e piene di correzioni.
Arrivò un promemoria con le istruzioni per l’allineamento della data con la ragione sociale, per la predisposizione di un prototipo fisso per ogni argomento, da mantenere immutato per tutta la vita, per i quattro spazi da lasciare per la firma del direttore.
Arrivò anche l’ordine di evitare le cancellature.
A proposito di cancellature è da notare che tutti gli impiegati vennero forniti di apposite mascherine “Kore tipe”, quelle insomma che mediante una semplice ribattitura ricoprono con una traccia bianca le lettere e le cifre errate.
Ma appena i tapini si azzardarono ad usarle, il responsabile dell’Ufficio Controllo Battitura Lettere (U.C.B.L.), mediante l’esame-finestra scopriva la correzione e restituiva la lettera all’autore.
Gli impiegati, nel tentativo di accontentare i nuovi capi, rifecero migliaia di volte le stesse lettere, in quanto sapevano per esperienza che il numero massimo di ribattiture ammesse era zero, ma implacabilmente esse venivano ritornare con sempre muovi pretesti (macchioline nella fibra della carta, ditate, eccetera).
Al culmine della disperazione alcuni rinunciarono alla corrispondenza scritta e si attaccarono al telefono, per raggiungere così il personale esterno.
Ma il grande capo, avvalendosi di un’efficiente rete di spie, scoprì il sotterfugio ed inviò una circolare-espresso agli esterni, con la quale si vietava loro qualsiasi contatto telefonico col personale dell’ufficio “per non perdere tempo”.
Ridotti alla disperazione alcuni introdussero i messaggi entro una bottiglia, e dopo averla tappata l’affidarono alle acque del Ticino o del Po.
Un poco per volta il sistema nervoso degli impiegati non resse. Qualcuno protestò. Un capufficio, costretto ormai ad incollare etichette sui plichi in partenza, disse che era stufo di essere trattato come una pezza da piedi.
L’accoglienza che ebbe dal capo fu gelida. Gli venne contestato che non era contento del suo lavoro, che il suo comportamento era di incitamento all’insubordinazione dei sottoposti, di cui abbassava paurosamente il rendimento, che, insomma, visto che lo voleva, veniva posto a disposizione della direzione del personale.
Qualche impiegato venne “valorizzato” invece presso gli uffici adiacenti, oppure prestato per settimane o mesi ad altri settori, nella speranza che smarrisse la strada del ritorno.
A certuni cui mancavano 10 o 15 anni all’età della pensione, furono offerte cifre favolose perché lasciassero l’azienda.
“Sa, era il discorso, alla sua età occorre riguardarsi, non uscire troppo presto al mattino, evitare di respirare l’ossido di carbonio emesso dal tubo di scappamento delle automobili nelle ore di punta. E poi, i milioni che le diamo come liquidazione, più il premio extra naturalmente, messi a fruttare in una banca di nostra fiducia le procureranno ogni anno un reddito aggiuntivo”.
COME TI RISTRUTTURO L'azienda /parte prima) testo di Baldo32