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Il Morbo
Tra un gioco e l’altro in cui m’addormento,
tenera e un po' amara, grigia di stupore,
come il sonno di bimbo malato, ecco che giace,
ecco muore, lieve poi riappare:
è sempre la notte insonne di un sognatore.
Questo il mistero che invade ogni poeta,
che si stende intero sopra ogni letto consumato,
scosso da quel tempo inquieto,
che palpita, preme, travolge le fantastiche chimere.
Ed io m’inseguo come un sogno fugace;
“sono… fugace” mi dico, come lo stesso sogno della notte,
che mi perseguita e ritorna ogni volta, feroce.
È un mare il sogno, ma senza fondo.
E questa monotona storia che si ripete,
ipocrita, furbescamente si cela tra inganni malvagi,
e poi scompare e riappare come il sole, ogni mattino.
Eccoli, tutti lì, i sogni vaganti nell’universo ignoto:
quelli torbidi e quelli grigi,
quelli sereni e poi quelli malati, tutti insieme vagano,
come i pensieri di chi sogna.
E allora vedi, il loro moto strano,
un po' perverso e un po' malato, che invade il mondo,
s’allontana solitario, nelle oscure dimore abbandonate,
per crepare esaltato il giorno dell’addio.