" Manila non ha mangiato "

scritto da Mila76
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 anni fa • Revisionato 7 anni fa
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Testo: " Manila non ha mangiato "
di Mila76

Già percorrendo la piccola salita che dalla piazza portava al cancello, il cuore mi batteva forte nel petto come se volesse uscire. Il vialetto acciottolato ci si apriva davanti con i suoi due lembi di giardinetto ben curati. Tra l' erba i fiori parevano salutarci ma quello che sempre colpiva il mio sguardo, già umido di lacrime, era la piccola fontana di gesso bianco da cui una Madonnina con le mani giunte ogni volta pareva uscire dopo essersi fatta il bagno.
Purtroppo non c' era scampo, ogni mattina la grande porta in ferro battuto ci aspettava aperta e noi, dandoci le mani, a due a due entravamo ordinati nell' ingresso. Certe sensazioni non scompaiono più dalla mente soprattutto quando sei obbligato a viverle.
Forse sarei potuta scappare nel lungo corridoio semibuio e nascondermi in una delle stanze delle suore o meglio infilarmi silenziosa nel corridoio opposto che, oltrepassata la porta della cucina, portava alla cappellina. Li sarei potuta rimanere per ore seduta tra i piccoli banchi di legno a guardare quella bambola che riposava ad occhi aperti in una culla che sembrava fatta di nuvola. Anche i suoi capelli parevano fatti di nuvola con striature d' oro e doveva certo dormire tranquilla immersa in quel silenzio ed in quella luce color arancio. E invece le maestre ci accompagnavano su su per una ripida scalinata fino al piano superiore. Appendevo il mio cappotto all' appendipanni sormontato da un bel funghetto rosso a pallini gialli ed infilavo la merenda nel cassettino.
Poi ricordo sempre solo tanta confusione: bambini che gridavano, piangevano, ridevano, correvano dappertutto e litigavano strappandosi i giocattoli di mano. Dalla fitta nebbia di volti ne riemergono solo due: quello di una bambina coi boccoli biondi che sembrava uscita da una vetrina di bambole e che sarebbe poi diventata una delle mie migliori amiche e quello di Corrado il quale , come unico modo di relazionarsi, aveva il vizio di mordere chiunque gli passasse a tiro. Ma ecco che compariva quel buffo baldacchino di stoffa verde dentro al quale le marionette ci raccontavano le nostre favole preferite. Io le guardavo estasiata e per qualche momento la paura e la disperazione passavano come quando con i punteruoli punteggiavamo sagome di foglie e di fiori.
Ma quando arrivava l' ora del pranzo, mentre gli altri, tutti felici, si lanciavano attorno a quei tavoli mignon color giallo, per me iniziava il supplizio.
Io di mangiare li non ne volevo proprio sapere, volevo solo la mamma e piangevo disperata. Alla povera suor Luciana non restava altro che mettermi seduta sulle sue ginocchia e con voce sommessa e parole dolci cercare di placarmi. Lei non era come tutte le altre suore che ci venivano incontro al mattino nell' ingresso. Il suo abito era bianco come pure il velo che le copriva i capelli e poi c' era quello strano dente d' argento che brillava ogni qual volta la bocca le si aprisse in un sorriso. Quanti giri faceva con me tenendomi per mano nelle aule, distraendomi con quelle figure di Paperino & Co. in polistirolo a tinte vivaci, fino a quando l' ora di pranzo fosse terminata.
Ma la giornata riservava un' altra orribile pena al mio piccolo cuore già provato. Una fila ordinata di sdraio veniva sistemata accanto alle finestre ed
all' improvviso le grandi e pesanti tapparelle scendevano giù creando il semibuio nell' aula centrale. Ma io che a casa non dormivo mai il pomeriggio, ero disperata all' idea di dovermi per forza riposare li, in mezzo a quel guazzabuglio di bimbi e giocattoli. Però in quel caso non erano ammessi diversivi e così chiudevo gli occhi pregando che presto fosse tornata la luce. Aspettavo trepidante di sentire rialzarsi le tapparelle perchè quello era il segno che presto avremmo ripreso i nostri cestini e ci saremmo reinfilati i cappotti per uscire.
E così era sempre, di nuovo ordinati due a due giù per le scale e poi nel vialetto. In piazza saremmo saliti sullo scuolabus nel quale lo sguardo truce e disinteressato dell' assistente ci avrebbe accompagnato tra i sedili. Di nuovo a casa finalmente dopo una giornata infernale, frugavo nella taschina del grembiule e ne tiravo fuori sempre il solito biglietto per la mamma: " Manila non ha mangiato ".
" Manila non ha mangiato " testo di Mila76
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