Anedonia, Cap.8: Game Over

scritto da AriaStoinov
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 anni fa • Revisionato 7 anni fa
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ottavo capitolo del mio racconto, buona lettura!
- Nota dell'autore AriaStoinov

Testo: Anedonia, Cap.8: Game Over
di AriaStoinov

Da: Anedonia, Cap.7: un passo di Valzer falso

"Certo, poiché ogni essere vivente aveva paura di Viktor Volkov, non era una cosa così strana, un’informazioni così segreta.
Ma nel mio esitare, lui aveva ne aveva avuto la prova, e soprattutto aveva capito l’entità della mia paura verso di lui. "



Capitolo 8

“Ci sono momenti in cui tutto va per il verso giusto. Non occorre spaventarsi. Non dureranno.”
Jules Renard


- Dov’è Ludmilla?- chiesi, sperando che lo zio ballasse con sua moglie e mi lasciasse libera di gironzolare per la sala e pensare al mio piano di difesa.
- Stava conversando con i suoi zii assieme ad Ekaterina - mi rispose, cercandola con gli occhi.
Mentre giravo tra le sue braccia mi rivolsi verso la direzione del suo sguardo.

Ludmilla era proprio lì dove diceva di essere, conversando con quelli che, tra i vari giri di conoscenze, mi avevano presentato come i suoi zii paterni. Ma di mia madre nemmeno l’ombra.
Iniziai a cercare con lo sguardo dove fosse.

-Non vedo mia madre- dissi a Vladimir.
-Avrà trovato qualcuno con cui parlare -
Ma cercandola tra la folla persi il ritmo dei passi e incespicai.
-Scusami - dissi ritornando subito alla ricerca di mia madre.

Grazie al cielo il brano era finito.
Senza fare inchino uscii dal cerchio e puntai Ludmilla.
Dopo aver conversato un minuto con i suoi zii come convenevole le chiesi nell’orecchio di mia madre.
Lei scosse la testa dicendo che pensava fosse a ballare con Viktor.

Non vedevo neanche Viktor da un po’.

-Viktor non c’è - esclamai, iniziando ad agitarmi.

Vladimir intanto mi aveva raggiunto, aveva sentito e lo stava cercando tra la gente.
-C’è così tanta gente, non ti allarmare, sarà qui da qualche parte…-
-Viktor è un psicopatico - dissi tra i denti per non farmi sentire. - L’ho visto dai suoi occhi che… stava architettando qualcosa - dissi, frenandomi per non sembrare pazza.
- Suvvia Rebekah, mi sembra assurdo che per così poco…- azzardò Vladimir, per poi fermarsi da solo; sapeva fin troppo bene che per molto poco Viktor aveva anche ucciso.

Iniziai a camminare su e giù, lo sguardo rivolto sempre alle persone che ballavano e agli spettatori.
Poi vidi un uomo, sembrava una guardia, uscire da una piccola porta di servizio a scomparsa di lato al salone.

Io afferrai il lembo del vestito e mi misi a correre nel modo più composto possibile per non destare attenzioni.

- Rebekah vieni qui!- esclamò Vladimir, in inglese, sempre cercando di mantenere un tono basso.

Ma io mi precipitai attraverso quella porta prima che si chiudesse.
Vladimir era dietro di me, Ludmilla pure.

- Ma dico, sei impazzita?! - disse Ludmilla, scandalizzata dal mio comportamento.
Ma ormai eravamo aldilà, in una anticamera con una scala di marmo che saliva.
Cercai di capire dove andare, quando sentii dei passi sul soffitto.

Una voce di donna acuta, lontana.

- Di sopra - sussurrai.
Salii più lentamente possibile per non far rumore con i tacchi.

Appena arrivai nel corridoio superiore mi accostai alla parete e vidi una porta chiudersi in quel momento.
Qualcuno doveva essere entrato in quel momento.

- Torniamo al salone prima che succeda l’irrimediabile - Vladimir cercò di prendermi per il braccio, ma io scossi via con forza la sua mano.
-No ti prego! NO!! -

Sentii urlare, un urlo che mi gelò il sangue.
Mi immobilizzai per un attimo, guardando Ludmilla e Vladimir spaventati.
Poi scattai verso la porta, senza pensarci.

?Quella era la voce di mia madre.

Spalancai con una spallata la porta, quasi cadendo dentro la stanza.

Ekaterina era seduta su una sedia. Viktor, davanti a lei, mi dava le spalle.

Era chino su di lei, sulla sua faccia, in mano aveva…

Due grossi buttafuori subito si precipitarono su di me.
- Non toccatela - esclamò autoritario Viktor tirandosi su e girandosi, sorpreso di vedermi lì.

Da dietro di me arrivarono subito Vladimir e Ludmilla.
- Vostra maestà abbiamo cercato di fermarla…- si giustificò mio zio, ma poi vide come me quello che stava succedendo.

Viktor aveva in mano un pugnale, il suo pugnale, la lama era leggermente sporca di sangue.
Mia mamma tremava e piangeva, mentre su tutto il suo collo cadeva un rivolo di sangue.

Un rivolo di sangue che sgorgava dal suo orecchio.

Mi pietrificai.
Viktor, invece, era l’unico tranquillo lì dentro, con un’espressione pacata.

Pulì con precisione maniacale la lama con il suo fazzoletto bianco di stoffa, per niente turbato dall’incursione.

- Cosa sta succedendo qui? - chiesi, senza aver la forza di ascoltare la risposta.
- Io ed Ekaterina stavamo… amorevolmente conversando - mi spiegò lui, infilando rapidamente il coltello nella fodera dietro il polpaccio.
Come se non avesse voluto farmelo vedere.

Fece un passo verso di me.
Questo mi fece paura e fece vacillare la mia sicurezza.

- Credevo di essere stato chiaro su cosa succede se alzi il tono in casa mia. - corrugò la fronte, calmo, scandendo le parole con calma e piattezza.
Quello non era lo stesso ragazzo della Polka, lo stesso che si divertiva a farmi ballare, lo stesso che era gentile con gli ospiti.

Avevo perso.
Game over.

Lui ora aveva la certezza che dietro al mio viso apatico, io ero terrorizzata da lui.


Ma poi nella mia testa scattò qualcosa.

Lui non mi avrebbe fatto del male.
Io ero l’unica persona che non avrebbe sfiorato.
Perchè altrimenti uccidere due guardie perchè mi avevano toccato, minacciare furioso i buttafuori?
L’uomo del primo giorno in Russia?
L’intera dinastia Korkorov?

Lui era sempre irato contro di me.
Ma aveva scaricato a sua violenza sempre e solo su altri.

Feci un altro passo in avanti.

- Non mi sembra che conversare amorevolmente richieda rapire il proprio interlocutore e tentare di tagliarle via un orecchio - esclamai acida, tenendogli testa.
- Rebe…. Viktoria, ora basta! - esclamò Vladimir sull’uscio della porta, sicuro che sarebbe successo qualcosa di brutto da lì a poco.


Io non gli diedi retta, fissavo il Principe negli occhi.??
Eravamo alla resa dei conti.

- Mi annoiavo - disse soltanto.
- Dovresti trovarti un hobby, Viktor - continuai, sfacciata.
- Sai cosa succede, Viktoria? - disse allora, leggermente irritato. - Che questo nostro gioco è stato divertentissimo. Devo ammetterlo. Mi hai stupito. Ho voluto vedere come te la cavavi. Se ti sapessi difendere bene - ammise, scoprendo finalmente le carte. - Ho voluto lasciarti fare, ma ora non mi va più. Perciò, prenderò in custodia tua madre oggi. E quando vorrai potrai dichiarare la resa, e lei ritornerà a casa. Ma fai presto, non so quanti pezzi riuscirò a mandarti a casa con lei ancora viva… -

Un brivido mi percorse il collo.
Quello era il suo scacco.
La sua mossa definitiva.

La stanza era silenziosa, nessuno si azzardava nemmeno di respirare.

Io esplosi in un sorriso compiaciuto.
Lasciandomi scappare anche un risolino.

Lui si incupì. Sapevo che era confuso.
- Bel discorso. Bella, la minaccia - commentai, congratulandomi. - Ma la partita non è finita, Viktor. E non puoi chiuderla, senza un giocatore - esclamai, allungandomi verso i piedi.

Fu veloce, repentino.
Appena lui vide la mia mano allungarsi alla gamba, fece lo stesso, vidi esattamente il piccolo scatto prima che si muovesse.
Fu tutto così rapido che non so come, ma sia io, sia Viktor, ci trovammo entrambi con un coltello puntato alla gola.
Il braccio teso del principe premeva la fredda lama sulla parte sinistra del mio collo, mentre io, che avevo estratto il mio, gli puntavo il pugnale sulla sua parte destra.

Lui aveva gli occhi spalancati, perché sicuramente quella era l’ultima cosa che si aspettava.

Ludmilla ed Ekaterina lanciarono un urlo.
- Per carità di Dio, mollate quei coltelli!- urlò mia madre, ancora sanguinante.

Ma io e lui eravamo troppo impegnati in una battaglia di sguardi.
Lui era ancora troppo scosso e confuso per capire, io avevo gli occhi iniettati di sangue e di odio.

- Pensi davvero che saresti in grado di uccidermi, Viktor? - chiesi mantenendo la calma, sfidandolo - Una volta una persona mi disse che "chi non sa scegliere non sa governare". Dimostrami che Principe sei, Viktor- dissi sibilando - dimostramelo. Scegli. O mi uccidi, o io ti uccido. - esclamai fredda, calcolatrice, premendo ancora di più la punta del coltello sul suo collo.

Lui non fu intimorito da questa cosa, non si mosse di una virgola, ma mi continuava a guardare silenzioso.

Scacco matto, principe Volkov.

Ma proprio mentre pregustavo la vittoria intellettuale su di lui, l’unica cosa che mi aveva tenuta viva e attiva in Russia, lui rise.

Rise di cuore.

- Devo dire che mi hai stupito ancora. Davvero. E ti ho sottovalutato. Sei molto astuta e continui a riservare sorprese. Brava, complimenti -
Si fermò a ridacchiare ancora, anche se io non distoglievo la lama dalla sua giugulare.
- … Ma poiché ti ricordi così bene quello che ti ho detto durante il nostro primo incontro, ti sei forse dimenticata quanto sia buona la mia mira, anche se devo colpire qualcuno dietro di me? -
?
Mi bloccai ancora.
La sua contromossa, repentina, era stata imprevedibile.

Mia madre stava seduta proprio dietro di lui.
- Se tu lo farai, mi ucciderò da sola - controbattei, frettolosa, spaventata.


Mentre vedevo la mia vittoria sgretolarsi.
- Non saresti abbastanza veloce. Ci sono alte possibilità che tua madre sia morta prima che tu te ne possa accorgere. E che i miei uomini dietro di te, o io personalmente, ti disarmiamo prontamente prima che tu possa prendere il coraggio di farti del male -
- Ma potrei essere più veloce - sussurrai
- Vuoi veramente rischiare? - sussurrò a sua volta, ponendo la parola fine a quella lotta con una vincita schiacciante.

Dovevo porre fine alla cosa per una volta per tutte e dare ascolto a quella mia voce interiore.
Strinsi l’impugnatura del coltello per evitare che mi scivolasse e mi buttai in quella che sarebbe stata una strada senza ritorno.

Mentre Ludmilla mi guardava, mi ricordai il nostro discorso davanti al fuoco.
So cosa mi avrebbe detto in quel momento se non fosse stata pietrificata come chiunque altro lì dentro.
So che mi avrebbe incitato.
Che mi avrebbe detto quanto si fosse sentita libera dopo la morte del suo primo marito.

Ma io ero davvero un’assassina?







- Hai vinto, Viktor -

Non ci fu bisogno di dire nient’altro.
Lasciai cadere il braccio, sconfitta.
Un buttafuori mi afferrò il pugnale velocemente e mi disarmò.

- Rebekah!- esclamò Ekaterina, impaurita.
- Lo so - bisbigliò Viktor, lustrandosi le penne come un pavone vanitoso.
- Ma devi promettere la pace tra le casate - mormorai, iniziando ad assimilare realmente cosa stava accadendo in quel momento.
La mia vita mi scivolava via dalle mani.

- Come quella persona disse a voi di saper scegliere, a me disse di essere un uomo di parola - esclamò serio, mentre metteva il coltello nella fodera e infilò una mano nella tasca dello smoking.

Tirata fuori una piccola scatoletta, mentre la notizia mi colpiva in pieno volto, lui si inginocchiò davanti e mi mostrò un anello.

- Finché morte non ci separi, tesoro - sussurrò maligno, sorridendo.

Io, pietrificata, non riuscivo neanche a respirare.

Era andata.
Era partita come un gioco.
Avevo persino perso la concezione del premio in ballo.
Ma avevo giocato con il fuoco.
Ed ero finita per bruciare viva.


E mentre lui si rialzava e mi infilava l’anello nell’anulare sinistro, io mi ero già pentita di aver preso quell’aereo, un mese prima. E mi ero pentita di aver gettato le armi senza andare fino in fondo.

Sebbene lo avessi voluto uccidere più di qualsiasi altra cosa nella vita, sapevo di non poterlo fare.
Sarebbe davvero servito a qualcosa?
Quante persone dovevano ancora morire per me?
La violenza non sarebbe cessata con la morte di Viktor.

Dovevo solamente accettare il mio destino, come mia madre e mia zia prima di me.

I miei zii e mia madre mi guardavamo senza sapere cosa dire, se strapparsi i capelli, se piangere, se fermare il tutto. Ma come Ludmilla mi aveva detto, nessuno mi poteva salvare.
Il tacito silenzio era assenso a quella pratica barbara dei matrimoni combinati.

- Cosa c’è di più lieto di un annuncio di nozze ad una cena di Natale, non è vero cara?- mi chiese infine, baciandomi la mano sinistra, proprio vicino all’anello.




Io caddi in una sorta di trance catatonica.

Viktor mi aveva preso a braccetto e mi aveva condotto nuovamente dentro il salone dove la festa di Natale procedeva indisturbata.
Io camminavo, guardavo le persone ma non mi sentivo dentro il mio corpo.

Tutto era ovattato e sfocato.

Lui si diresse al piccolo pulpito da dove l’annunciatore aveva elencato gli invitati.
Appena salì, l’orchestra si fermò e tutti si girarono.

Prese un bicchiere che gli porse un servo.

- Miei cari amici. Vi voglio personalmente ringraziare per essere venuti a festeggiare il Natale in casa mia, la vostra presenza è a me assai gradita. Vi auguro un anno meraviglioso e prospero di bellissime novità. Siccome mi sento estremamente generoso oggi, vi voglio dare un regalo in anticipo - la gente iniziò a mormorare, probabilmente preoccupata e credendo che lui fosse ironico.

Mentre parlava lo guardai da sotto il pulpito, come se finalmente la consapevolezza del mio gesto mi avesse colpito in pancia.
Mi stavo per sentire male, il panico stava salendo. Dovevo uscire.

- Voi tutti sapete della presenza di una tregua momentanea stabilita per la guerra civile. Ebbene, voglio regalavi, con i miei più sentiti auguri, una tregua perenne sotto il mio regno, in cui non ci sarà più spargimento di sangue - la gente emise suoni di stupore e di sollevamento.

Viktor scese di un gradino e mi sporse la mano, vanificando ogni mio piano di fuga da quella sala.
Io gliela afferrai, ormai sicura di non essere responsabile del mio corpo.

- …poiché questo è il puro desiderio della mia dolce promessa sposa, che proprio oggi mi ha dato l’immenso onore di voler diventare mia moglie - le persone esplosero in un fortissimo applauso, mentre Viktor mi diede un lieve e delicato bacio sulla guancia.

La folla sembrava tante bollicine dell’olio che frigge, bolle che scoppiettano a ripetizione, disordinate anche se piccole e poco chiassose.
Mi sembravano essere un’unica chiazza dello stesso liquido, poi mille diverse che schizzavano in aria lapilli incandescenti.

Quel calore che emanavano mi faceva mancare il respiro, mi sentivo svenire.




Mi chiamo Rebe…. Mi chiamo Vikto… Green… Petrova… Volkova… e ho diciot…abbastanza anni per sposarmi?






.....Continua.....


Anedonia, Cap.8: Game Over testo di AriaStoinov
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