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Lei non dorme più,chiude gli occhi e il buio non è vuoto, ma pieno, pieno di lei.
Due amiche da sempre, un giuramento da bambine, inciso sul retro di un medaglione.
Poi un centimetro di troppo:
Un sorriso che l’altra riceveva e lei no. L’invidia non è un fuoco, ma muffa che cresce piano, nel silenzio, finché il cuore non sa più che sapore ha.
"Quel giorno che l’ho uccisa"
Il pensiero arrivò senza bussare.
Non fu rabbia, fu misura,che tolse l’aria e tolse il rumore.
Un gesto secco, senza sangue, senza grida,solo il peso di un corpo che smette di essere persona e diventa prova.
Da allora la notte è un’altra stanza.
Si sdraia, ma il sonno non viene, invece arriva lei che si siede e non parla.
Non serve, gli occhi aperti la guardano con la stessa pazienza di sempre.
Quella pazienza che un tempo chiamava amicizia.
Il sonno della colpa è ipnotico, regolare.
Chiudi gli occhi e lei è lì, che ti copre con la coperta, la stessa coperta con cui l’hai coperta tu.
L’eco di quel gesto ritorna ogni notte, preciso, puntuale, come un pendolo che non chiede perdono.
Ha provato a confessare, ma le parole le si sono spezzate in bocca, ha provato a dimenticare, ma la memoria è una stanza senza finestre e lei è il mobile che non puoi spostare.
Più la ignori, più occupa spazio.
Ora vive di due sonni:
Quello finto, con le palpebre abbassate e quello vero, con gli occhi aperti nel buio, mentre l’altra le pettina i capelli, come facevano da bambine.
Un gesto d’amore, un gesto d’accusa.
Alla fine non si capisce chi veglia chi:
Lei non dorme per paura di sognarla, non dorme perché l’altra non dorme più da tempo.
Due donne legate da un filo che la morte non ha tagliato, ma ha solo tirato più forte.
Se passi da li e nel silenzio, senti un respiro lento, doppio, che non è il tuo,
non accendere la luce, perché è il sonno della colpa.
E una volta entrato, rimane con te.